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Domenica, 26 Marzo 2017

Mabel Causarano e le sue radici italiane nel cuore

Recentemente ho avuto il piacere di intervistare l’ex Ministro della Cultura del Paraguay  Mabel Causarano.  Nata ad Asunçion (Paraguay)  da famiglia di origine italiana, ha compiuto gli studi universitari in Architettura  presso l’Università La Sapienza di Roma ed ha vissuto nel nostro Paese per diciannove anni.

Nella sua lunga carriera ha effettuato importanti pubblicazioni e ricoperto incarichi di notevole levatura; anche docente universitaria,  è stata  Ministro della Cultura dal 2013 al 2016, una prestigiosa esperienza, nel corso della quale ha svolto un proficuo lavoro volto ad implementare la cultura, intesa come volano dei vari settori della politica pubblica.

La tutela e la valorizzazione  del patrimonio ambientale, architettonico e paesaggistico del suo splendido Paese, ricco di ancestrale cultura, usi e tradizioni, sono stati i punti salienti  sui quali focalizzare con la massima attenzione la sua attività, che ha avuto continuità anche dopo il termine del mandato, grazie alle politiche intraprese dal nuovo Ministro della Cultura e ciò è per lei motivo di grande soddisfazione.

La scorsa estate è tornata in Italia, poiché premiata al Premio Ragusani nel Mondo come eccellenza di origine iblea nel mondo e con l’occasione è tornata a Ragusa, accolta dalla autorità e dalla cittadinanza con lo stesso calore di una grande famiglia; nel corso del suo soggiorno ha visitato di nuovo luoghi a lei già noti  e riassaporato la calda atmosfera siciliana, ritrovando lo spirito che appartiene alle sue radici familiari.

Del resto, in tutti questi anni è tornata molto spesso nel nostro Paese, con il quale è rimasta sempre in stretto contatto, attraverso le tante amicizie che coltiva da anni e gli abbonamenti a giornali italiani, dei  quali è affezionata lettrice.

Mabel Causarano  è una donna di grande spessore culturale, dotata di rara umanità e sensibilità e gli argomenti che potremmo trattare sono infiniti. Inoltre, è piacevole constatare che il suo amore per l’Italia è straordinariamente forte e legato alla sua identità familiare, della quale è orgogliosa e ciò si percepisce dal suo sorriso,velato da una certa commozione, quando parla delle sue frequentazioni della comunità italiana ad Asunçion, dei ricordi giovanili dei nonni materni e paterni  e degli zii,che in casa parlavano siciliano e dei suoi studi primari e liceali compiuti presso l’Istituto Dante Alighieri, per poi iscriversi all’Università di Roma. Un crescendo di intense emozioni con le quali sono entrata agevolmente in empatia nel corso della nostra intervista.  

Recentemente ha concluso il suo incarico di Ministro della Cultura del Paraguay. Cosa le piace ricordare, in particolare, di un’esperienza di così elevato spessore?

Sono stati tre anni di intenso lavoro, parte dei quali di ricostruzione del processo iniziato nel 2008 e  interrotto bruscamente con l’impeachment del Presidente Fernando Lugo, il 21 giugno 2012. A metà agosto 2013 ho assunto la funzione ministeriale, con il preciso scopo di fare della dimensione culturale uno dei cardini dello sviluppo del paese, che comprenda trasversalmente le politiche pubbliche degli altri settori:  educazione, salute, alloggio, ambiente, lavori pubblici. Premetto  che nel Paraguay, in genere,  la cultura è strettamente legata alle tradizioni riguardanti la musica, la danza, i miti e le leggende popolari, oppure, la si identifica con le espressioni artistiche riservate agli strati sociali con maggiore potere d’acquisto.

Dal Ministero della Cultura abbiamo puntato ad evidenziare che il patrimonio urbano ed  architettonico, l’edilizia modesta e il paesaggio storico sono dei beni culturali da tutelare e valorizzare, che la vita sociale migliora quando gli spazi pubblici sono sicuri ed accoglienti,  che la modernizzazione non si identifica con la quantità di nuovi centri commerciali, né con la privatizzazione degli spazi nei nuovi quartieri suburbani, veri enclavi dei ricchi.   

Posso dirmi soddisfatta dei risultati ottenuti in un arco temporale relativamente breve. Una politica culturale avviata, un Piano Nazionale della Cultura redatto e applicato, l’inizio del recupero del centro storico di Asunción e di altri tre, tra i quali quello di San Ignacio Guasú, fulcro dell’esperienza gesuitica nel Sudamerica. Abbiamo iniziato il decentramento della politica culturale e amplificato la nostra presenza nelle organizzazioni regionali ed internazionali, (MERCOSUR, OEA, UNESCO, fra altre). Mi rallegra vedere che l’attuale ministro della Cultura porta avanti queste iniziative e ciò lo  ritengo un buon risultato, poiché non è comune che si dia continuità a dei processi, quando cambia l’amministrazione di un ente pubblico.

Nel suo bellissimo Paese la maggioranza della popolazione parla il guaranì, lingua indigena  diversa dallo spagnolo; questo motivo conferisce una singolare connotazione alla lingua spagnola paraguaiana. Quali effetti socio-culturali produce il fenomeno della diglossia, ovvero, della compresenza di due lingue relativamente differenti, seppur storicamente contigue?

Il guaraní è sopravvissuto alla colonizzazione spagnola, alle guerre contro i paesi vicini, ai diversi governi che hanno cercato di sradicarlo. La forza della lingua ha permeato non soltanto lo spagnolo – unica lingua ufficiale fino a 1992 – ma la forma mentis predominante.

La cosmovisione diffusa nel Paraguay è segnata dal guaraní, che proviene dalla lingua parlata dai gruppi carió che entrarono in contatto con gli spagnoli cinquecento anni fa, ma che mantiene la sua vitalità ed è parlata da una popolazione che non è indigena. Addirittura la imparano gli stranieri che si stabiliscono nel Paraguay. La compresenza di ambedue le lingue, molto vicine ma differenziate socialmente, ha fatto del guaraní il tratto identitario nazionale più importante, quello che permette ai paraguaiani di riconoscersi quando sono all’estero e che nella vita quotidiana viene praticato per esprimere sentimenti particolari, o rendere più colorito un discorso.

È opportuno sottolineare che c’è un’opposizione di sistemi linguistici che produce interferenze e reciproche erosioni nei livelli sintattici, semantici e pragmatici, come attesta Bartomeu Meliá, noto studioso della lingua e della cultura guaraní.  Per lunghi periodi il guaraní ha avuto una connotazione sfavorevole;  lo si è considerato un intralcio per “parlare bene” lo spagnolo, la lingua egemonica.

Nel Paraguay ci sono 19 lingue indigene, parlate dalle rispettive comunità originarie; ma soltanto il guaraní ha acquisito il carattere di lingua nazionale.

Quanto si è tenuto conto di questa situazione di bilinguismo nell’ambito del vostro sistema d’istruzione?

Nel corso della storia moderna paraguaiana il sistema d’istruzione non incluse il guaraní, condizione questa che favorì la diglossia; ora lo si insegna fino alle medie inferiori ma, a mio avviso, con un metodo inadeguato,  simile a quello che si utilizza per insegnare le lingue straniere, come se fosse  un fenomeno estraneo alla società. Continua ad esserci un divario fra la politica culturale e quella dell’istruzione, che è fondamentale risolvere.

La legge garantisce che l’alfabetizzazione sia fatta nella lingua materna, diritto che si applica nelle comunità dove si parla prevalentemente il guaranì, oppure un’altra lingua nativa. 

Fino a vent’anni fa, la maggioranza della popolazione paraguaiana viveva nelle campagne, situazione atipica nella realtà sudamericana degli ultimi decenni. Il flusso migratorio paraguaiano si è diretto principalmente verso la capitale argentina Buenos Aires, invece di Asunçion. La mancanza di pressione demografica rappresenta il principale motivo per cui la maggior parte delle città del Paraguay, compresa la capitale, hanno mantenuto caratteristiche provinciali fino a tempi recenti?

Penso che sia uno dei principali motivi,  associato ad altri, come la conformazione geografica senza uscita diretta al mare e, quindi, poco accessibile ai flussi migratori europei,  particolarmente quelli arrivati nella seconda metà del secolo XIX e nei primi decenni del secolo scorso; la persistenza di sistemi produttivi primari tuttora presenti; la modalità estrattiva che prevale di fronte ad una  bassissima industrializzazione; l’espansione urbanistica di Buenos Aires, con un’importante domanda di mano d’opera, principalmente nel settore dell’edilizia. Tuttavia, hanno fortemente  contribuito anche le repressioni politiche, particolarmente durante la dittatura del Generale Stroessner (1954 – 1898)  e cause economiche.

La crescita demografica di Asunción e di altre città paraguaiane fu molto contenuta se posta a  confronto con  Rio de Janeiro, Sao Paulo, la stessa Buenos Aires o  Lima. L’area metropolitana di Asunción, cioè la conurbazione con altri comuni,  non ha più di 40 anni.

Queste condizioni hanno favorito la scarsa dimestichezza della popolazione con la previsione e quindi delle istituzioni, volte alla messa a punto di  sistemi de pianificazione. Tutto ciò ha prodotto  effetti negativi nella conservazione delle risorse naturali, nell’approvvigionamento delle infrastrutture, delle attrezzature  e dei servizi pubblici.

Fra il 1864 e il 1870 il suo Paese ha combattuto una guerra contro tre Paesi alleati: Argentina, Brasile e Uruguay. In questo tragico conflitto sono caduti circa i due terzi della popolazione; dei sopravvissuti, il 90% erano donne e il restante 10% era costituito da anziani e bambini in tenera età. Per questa ragione, verso la fine della guerra, furono presenti nei campi di battaglia anche i bambini, mascherati da adulti. Le cicatrici di tale violenza nella violenza sono ancora ben visibili nel tessuto sociale del Paraguay e spesso vengono “utilizzate” per giustificare frustrazioni ed altri atteggiamenti. Una sorta di deminutio capitis collettiva, che si potrebbe forse superare attraverso una mirata politica sociale ed educativa, partendo dalla scuola?

“La guerra del Paraguay”come è denominato il conflitto armato che vide il Paese combattere contro gli alleati, fu una guerra di sterminio; la popolazione paraguaiana fu annientata. Le conseguenze si riflettono nell’immaginario collettivo; i simboli associati alla guerra si tramandano da 150 anni e mantengono una singolare attualità. Sorprende a molti che altri Paesi, nonostante abbiano subito importanti danni materiali ed enormi perdite umane, come la Germania ed il Giappone, siano riusciti ad elaborare l’esperienza della tragedia e gestire le conseguenze in tempi più brevi.

Ma bisogna tener conto che nei casi citati le immense perdite umane non ebbero l’impatto percentuale della guerra nel Paraguay, la cui popolazione, da quasi un milione  fu ridotta a meno di 200.000 persone, in grande maggioranza donne. E che per la ricostruzione economica ed edilizia il Paese non ebbe gli aiuti che dopo le guerre mondiali ricevettero gli Stati sconfitti. Per la ripresa non ci fu un equivalente del Piano Marshall e il Paraguay ha dovuto cavarsela da solo.

Sono sicura che una mirata politica culturale ed educativa contribuirebbe a chiudere le ferite ancora aperte. Historia magistra vitae, diceva Cicerone; la storia insegna a vivere il presente e a proiettare il futuro. Imparare dalla storia implica mantenere un legame dinamico e creativo con il passato; evita di restarne prigioneri e di consolidare qualsiasi forma di determinismo.   

Vorrebbe parlarmi del concetto di isola circondata da terra espresso dal più conosciuto e maggiore scrittore paraguaiano Augusto Roa Bastos?

Roa Bastos parla di due tipi di isolamento: geografico e linguistico.

Egli scrisse che nel contesto generale della cultura ispano-americana il Paraguay è rimasto praticamente sconosciuto; che è stato un’isola localizzata nel cuore del continente sudamericano, ma un’isola circondata da terra piuttosto che dall’acqua. Sottolinea che, pur essendo la coesistenza delle due lingue un caso unico in tutta l’America Latina, gli studiosi della cultura americana non si sforzarono per capire i motivi che hanno fatto della cultura paraguaiana un’incognita;una “Terra sconosciuta” e sottratta, per cause misteriose, all’esplorazione e all’analisi.

La sensibilità dello scrittore sintetizza in una metafora gli aspetti singolari della società paraguaiana, che in modo molto schematico ho cercato di riassumere. 

Lo scorso agosto lei è stata premiata nell’ambito del prestigioso Premio Ragusani del Mondo, dove ho avuto il piacere di conoscerla,  accanto ad altre eccellenze di origine iblea, che si sono particolarmente distinte nel mondo in campo medico, scientifico, artistico, intellettuale, culturale e socio-umanitario.  Cosa ricorda della calorosa accoglienza riservatale a Ragusa, città d’origine della sua nonna paterna?

È stato un grande onore. Ho dei cari e bellissimi ricordi. In primo luogo, la splendida accoglienza e  la continua attenzione, l’accuratezza dell’organizzazione, la calda risposta del pubblico e delle autorità comunali. Mi é stata offerta l’opportunità di conoscere diverse persone note  per il loro contributo nei rispettivi settori di attività. Far parte di questa rete mondiale è un privilegio che apre molti spazi alle opportunità.

Debbo anche dire che l’evento mi ha permesso di ritornare a Ragusa, città che avevo visitato diverse volte, ma per me è sempre un grande piacere rivederla e riscoprirla. Mi sono sentita a casa, sapendo comunque che non avrei potuto rimanerci. Mi è sembrato di rincontrarmi in famiglia, come capita di fare nei momenti lieti, festivi.   

Da grande appassionata di arte e cultura, in che misura è legata alle sue radici in parte italiane?

Sono molto legata all’Italia. Non potrebbe essere diversamente, dal momento che sono nata e cresciuta nel bel mezzo della comunità italiana di Asunción e  sin da piccola ho ascoltato il siciliano,  parlato dai miei genitori, dagli zii, dai nostri vicini. I miei nonni materni, i Gulino, sono oriundi di Ragusa; i nonni paterni vennero da Scicli. Ho fatto la scuola materna,  le elementari, le medie e il liceo nella scuola Dante Alighieri e vinsi una borsa di studio del Governo italiano per studiare Architettura a Roma. Ho vissuto 19 anni in Italia. Sono abbonata a giornali italiani, mantengo stretti rapporti con gli amici conosciuti a Roma e a Milano e vengo in Italia ogni volta che posso.

L’italiano è in genere una persona aperta, flessibile, curiosa, disposta ad acquisire conoscenze e nuove abitudini. Penso che le radici e la cultura italiane mi sono state di grande ausilio  per reinserirmi nell’ambiente paraguaiano dopo una così lunga assenza. Studiare e lavorare in Italia mi ha permesso di avere non soltanto una buona formazione accademica, ma anche un approccio positivo per gestire i conflitti propri della condizione politica paraguaiana di allora, risultante di un regime dittatoriale durato 35 anni. É stata un’importante sfida vivere in un ambiente che reprimeva ogni forma di dissenso e di opposizione, avendo alle spalle un’esperienza italiana di vita plurale, dove il confronto è di casa.

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