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Lello Petrarca e Claudio Angeleri, due pianisti per la pugliese Dodicilune

Che relazione ci può essere, discograficamente parlando, fra un preludio di Debussy e un Preludio in Jazz? O fra il famoso Adagio dalla Patetica di Beethoven e lo standard Someday My Prince Will Come? Una soluzione ce la offre l'album del pianista Lello Petrarca, Reflections, edito dalla label pugliese Dodicilune. 

Che ci offre l'opportunitá di mettere sullo stesso "piatto" un differenziato menu musicale in cui esegue alcuni suoi brani di fragrante freschezza e nel contempo ostenta un proprio stile onnivoro, che pesca in diversi ambiti, a partire dal pop fino appunto al pianismo classico romantico. La perla del lavoro resta la Turca Fuga ispirata al Rondò Alla Turca di quel Mozart nel quale giá Fausto Torrefranca nel lontano 1945 diagnosticava germi di jazz. 

È un vagabondare fra linguaggi, scrive Gabriele Mirabassi nelle liner notes.

Certo ma l'Io Vagabondo "petrarchesco" e quello dei suoi partners Vincenzo Faraldo al contrabbasso e Aldo Fucile alla batteria, non si sfilaccia in mille rivoli anzi si proietta in avanti in un alveo di Riflessioni che sanno guardare al passato dei grandi pianisti della musica afroamericana, e ancora più indietro fino ai mostri sacri occidentali del pentagramma . 

Sarebbe interessante, viste le premesse, vederlo alla prova di un cd monografico dedicato a uno di loro, Beethoven per esempio, tipo Friedrick Gulda, visto che ci si chiede ancora "Did Beethoven invent jazz? (Keyboardimpro.com). Per una nuova "Cura Ludovico" a cui sarebbe piacevole sottoporsi, da ascoltatori di jazz e non solo!

***

Nell'album Blues Is More (Dodicilune) il pianista Claudio Angeleri, uno dei jazzisti italiani più in vista, si avvale di un gruppo ben assortito di musicisti nell'accompagnarlo ovvero il sassofonista Gabriele Comeglio, il trombonista Andrea Andreoli, il bassista Marco Esposito, il batterista Luca Bongiovanni con ospiti del 5et la vocalist Paola Milzani e il flautista Giulio Visibelli.

Anche indovinata si presenta la scelta dei pezzi, sia quelli di Ellington, Powell e Monk che gli altri, a propria firma, dai quali si evidenziano rodate attitudini compositive ed una vena ispirativa non comune.

Ma il disco ha una caratteristica che lo rende se non unico (in Italia) almeno particolare: rappresenta un primo step di ricerche sulle teorie musicali del musicologo svizzero naturalizzato americano Ernst Levy. Un pensiero che affonda le radici in Zarlino e che ha influenzato Steve Coleman con il M-Base Movement oltre agli stessi Herbie Hancock e Jacob Collier; e vanta proseliti anche in altre aree, vedasi, per esempio, il flamenco del chitarrista Ruben Diaz. Al centro sta il concetto di Armonia Negativa. Senza entrare in tecnicismi, l'idea è armonizzare tramite intervalli inversi, lavorare su accordi rovesciati, per esempio sovrapponendo a un do maggiore un fa minore, quasi visti allo specchio (Mirror Harmony) con risultati che non danno luogo a dissonanze o consonanze convenzionali comunque a simmetrie che producono colore, sospensione, fors'anche un effetto straniante all'esecuzione. 

Ma la "Negative Harmony" può interessare il musicista non l'ascoltatore appassionato di jazz il quale va peraltro rassicurato sulla piena godibilitá della musica in questione. Poichè, al di lá dei teoremi tecnici, in questa musica, rimane un piacevole sostrato blues, anzi Blues Is More.

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