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Domenica, 20 Ottobre 2019

Non è un capriccio lo stato di agitazione annunciato dalla Cimop (Confederazione Italiana Medici Ospedalità Privata) dopo il mancato invito al tavolo delle trattative con il Ministro della Salute, on. Roberto Speranza, per il rinnovo del contratto. Bensì un passo, ponderato, sofferto ma indispensabile per far valere diritti sacrosanti per i medici della sanità privata.

Questi ultimi, ed ecco la nostra doglianza maggiore, sono concretamente discriminati per due motivazioni di fondo: la questione del trattamento economico e quella dei titoli di carriera.

Partiamo dal primo: ai medici della sanità privata si applica attualmente un ccnl sottoscritto nel 2005 tra le associazioni datoriali AIOP/ARIS e CIMOP. Spiccano, in primis, i 14 anni di anzianità di quel contratto, che nei fatti è stato superato da una serie di modifiche legislative che lo rendono anacronistico. Certo, non dimentichiamo che nel 2009 il trattamento economico è stato rivisto, ma quelle stesse previsioni di incremento sono state applicate solo al 50% nelle regioni del centro sud, e totalmente inapplicate nelle strutture private religiose della regione Lazio.

Al netto dell'incrocio di questi dati oggettivi, e non frutto di interpretazioni o pregiudizi, appare evidente come da due lustri i medici del settore privato sono in attesa di una revisione del loro trattamento economico. Ma un altro elemento gioca un ruolo significativo in questa delicatissima partita, che investe sì le professioni ma anche gli uomini e le donne che le praticano: il trattamento economico che godono i medici della sanità privata è di circa il 50% inferiore rispetto a quello dei medici del SSN.

Cimop considera incredibile tale discrepanza, e lavorerà alacremente perché possa trovare una forma di riequilibrio definitivo proprio nel rinnovo contrattuale che è in discussione.

Il secondo forte fattore discriminatorio è il mancato riconoscimento dei titoli di carriera tra medici che svolgono le stesse funzioni, che producono gli stessi DRG, ma che lavorano nello scenario privato. E'questa una ulteriore differenza, ingiustificata e altamente dequalificante per la professione, che il neo ministro è invitato a valutare e sulla quale auspichiamo voglia dire più di una parola.

Immaginare di uniformare l'humus di una stessa professione, attuata dagli stessi professionisti, con le medesime mansioni, ma che hanno una differenza solo semantica, sarebbe un gesto di grande correttezza e onestà intellettuale per l'intero comparto sanitario. E, aggiungiamo, sarebbe un vero e proprio punto di partenza (nuovo e innovativo) per quel famoso patto tra medici, pazienti e Stato che è cemento per l'inter sfera dei diritti e dei doveri in ambito sanitario.

Nei primi sei mesi dell’anno la spesa farmaceutica nel canale delle farmacie aperte al pubblico è ammontata a un totale di 5.335 milioni di euro per un totale di 943 milioni di confezioni vendute: i farmaci generici equivalenti hanno assorbito il 22,44% del mercato a volumi, per un totale di 211,6 milioni di confezioni e il 14,2% del mercato a valori, per un totale di 756 milioni di euro.

Equivalenti: Avanti Piano

L'aggiornamento semestrale dei trend del mercato degli equivalenti realizzato dall’Ufficio studi Assogenerici su dati IQVIA, documenta per gli off patent non griffati un giro d’affari focalizzato in classe A, dove si concentra l’89% delle confezioni vendute e l’82% del fatturato realizzato, mentre resta decisamente più contenuta l’incidenza dei prodotti in classe C (10% a volumi; 16% a valori) e nell’area dell’automedicazione (1% a volumi e 2% a valori).

Complessivamente nel canale farmacia a giocare la parte del leone sono i prodotti fuori brevetto che assorbono il 74% delle confezioni vendute nel canale, senza distinzione di classe (61% a valori), ma con una netta predominanza dei brand a brevetto scaduto, che quotano il 70% a volumi e il 76% a valori del relativo mercato fuori brevetto.

Classe A: sei mesi al risparmio

Tra gennaio e giugno 2019 i consumi a carico del SSN nel canale farmacia sono complessivamente diminuiti dello 0,5% rispetto allo stesso periodo del 2018: In particolare si registra una flessione delle confezioni relative ai prodotti ancora coperti da brevetto del -4,9% rispetto allo stesso periodo del 2018. In crescita invece il segmento relativo ai farmaci a brevetto scaduto in particolare quello dei generici puri che fa registrare una crescita del +1,7% rispetto al periodo Gennaio-Giugno dell’anno precedente.

Ai minori volumi rimborsati è corrisposta una flessione dello 0,5% della spesa a carico del SSN  rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente: In particolare si registra una flessione delle spesa relativa ai prodotti ancora coperti da brevetto del -7,8% rispetto allo stesso periodo del 2018.

In crescita invece il segmento relativo ai farmaci a brevetto scaduto in particolare quello dei generici unbranded che fa registrare una crescita del 7,6% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente.

I trend per area geografica

Per quanto riguarda l’analisi dei consumi per area geografica, nel primo semestre 2019 il consumo degli equivalenti di classe A resta concentrato  al Nord (37,1% a unità; 28,8% a valori),  mentre risultano distanziati sia il Centro (27,6%; 22,2%) che il Sud Italia (22,1%; 17,7%), a fronte di una media Italia del 29,9% a volumi e del 23,8% a valori. A separare Nord da Sud sono ancora 10 punti percentuali a unità e 11 punti percentuali a valori.

In particolare, a guidare la classifica dei consumi di equivalenti è la Provincia Autonoma di Trento (42,9 sul totale delle unità dispensate SSN nel periodo gennaio–giugno a fronte di una incidenza degli off patent sul totale dell’84,3%), seguita da Lombardia (39% sull’81,7% di off patent), Friuli Venezia Giulia (37,1% sull’83% di off patent) ed Emilia Romagna (36,8% sull’84% di off patent).

Ultima in classifica la Calabria (20,3% di equivalenti sull’83,3% di off patent rimborsati SSN nel primo semestre dell’anno). Poco sopra Basilicata (20,4% sull’82,6% di off patent), Campania (21,4% sull’83,5% di off patent) e Sicilia (21,7% sull’82,8% di off patent).

Ammonta infine a 569,5 milioni di euro il totale del differenziale di prezzo pagato dai cittadini nei primi sei mesi del 2019 per ottenere il branded a brevetto scaduto invece del generico: la quota più alta in Lombardia (dove il differenziale versato nel semestre ammonta a 75 milioni di euro), seguita da Lazio (73 milioni), Campania (67 milioni) e Sicilia (59 milioni).

Il mercato ospedaliero

Equivalenti in crescita, infine, nel mercato ospedaliero in classe A e H, con i volumi che si attestano nel primo trimestre dell’anno a 29,3% del totale  e  valori ex factory che si attestano al 6,5%: un dato tuttavia “teorico” che realisticamente corrisponde al 2,1% in valori al prezzo medio delle forniture ospedaliere, notoriamente effettuate solo per bandi di gara.

Anche nel mercato ospedaliero dominano i medicinali senza brevetto, che assorbono complessivamente il 68% a volumi e uno striminzito 5,4% a valori, mentre i farmaci in esclusiva (protetti da brevetto o privi di generico corrispondente), assorbono il 32,3% a unità e il 94,6% a valori (prezzo medio).

Nel pool degli off patent non esclusivi di classe A e H, i generici equivalenti quotano il 43% a volumi e il 39% a valori.

Biosimilari: Sei Mesi In Crescita

Prosegue a grandi passi la crescita del mercato italiano dei biosimilari. Nel secondo semestre dell’anno le tredici molecole in commercio sul mercato nazionale (Enoxaparina, Epoetine, Etanercept, Filgrastim, Follitropina alfa, Infliximab, Insulina glargine, Rituximab, Somatropina, Insulina Lispo, Trastuzumab e Adalimumab e Pegfilgrastim biosimilari) hanno assorbito il 28% dei consumi nazionali a volumi (17% il dato consolidato 2018) contro il 72% detenuto dai corrispondenti originator. Su base annua, tra il primo semestre 2018 e il primo semestre 2019 il consumo dei biosimilari risulta in crescita dell’88,2%%, al netto dei nuovi principi attivi biosimilari lanciati a partire dal giugno 2018.

In quattro casi i biosimilari hanno quasi completamente saturato il mercato di riferimento sostituendosi al biologico originatore. Performace da star per il Filgrastim, i cui 5 biosimilari in commercio assorbono ormai il 95,99% del mercato a volumi (93% a valori); seguono le Epoetine biosimilari, che concentrano l’84,01% del mercato di riferimento a volumi (72,77% a valori). Entrambe le molecole citate sono in commercio in versione biosimilare dal 2009.

Ancora più brillante la performance di altre due molecole: l’Infliximab biosimilare - in commercio dal febbraio 2015 – che totalizza l’84,01% del mercato a volumi (69,30% a valori) e il rituximab - in versione biosimilare dal luglio 2017 – che assorbe l’83,77% del mercato di riferimento (58,11% a valori).

Crescite di rilievo si registrano comunque anche per le molecole di più recente registrazione: adalimumab entrato sul nazionale mercato in veste biosimilare nel marzo 2018, concentra già il 41,74% del mercato di riferimento a volumi (11,38% a valori); trastuzumab biosimilare, commercializzato dal settembre 2018, quota dopo neanche un anno di vita il 28,54% del mercato a volumi (18,09% a valori).

E sembra destinato a registrare gli stessi trend anche il neonato pegfilgrastim biosimilare, affacciatosi sul mercato nazionale nel febbraio di quest’anno e già titolare a giugno del 7,60% del mercato a volumi (3,07% a valori).

Ampiamente diversificato e comunque generalmente in crescita il quadro dei consumi a livello regionale: a registrare il maggior consumo di biosimilari per tutte le molecole in commercio sono la Valle d’Aosta e il Piemonte con una incidenza dei biosimilari del 60,90% sul mercato complessivo di riferimento. Seguono Toscana (44,25% di incidenza di biosimilari sul mercato complessivo di riferimento), Marche (41,97%), Emilia Romagna (41,76%). All’estremo opposto, il minor grado di penetrazione dei biosimilari si registra in Umbria (8,14%), Calabria (10,78%) e Puglia (11,74%).

 

Medicina di precisione, terapie geniche, intelligenza artificiale, neuro-robotica e big data: sono solo alcuni dei temi con cui i futuri medici si troveranno sempre più a confrontarsi quotidianamente e che dovranno saper gestire al meglio per il bene del paziente.  E’ questa l’essenza di MEDTEC School, il nuovo corso di Laurea internazionale in Medicina di Humanitas University e Politecnico di Milano, che integra e potenzia le competenze della figura professionale del medico chirurgo con quelle tipiche dell'Ingegneria Biomedica. Un corso che, per caratteristiche e durata, è oggi unico al mondo.

Il nuovo corso di Laurea, in lingua inglese, offre un percorso formativo di 6 anni del tutto innovativo e creato ad hoc dai docenti di Humanitas University e del Politecnico. L’obiettivo è formare medici in grado di comprendere a fondo e gestire consapevolmente le tecnologie avanzate che caratterizzano – e sempre più caratterizzeranno in futuro - la professione medica, per offrire ai pazienti cure innovative e personalizzate. Al termine del percorso di studi, i laureati in Medicina potranno richiedere al Politecnico il rilascio anche della Laurea triennale in Ingegneria Biomedica, per poi proseguire secondo la loro vocazione: nella pratica medica nelle Scuole di Specializzazione, nella ricerca medica e ingegneristica con PhD tecnici o direttamente nell’industria.

Con 50 posti disponibili per anno, MEDTEC School sarà ospitato in un nuovo edificio, uno space for education in grado di riflettere anche architettonicamente e nell’organizzazione degli spazi l’integrazione tra Medicina e Ingegneria caratteristica del Corso: laboratori aperti e modulabili, che si connettono con le aule in cui si svolgono le lezioni frontali, favoriranno lo scambio di conoscenze e la comunicazione tra studenti e docenti di discipline diverse. Il nuovo edificio sorgerà nel Campus di Humanitas University, green e hi-tech, con un Simulation Center fra i più avanzati in Europa. La costruzione si avvale del contributo di un’importante donazione privata, proprio come già accaduto per il Mario Luzzatto Simulation Center.

La vicinanza con l’ospedale e con i laboratori di ricerca crea un terreno fertile e rappresenta un valore aggiunto per la crescita dei nuovi professionisti. Humanitas, policlinico ad elevata specializzazione considerato uno degli ospedali tecnologicamente più avanzati d’Europa, è un vero e proprio teaching laboratory dove gli studenti di MEDTEC School avranno la possibilità di entrare fin dall’inizio del loro percorso.

“Nell’ambito delle Scienze della Vita si profilano all’orizzonte grandi sfide: l'invecchiamento della popolazione, l'impatto dell’innovazione, l'accessibilità e sostenibilità dei sistemi nazionali di cura e assistenza - spiega il Presidente di Humanitas Gianfelice Rocca -. In un contesto sociale di complessità crescente, MEDTEC School nasce per rispondere a tali sfide formando professionisti in grado di gestire e sfruttare la tecnologia a vantaggio di una Medicina sempre più umana, innovativa e sostenibile.

La convergenza di Medicina e Ingegneria rappresenta infatti uno dei maggiori fattori di sviluppo futuro, e Milano e la Lombardia sono il motore che può rendere l’Italia propulsore di una Sanità all’avanguardia e accessibile a tutti, facendo leva sulle competenze esistenti e sulla loro sinergia.

MEDTEC School, nato dalla collaborazione tra due istituzioni come Humanitas University e Politecnico di Milano, è un fiore all’occhiello per il territorio lombardo, da sempre luogo privilegiato di partnership tra pubblico e privato al servizio del cittadino. L’approccio didattico innovativo, unito ad una formazione clinica in un grande teaching hospital come Humanitas e al carattere internazionale della nostra Università, lo rendono unico nel panorama europeo e globale”.

“Le grandi università tecniche internazionali, penso a Stanford o a Imperial College, hanno individuato nelle scienze della vita e nella medicina di precisione il futuro delle tecnologie avanzate e della data science. Allo stesso modo, il Politecnico di Milano ha identificato nella medicina, nella salute e nel benessere alcune delle maggiori sfide su cui cimentarsi nel corso dei prossimi anni. Sfide fondamentali anche per consegnare al paese competenze e conoscenze necessarie alla crescita dei nostri laureati. In questa visione si inquadra la nuova proposta formativa, presentata dal Politecnico di Milano e da Humanitas, per creare una nuova figura professionale in grado di unire le competenze mediche con quelle ingegneristiche”, ha affermato Ferruccio Resta, Rettore del Politecnico di Milano.

Negli ultimi decenni il ruolo delle tecnologie in Medicina ha avuto un forte impatto sul percorso di cura dei pazienti, dalla diagnosi alla terapia, contribuendo all'aumento sia dell'aspettativa sia della qualità della vita. Anche la formazione dei medici deve pertanto adeguarsi ed arricchirsi di nuove competenze.

“L’innovazione medica migliora la qualità della vita, ma è necessario trovare un modello che ne garantisca la sostenibilità. Per questo è importante agire fin dalla formazione dei giovani” – afferma Marco Montorsi, rettore di Humanitas University. “E’ fondamentale infatti sviluppare competenze nuove per affrontare situazioni di complessità crescente che potranno ridisegnare il ruolo stesso del medico e il suo rapporto con il paziente, supportato dalla tecnologia. Un approccio didattico innovativo che unito a una formazione sul campo, possibile anche grazie all’ospedale Humanitas che si trova molto vicino, e al carattere internazionale della nostra Università, rendono questo corso unico nel panorama europeo e globale”

Il Corso si basa sull’approccio didattico unico di Humanitas University e del Politecnico di Milano, che prevede l'utilizzo di metodologie interattive, quali il Research-Based Learning, il Problem-Based Learning, il Case Method e il portfolio di competenze. A metterlo a punto il team dei referenti accademici: la Prof.ssa Maria Laura Costantino, Presidente del corso di Laurea MEDTEC School e docente di Ingegneria Biomedica del Politecnico di Milano, il Prof. Maurizio Cecconi, Vice presidente del corso di Laurea MEDTEC School, responsabile di Anestesia e Terapia Intensiva di Humanitas e docente di Anestesiologia di Humanitas University, il Prof. Stefano Duga, Direttore del Dipartimento di Scienze Biomediche e docente di Biologia Molecolare di  Humanitas University e il Prof. Andrea Aliverti, Coordinatore del corso di Dottorato in Bioingegneria e docente di Ingegneria Biomedica del Politecnico di Milano. Il legame fra la formazione medica e quella ingegneristica si dipana lungo tutto il percorso formativo grazie ad un’alternanza di frequenza fra Humanitas University e il Politecnico di Milano. Nei primi 3 anni di corso infatti la frequenza delle lezioni è prevista a semestri alternati nelle due sedi, mentre nei successivi 3 anni prevede corsi e moduli tenuti da docenti del Politecnico presso Humanitas University, in modo da garantire una piena integrazione delle competenze ingegneristiche nel percorso formativo clinico, anche grazie al co-tutoring da parte di docenti del Politecnico in alcune delle attività professionalizzanti tipiche della preparazione del medico.

L’appuntamento con il test d’ingresso è stato il 6 settembre 2019. Il test, interamente in lingua inglese, è volto a cogliere l'attitudine e la propensione dei candidati allo studio sia delle life science tipiche della medicina che delle hard science tipiche dell'ingegneria.


Il 2018/2019 è il quinto anno di attività di Humanitas University, Ateneo dedicato alle Life Sciences strettamente integrato con l’IRCCS Istituto Clinico Humanitas di Rozzano, ospedale e centro di ricerca. Caratteristica di Humanitas University, dove l’insegnamento della Medicina è condotto interamente in lingua inglese, è il respiro internazionale. La visiting faculty include Premi Nobel per la Medicina e ricercatori di fama internazionale. Oltre al corso di Medicina internazionale è presente anche un corso di laurea in Infermieristica, attivo anche presso la sede di Bergamo, e un corso di Laurea in Fisioterapia. Le lezioni si tengono in un Campus, concepito secondo i più moderni standard in termini di tecnologia e comfort ambientale tali da promuovere le occasioni di incontro e di scambio tra docenti, ricercatori e giovani allievi provenienti da ogni parte del mondo. Il nuovo complesso è formato attualmente da 4 edifici per 25 mila mq. Fiore all’occhiello del Campus è il Simulation Lab, che include il Mario Luzzatto Simulation Center e un Anatomy Lab: uno spazio altamente tecnologico di oltre 2.000 mq, tra i più grandi in Europa, a disposizione di studenti, specializzandi e professionisti della salute, che possono formarsi sulla base dei diversi livelli di specializzazione e complessità.

Il Politecnico di Milano è una delle più prestigiose università tecnologiche al mondo, secondo la classifica QS World University Ranking by Subject che lo classifica tra le migliori 20 università in tutte le aree di competenza: al 16° posto in Ingegneria, al 11° in Architettura e al 6° in Design. Fondato nel 1863, è la più grande scuola di architettura, design e ingegneria in Italia, con tre sedi principali situate a Milano e cinque poli territoriali. La ricerca svolta in ateneo si avvale di 250 laboratori all’avanguardia.

 

 

 

Direttamente dalla natura arrivano alcune risposte alla domanda di salute che spesso vengono confortate anche dagli studi della medicina. Esistono, infatti, frutti che utilizzati nelle tradizioni mediche di alcuni paesi anche da migliaia di anni, possono apportare benefici sufficientemente conclamati anche a livello della ricerca scientifica. Questa volta, Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti, vuol parlare dei benefici ed usi di un frutto, già riconosciute fin dall’antichità nel “De Materia Medica” di Dioscoride e riconfermate nel corso del Medioevo nei “Discorsi di Pier Andrea Mattioli sull'opera di Dioscoride”, il mirtillo. Questa bacca è una fonte fenomenale di vitamine e antiossidanti, necessaria per la nostra salute interiore come per la nostra bellezza esteriore. Ma non solo. Secondo i ricercatori della University of East Anglia, nel Regno Unito, questi frutti portentosi mantengono a bada le malattie del cuore e la cosiddetta sindrome metabolica, una situazione clinica in cui diverse condizioni di salute contribuiscono insieme ad innalzare il rischio di sviluppare patologie a carico dell'apparato circolatorio e diabete. Ipertensione, obesità e resistenza all'insulina sono tra questi fattori. Il team del dottor Peter Curtis ha preso in esame 138 partecipanti con una condizione di sovrappeso, di un'età compresa tra i 50 e i 75 anni, affetti da sindrome metabolica. Nei sei mesi di studio, ad un gruppo è stato chiesto loro di consumare i 150 grammi di mirtilli quotidianamente (mirtilli congelati), mentre al secondo è stato offerta un’alternativa simile, ma solo nel gusto: il contenuto dei mirtilli «placebo» era infatti composto da ingredienti e coloranti artificiali. «Abbiamo scoperto che mangiare una tazza di mirtilli al giorno migliora le funzioni vascolari e la rigidità arteriosa, facendo la differenza nella riduzione del rischio di malattie cardiovascolari, un calo tra il 12 e il 15%», ha spiegato dottor Curtis. «Il messaggio, qui, è semplice e accessibile: consumiamo un bicchiere di mirtilli al giorno per migliorare la nostra salute cardiovascolare. Sorprendentemente, abbiamo osservato che una porzione da 75 grammi (mezzo bicchiere) al giorno non offriva gli stessi benefici. È possibile che sia necessaria una dose giornaliera maggiore di mirtilli per ottenere questi benefici nelle persone obese, nella popolazione a rischio, rispetto alla popolazione generale».La ricerca è stata pubblicata nella rivista scientifica American Journal of Clinical Nutrition.

Ottima idea, quella del Porto di Pisa, di riunire autorità marittime e rappresentanti della regione Toscana, della provincia di Pisa e del comune di Pisa, insieme con specialisti scientifici, per presentare nella sua realtà al pubblico il problema dei mari e delle coste invasi da rifiuti di plastica, e le conoscenze attuali su ciò che ne consegue per l’ecosistema e per l’uomo.

Il capitano di vascello Andrea Santini della direzione marittima livornese e il funzionario comunale pisano Marco Redini hanno fra l’altro sollevato la necessità dei controlli per il rispetto delle leggi contro l’abbandono dei rifiuti. La professoressa Cristina Panti dell’università di Siena ha esordito riconoscendo che in sé la plastica è una risorsa preziosa per moltissime attività umane, ma non si può ignorare che nel mondo la sua produzione ha avuto una crescita esponenziale (la docente ha proiettato un grafico che giustifica quest’aggettivo, usato invece molto spesso in modo del tutto errato, come semplice sinonimo di grande). Sicché occorre attenzione, per esempio, alla presenza di additivi dagli effetti sanitari sgraditi, come gli ftalati e il bisfenolo-A.

Che della plastica — o, meglio, delle plastiche, perché di tanti materiali diversi si tratta — non si possa fare a meno l’hanno detto il dottor Antonio Cecchi dei laboratori Archa, azienda privata pisana, e il professor Valter Castelvetro dell’università di Pisa. Il primo ha molto giustamente ammonito che occorre educare le persone a non abbandonare rifiuti nell’ambiente. Su questo punto, chi scrive sostiene da tempo che è necessario sanzionare con severità i contravventori, e dare la massima pubblicità ai casi sanzionati. Se è vero che il mare è grande e cogliere in fragrante i maleducati è difficile, è anche vero che il grosso della plastica arriva al mare dai fiumi, cioè dalla terra, dove sorprendere ogni tanto i colpevoli non è poi così arduo.

Le professoresse Patrizia Cinelli e Maurizia Seggiani dell’università di Pisa hanno chiarito un errore molto frequente nella mentalità diffusa, che confonde l’origine vegetale di certi materiali plastici con la biodegradabilità: non è affatto detto che queste due qualità si trovino nello stesso polimero. Hanno anche mostrato vasetti e bicchieri sperimentali fatti con PHA (poli-idrossi-alcanoati) che si degradano bene nell’acqua di mare, per quanto i loro effetti sulla fauna marina siano ancora allo studio.

Castelvetro ha smontato certe illusioni eccessive sul riciclo, che di fatto è possibile solo per alcuni tipi di plastica. La Germania — ha detto — sta risolvendo il problema con l’incenerimento. Ha poi insistito sul contributo enorme che alle microplastiche e nanoplastiche marine (la differenza sta nelle dimensioni delle particelle) viene dato dal lavaggio dei tessuti sintetici, in particolare dai tessuti in poliestere: le microfibre rilasciate finiscono nelle fogne e poi raggiungono i mari, entrando nella catena alimentare: non si sa con quali effetti per noi consumatori di pesce.

In sostanza, saremmo portati a concludere, pensar di risolvere il problema eliminando la plastica monouso (piatti, bicchieri, posate, bastoncini con fiocchi di bambagia, cannucce per bibite…) è una pia illusione, nel migliore dei casi.

Gianni Fochi, chimico della Normale di Pisa e giornalista scientifico

 

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