Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Venerdì, 22 Gennaio 2021

La label romana Parco della Musica Records pubblica "Hide, Show Yourself", album a firma del bassista Danilo Gallo (con) Dark Dry Tears, quartetto pianoless che vede ai sax tenore e clarino gli specialisti Massimiliano Milesi (anche al soprano) e Francesco Bigoni con il maestoso Jim Black alla batteria, uno degli esponenti più in vista dell'attuale panorama del jazz americano.
Sono in tutto tredici le sue composizioni quivi contenute, ben diverse fra loro eppure collegate da una sottile linea creativa e di arrangiamento nonché da uno spiccato senso armonico, stemperato da timbri rock punk grunge oltre che da nervose e irregolari accentazioni nella pulsazione ritmica.
Gallo, che si alterna anche su chitarra baritona ed acustica, sposta spesso la propria postazione sonora da ruoli di sfondo ad altri solistici con toni sempre antiretorici, mai sovreccitati o campeggianti sugli altri strumenti dei partners.
I due fiati, a partire già dal primo brano in scaletta, "Demolition", imbastiscono un sound "eloquiale" e nitido nel navigato interplay che svolge un ruolo fondamentale nell'esposizione dei temi e nel loro camuffamento tramite l'improvvisazione, quasi fosse il gioco del "nascondi e mostra te stesso"' evocato dal titolo del disco.
In effetti è tutta l'ora di musica registrata ad esser costellata di bilanciati chiaroscuri, sospensioni e accelerazioni, rilanci percussivi e ritorni lirici della melodia, per un jazz che, per parafrasare le parole del leader riportate in cover, ricerca un'apertura nel muro da cui scrutare il moto dell'universo.

Ecco ancora Parco della Musica Records, etichetta della Fondazione Musica per Roma, annoverare in catalogo "Only Human" del Maurizio Giammarco Halfplugged Syncotribe.
Il 5et, dunque una soluzione più estesa del precedente Trio Syncotribe, vede affiancati, oltre ai sax del leader, il piano e l'organo di Luca Mannutza quindi la chitarra di Paolo Zou, il contrabbasso di Matteo Bortone e la batteria di Enrico Morello. Una formazione travolgente quella reclutata per questo progetto in cui il "jazzautore" Giammarco, gran levigatore del suono sassofonico, attualizza la propria idea di una musica d'insieme non assillata dal cruccio della redditività del prodotto discografico né dalla relativa accettazione da parte del mercato. Una strada artistica, quella da lui intrapresa, che consente ampi svincoli ai grumi di sinapsi immagazzinati dalla mente ideativa suggerendo all'intelletto creativo di manifestarsi in varie forme, connettendo metà (halfplugged) distanti quali la tradizione del blues e il "sinco" più metricamente avanzato. Un compact dunque pensato e ragionato ancor prima che suonato, i cui nove brani sono peraltro messi su in maniera "naturale" quasi un preludio al risveglio di un nuovo "umanesimo" musicale. 
Giammarco è infatti fiducioso nell'essere umano, anche nella sua fallibilità "aspetto collaterale dell'enorme e ancora inutilizzato potenziale delle sue capacità intellettive". Ed elegge il jazz a momento esperienziale di assunti che egli stesso ha maturato in una attività professionale di primo piano e nella stessa propria vita di musicista. 

Un dolce da colazione per una colazione dolce  e una golosa merenda per tutti cosparso di zucchero a velo. Questo il Danubio un dolce, o meglio una brioche  molto soffice che si può preparare con svariati ripieni,  è composto da tante brioscine a forma di palline.

Come tutte le storie che girano intorno alla cucina, l’amore è all’origine di questo dolce che ci arriva dalla Boemia.

Giovanni Scaturchio, pasticciere  calabrese di nascita  napoletano di adozione,

era tornato a Napoli, dopo la Prima Guerra mondiale, portando con se  la bellissima  moglie salisburghese. Nel 1905 il nostro aveva fondato una pasticceria in piazza San Domenico Maggiore, dove si trova tutt’oggi.

Tanti i dolci che venivano preparati nel laboratorio come: la Pastiera, i Babà, le Sfogliatelle ricce e frolle, i Roccocò, gli Struffoli  e le “novità” che ci venivano d’oltralpe come: lo Strudel, la torta Sacher e proprio il Buchteln, che presto venne chiamato  Brioscina dolce del Danubio, ripiena di marmellata. La  ricetta del dolce austriaco Buchteln venne regalata con un atto d’amore dalla moglie austriaca di Giovanni, che la portò in dote insieme ai pizzi e merletti. Le “Brioscine del Danubio”, in seguito chiamate solo “Danubio” furono prodotte dalla pasticceria Scaturchio dal 1920, quindi è da un secolo che i napoletani ( e non solo) sono deliziati da questa bontà.

Inizialmente il  Danubio  era un dolce tipicamente pasquale, oggi invece la tradizione napoletana lo colloca in ogni festa, specialmente a Natale,  quale gustoso centro-tavola. I morbidi panini uniti insieme sono pronti da mangiare in modo che ognuno può prenderne uno.

Antimo Caputo, Amministratore Delegato del  celebre  Mulino di Napoli ha ideato un contest per non dimenticare la ricorrenza delle cento candeline :  «Abbiamo ideato un contest  rivolto a chi ama cucinare e preparare bontà. Noi del Mulino Caputo - ha riferito Antimo Caputo - siamo molto attenti alle nostre tradizioni e al lavoro degli artigiani che, da sempre, hanno profuso energie e idee per creare prodotti tipici. Quella del Danubio è la rivisitazione di una specialità d’oltralpe, diventata squisitamente napoletana e da qui diffusa in tutt’Italia, grazie alla tipica esuberanza della creatività partenopea». Quest’anno si è deciso di ricordare tutti assieme il Danubio, perché vantare cent’anni ininterrotti di apprezzamenti non è da tutti. Dolce o salato, il Danubio a Napoli è un’istituzione: non c’è festa, rinfresco o buffet che non lo preveda. Per celebrare il centenario, Mulino Caputo lancia un social contest rivolto a quanti siano appassionati di impasti, lievitazioni e arte bianca. La storia della cucina napoletana è ricca di revisioni, riletture e reinterpretazioni di ricette arrivate, nel tempo, da tutte le parti del mondo. E il Danubio non fa eccezione: a Napoli, accanto alla versione dolce,  si sono impasti ripieni rustici, che prevedono  formaggio, salame e prosciutto  che riscuotono grande apprezzamento. La Mulino Caputo ha deciso di festeggiare i cento anni della brioche con un contest, chiedendo  di proporre la personale ricetta indicando  gli ingredienti utilizzati, pubblicando entro il 20 novembre la ricetta corredata di una foto su l’hashtag #danubio100   e   #mulinocaputo

Il Danubio a pieno titolo è diventato un classico della cucina napoletana particolarmente indicato  per le feste di compleanno dei più piccoli o  per  la colazione del mattino,  piace a tutti per la sua praticità e siamo certi con il contest si conosceranno varianti di tutti i tipi frutto dell’originalità e inventiva delle donne di Napoli.  Le donne di Napoli - come nella canzone di Francesco Baccini – «Sono tutte delle mamme, le donne di Napoli si gettano tra le fiamme,le donne di Napoli, Dio, ma che bella invenzione riescono a ridere anche sotto l'alluvione e anch'esse fanno da mangiare, sanno cucinare odiano stirare e san far l'amore» ed è proprio l’amore che Giovanni Scaturchio ha avuto per la giovane moglie che ci ha consentito di avere a Napoli il “Danubio” senza dover andare a Vienna.

 

Per il mondo dello spettacolo l'anno bisesto 2020 è stato se non proprio funesto, per parafrasare il famoso detto popolare, diciamo dannoso o meglio pernicioso a causa del covid.
Un settore che vive di relazioni, a partire dai concerti, come quello della musica, ma si potrebbe dire lo stesso del teatro del cinema o dello spettacolo circense, ha subito ancor più i colpi delle restrizioni imposte da una pandemia che sembrava sopita d'estate e che in autunno è riemersa con vigore. Il jazz, nella fattispecie, per l'alto tasso di "internazionalità" dei propri scambi e contatti, è uno dei comparti più colpiti sia sul piano economico che organizzativo. E lo è anche, è il caso di dire, nel cuore stesso di una musica che vive e si alimenta del confronto e della contaminazione fra le culture e i musicisti e che anzi nell'interrelazione ha sempre trovato motivo di rigenerazione e crescita.
Il giornalista e critico musicale Gerlando Gatto, già in pieno lockdown, ha pensato bene di registrare quanto stava avvenendo nel jazz italiano interrogandone una serie di protagonisti per capire come stessero vivendo la situazione da thriller fantascientifico in cui si era piombati.
Messe assieme, le 41 interviste, sono diventate ""Il jazz italiano in epoca Covid. Parlano i jazzisti", GG Edizioni, prefazione di Massimo Giuseppe Bianchi, un libro-inchiesta del tutto particolare che si differenzia dai precedenti due volumi di interviste dello stesso studioso editi da KappaVu. Non si tratta intanto di un appello alle istituzioni anche se un intervento dall'alto è evocato in modo più o meno esplicito. Il volume fotografa attentamente le ansie di prestigiosi protagonisti della scena musicale jazzistica e, coadiuvato da Marina Tuni e Daniela Floris, collaboratrici storiche di "A proposito di Jazz" rivista diretta dallo stesso Gatto, ci rivela inediti profili umani prima ancora che artistici degli intervistati.
Il valore del libro sta proprio nell'approfondimento, per molti versi psicologico, che vien fatto, connotato che lo colloca in un saggismo "di lunga durata"; nel senso che, specie quando finalmente ci si ritroverà fuori da questa esperienza tragica che sta piegando e piagando il mondo intero, così almeno si spera, lo si potrà ancora leggere come una testimonianza "dal di dentro" di ciò che andava succedendo, al di là dei numeri statistici e del macabro gossip sul "chi è" il contagiato di turno, un "selfie" su carta delle paure e delle speranze di persone che hanno investito tempo, risorse, la vita stessa in musica, nel jazz, e che si son trovate ad affrontare ed a confrontarsi con un problema più grande di loro e comunque non di loro competenza.
Chi lavora nella musica si è sentito ancora più "debole" ma di certo se non ci fosse stata la musica l'isolamento da lockdown sarebbe risultato ancor più deprimente e solitario.
Un libro del genere aiuta a riflettere sul mondo del jazz facendolo sentire più vicino anche a chi non ė appassionato del genere. La musica e l'arte saranno pure sovrastrutture dell'economia ma interessano strutture dell'animo umano. E di questi tempi sono antidoti all'angoscia e vaccini contro lo sconforto. È questo il messaggio d'insieme che Gatto trasmette tramite la voce dei jazzisti in questo volume

Pubblicità laterale

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI