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Da Francesco Cusa e Gianni Lenoci due album memorabili

Sorprendente! Aprire un album come "The Uncle (Giano Bifronte" di Francesco Cusa & The Assassins (Improvvisatore involontario/Kut music) e trovarvi dentro un opuscolo con quattro sue poesie dedicate al compianto Gianni Lenoci, delicate, intense, che toccano le tematiche di cosa resti e persista dopo .... fa un certo effetto. Versi sull'amicizia che ė eterna e può esistere anche quando qualcuno non c'è più. Chi ha conosciuto Lenoci, non solo come pianista eccelso ma come persona, può capire quanto intensa possa essere la commozione, anche a distanza di un anno dalla morte, nel pensare di non vederlo più "live" nell'insegnare, concertare, inventare.
Personalmente ho visto Gianni negli anni novanta sonorizzare Willy il coyote, Nosferatu di Dreyer, le immagini surrealiste di Man Ray, il teatro dei burattini - idee irrituali di cui si parlava e che lui aveva accolto e realizzato senza problemi- con una nonchalance unica, quasi lo schermo o il teatrino avessero un collegamento sotterraneo col pianoforte, una liaison occulta che ai comuni mortali sfuggiva e la tastiera funzionasse da macchina da presa per "filmare" in note, oltre alle figure, emozioni, impressioni, stati d'animo.
La stessa disinvolta freschezza lui manifestava a livello umano e così si cementavano i rapporti e comunque le relazioni di stima, apprezzamento, collaborazione reciproca, interplay fra musicisti.
"Amico mio che fai/ in quel delirio di nubi/ lontano, con le mani in tasca?" .
Difficile immaginarlo spento nel suo attivismo multitracce, multiforme, multimediale. Cusa lo ha frequentato, lo ha eretto a mèntore e percorrendone il solco stilistico più avanzato il batterista ce ne offre oggi delle inquadrature sonore "a futura memoria" in uno di due cd in questo album doppio che vede come ospite il saxtenorista Giovanni Benvenuti, nel trio ferrato dalla compresenza della vocalist-violinista Valeria Sturba (nel cd senza Lenoci) e del bassista Ferdinando Romano. Ma perché mai "Giano Bifronte"? Già la presenza di Lenoci, alla cui memoria il prodotto è intitolato, sta a simboleggiare come nel jazz si possa guardare indietro e avanti, e come poi certe "doppiezze" - come il post-bop avanguardizzato in free del FCT e la dolcezza poetica di fondo - alla fine si possano ricongiungere in unum.
Persino lo scalpore di una batteria fumantina e pirotecnica come quella di Cusa può convergere in quel lirismo vivo che rende a suo modo unico questo progetto compositivo e di improvvisazione "volontaria", nato per svelare il vero volto di Giano, quello invisibile "che guarda il presente e che, come l'occhio di Shiva, contiene tutte le realtà". 

Altro album da ricordare " Wild Geese" ultima registrazione di Gianni Lenoci in trio con Pasquale Gadaleta al contrabbasso e Ra Kalam Bob Moses alla batteria e percussioni con brani di Ornette Coleman, Carla Bley, Gary Peacock.
Una produzione Dodicilune, realizzata col sostegno di Puglia Sounds Record, il cui titolo è ripreso dalla poesia di Mary Oliver "Oche Selvagge" che ci da l'idea di come Lenoci sapesse spaziare da Bach a Cage. Un disco memorabile per ricordare un pianista colto, colto in quella istantaneità di pensiero creativo e azione musicale, fra dire e fare sonoro, che ne è stata una delle caratteristiche più significative.

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