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Mercoledì, 15 Luglio 2020

Sul Sentiero è un album di 14 brani di Sergio Cammariere pubblicato nel 2004. Il disco, prodotto da Biagio Pagano, vede la partecipazione di storici partners del cantautore calabrese come Il violinista Olen Cesari, il batterista Amedeo Ariano, il contrabbassista Luca Bulgarelli, il trombettista Fabrizio Bosso, il percussionista Simone Haggiag. 
Gli arrangiamenti e la direzione della piccola orchestra sono di Paolo Silvestri.
Un lavoro "di mezzo", che si va a situare fra Dalla pace del mare lontano del 2003 e Il pane il vino la visione del 2006, all'interno del quale si trovano note composizioni del suo repertorio quali La canzone dell'impossibile e Spiagge lontane, quest'ultima fra le prime dieci in classifica.
Ma è anche un lavoro centrale nel "Sentiero" artistico dell'artista crotonese che va a focalizzare i lineamenti di una personalità complessa di interprete postromantico, la cui musica è avviluppata di poesia, con una vocalità di stampo europeo, un pianismo dalle visibili propaggini jazz, un comporre aperto anche a ricorrenti brecce latine ed etniche ed a schiusure classicheggianti, vedansi in rete al riguardo i pregevoli barocchismi dei duetti fra il pianoforte di Cammariere ed il violino di Cesari nel concerto al Teatro Smeraldo di Milano del 2005. 
C'è pure, nel compact, Casa Lumiere, un brano strumentale virtualmente vestito di celluloide un cui video su Youtube 2007 monta foto di Charlot.
È musica chapliniana? In effetti il duo Cesari-Cammariere pare dar voce ad un film muto, in una saletta di inizio novecento, in un posto magico, posizionato in qualche angolo della memoria visiva che registra le immagini dei primi quadri viventi del cinematografo. 
Ma c'è un altro filmato, postato nove anni fa, che ritrae interni di una casa d'epoca, con i mobili in ferro battuto, una lunga scala che si inerpica su tre ambienti, una panca in legno come la sedia scheggiata, il camino decorato artigianalmente, un telefono d'epoca, dei cuscini ricamati, uno scheletro di carrozzina tipo Potemkin in cima ai gradini, dei vasi di creta, un contrabbasso posato a terra quasi dormiente, lo scrittoio stranamente sistemato in cantinetta, molte icone sacre, un pianoforte liberty Eduard Seiler con poggiata su una custodia di mandolino, alcune bambole di stoffa, una radio d'annata, e infine le sagome dei due musicisti. Le madeleines sono fuori dagli scatti del fotografo Nino Cagnetta and partner (ma.pi.nino) ma, ė garantito, ci sono!
Dove siamo? La curiosità e legittima. Difficile capirlo dagli squarci di profili di case che trapelano da uno specchio. Vecchia Vienna? Budapest Storica? La Ville (dei fratelli) Lumière? Niente di tutto ciò! Siamo a San Fili, un "presepe" vicino Cosenza, ai piedi della chiesa Madre, non distante dalla dimora di Nicola Misasi anziano, sita poco più giù, in via Rinacchio. Ma potremmo essere anche altrove, in un non-luogo, nelle Stanze dei Ricordi, angoli che sanno d'antico e odorano di quel sapore vetusto che inebria l'anima mentre ti avvolgono, come "fili" di nebbia, le melodie di due strumenti che suonano un walzer.

In questi giorni di isolamento, il fotografo e giornalista Massimo Pacifico ha messo insieme il video "Museitalia", con le sue foto scattate negli ultimi anni in venti musei italiani: Museo di Arte Contemporanea di Rivoli; Museo Egizio di Torino; Galleria d’Arte Moderna; Museo del Novecento; Pinacoteca di Brera, Milano; Galleria degli Uffizi; Museo Marino Marini; Galleria dell’Accademia; Galleria Palatina e di Arte Moderna; Museo Nazionale del Bargello; Museo dell’Opera del Duomo; Musei Capitolini.

"Con la speranza che tutti i musei possano riaprire al più presto, in sicurezza, e che il patrimonio del Bel paese possa essere di nuovo goduto dal vero, chiediamo a tutti di diffondere, senza alcun problema di copyright, questo video in nome della Cultura che affratella l’Umanità." Sono le parole di Cecilia Sandroni, giornalista e fondatrice della piattaforma di comunicazione globale ItaliensPR, che promuove l'iniziativa guidata dalla convinzione che l'educazione artistica sia elemento essenziale per la crescita individuale.

Massimo Pacifico, nato a Sulmona in Abruzzo, si è laureato in Scienze Politiche all'Università di Firenze (1976) prima di diventare fotoreporter professionista.
Come libero professionista ha prodotto centinaia di racconti fotografici in cinque continenti, dall'Alaska (USA) al Nuovo Galles del Sud (Australia).
Nel 2006 fonda e dirige, a Milano, la rivista VERVE, e poi quattro anni dopo, BOGART.

È un appassionato collezionista di libri del poeta latino Ovidio, suo concittadino, di arte tribale indiana e di fotografie d'epoca. Ama l'Asia. La sua casa si trova sulle colline fiorentine, dove guida una TC TC del 1948 verde da corsa inglese, un'auto che ha solo tre anni più di lui e il cui precedente proprietario e amico, Leo Lionni, (il mitico designer della rivista Fortune a metà Anni '50), girava spesso per la Riviera Ligure con il suo buon compagno Italo Calvino.
 

L'argomento potremmo subito chiuderlo o liquidarlo, con la seguente riflessione: ma a chi interessa soprattutto quest'anno festeggiare il 25 aprile quando gli italiani stanno morendo di coronavirus e probabilmente prossimi a morire di pandemia economica, con imprenditori veri, operai, commercianti, lavoratori tutti, che presto saranno sul lastrico e costretti a ritirare il pacco alimentare.

«Eppure per una piccola cricca di giornalisti, di vergatori di romanzetti, di politicanti piddini e 5 stelle, di nani e ballerine del piccolo schermo, tutti firmatari del manifesto dell’Anpi, sembra sia diventata la priorità di questi giorni». Tutti questi «come gli spettri che cercano di ritornare in vita, si agitano. E allora ecco la proposta del 25 aprile virtuale e telematico, con canti di Bella Ciao dai balconi e collegamenti con i vip dalle loro ville in Maremma o a Portofino. Che non si capisce poi cosa ci sia da cantare e da ballare e da schignazzare: sui più di 25 mila morti? Sulla pandemia economica che farà finire in miseria molte più persone? Sul rischio concreto della distruzione della nostra industria e ricchezza nazionali?». (Marco Gervasoni, “25 aprile, la festa degli zombi”, 24.4.2020 in nicolaporro.it)

E il governo rossogiallo sino-madurista che fa, pur di riconoscersi nella narrazione contraffattoria del 25 Aprile ha autorizzato l’Associazione nazionale partigiani d’Italia a partecipare alle celebrazioni per il 75esimo anniversario della Liberazione in deroga al lockdown.  «Nonostante la dottrina comunista sia ormai irrancidita e in uno stato di putrefazione, ancora oggi alcuni suoi residuali epigoni pretendono di leggere la storia con gli occhiali graduati dal dispotismo ideologico, imponendo la versione di una libertà riconquistata con l’esclusivo contributo dei partigiani. Quale anelito di autentica libertà potevano inalare coloro che erano subordinati al liberticida regime sovietico?». (Andrea Amata, “I fanatici che hanno reso il 25 aprile un relitto oideologico”, 25.4.2020, in nicolaporro.it)

E' perplesso anche Marcello Veneziani nel festeggiare una festa che sostanzialmente divide gli italiani e non tanto tra fascisti e antifascisti, ma tra chi ritiene che il mondo ormai non si divide in queste due categorie e chi invece ne è ancora convinto.

«Il fascismo è morto e sepolto e l’antifascismo in assenza di fascismo non ha senso; avrebbe senso una festa della libertà e della democrazia contro tutti i totalitarismi, vecchi e nuovi, ma non questa, così concepita». (Marcello Veneziani, La festa del partesan, 24.4.2020, La Verità)

Veneziani ricorda alcune cose importanti, intanto precisa che la liberazione dal fascismo ci è stata data dagli Anglo-Americani, mentre mezza resistenza partigiana,  sognava l'avvento della dittatura comunista sotto l'Unione Sovietica. Poi citando Fabio Andriola ricorda che «nell’immediato dopoguerra su 650mila presunti partigiani che chiedevano il riconoscimento di stato, ne furono riconosciuti solo 137mila. E altri si sono aggiunti nei decenni, che potremmo definire partesan anziché partigiani, come la differenza che corre tra il parmigiano e il parmesan. Antifascisti posticci, a babbo morto, da remoto». Poi naturalmente Veneziani racconta tante altre interessanti notizie come quel manifesto per il 25 aprile, lanciato da alcuni intellettuali, che distingue in tre categorie, quelli che si sentono ancora in guerra contro l'eterno fascismo, i lottatori continui. Quelli che non si tirano mai indietro dal firmare manifesti, che aderiscono all'antifascismo, come test psicoattitudinale d'ingresso alla democrazia. Infine la terza categoria sono quelli costretti o coscritti antifascisti per campare. Veneziani include il popolo delle Tardine, sardine andate a male.

Concludendo il giornalista pugliese mette in guardia, dal terribile muro spinato che questi firmatari del Manifesto, vorrebbero dividere «la società in giusti e infami. Chi non ha firmato è iscritto d’ufficio tra i Negativi, magari asintomatici, ma positivi al virus fascista e dunque contagiosi, untori, portatori infami. Criptofascisti, parafascisti, da tenere fuori da ogni contesto, da cancellare».

Una singolare riflessione sul 25 aprile è proposta da Marco Invernizzi, reggente nazionale di Alleanza Cattolica. Invernizzi significativamente parte dal concetto di guerra civile espresso dallo storico tedesco Ernest Nolte (1923-2016). Una guerra che ha insanguinato tutta l'Europa del Novecento, la prima combattuta fra le ideologie (fascismo, nazionalsocialismo e socialcomunismo). Le prime due vengono sconfitte, «inizia la seconda guerra ideologica fra il socialcomunismo da un lato e dall’altro quel mondo anticomunista complesso e variegato dentro il quale si collocano la Destra non fascista, il mondo cattolico e chi a diverso titolo fa riferimento all’ideologia liberale». (Marco Invernizzi, 25 Aprile, il problema è ancora l'odio. Considerazioni su un anniversario che continua a dividere, 24.4.2020, alleanzacattolica.org)

E' la cosiddetta «Guerra fredda», in Italia «si manifesta nella lotta politica e culturale di cui sono espressione significativa le elezioni del 18 aprile 1948, quando la Democrazia Cristiana (DC) ottiene una vittoria politica schiacciante in grado di segnare tutta la successiva storia nazionale». Pertanto per Invernizzi se c'è «un giorno emblematico in cui la maggioranza degli italiani manifesta la volontà di esprimere la propria identità collettiva quel giorno sarebbe dunque il 18 aprile 1948, molto più del 25 aprile 1945. Pochi storici e pochi uomini politici hanno ragionato su questo punto e quindi la riflessione resta ancora oggi soltanto un auspicio, nonostante la fine dell’Unione Sovietica, nel 1991, seguita all’abbattimento del Muro di Berlino nel 1989».

Anche per Invernizzi il 25 Aprile è divisivo. Gli ricorda la violenza verbale e a volte anche fisica delle manifestazioni di piazza che si tenevano quel giorno, che si è voluto chiamare «Festa della Liberazione», ma che in realtà è un giorno segnato dall’odio di chi egemonizzava i cortei commemorativi almeno da un punto di vista culturale.

Invernizzi ricorda i cosiddetti anni di piombo del Sessantotto, del terrorismo, con i cortei nei quali si gridava l’odio nei confronti dei fascisti, della DC e delle forze dell’ordine che li proteggevano. 

«Quel che oggi va rifiutato del 25 Aprile è la sua lettura ideologica, che continua nonostante non ci siano più i partiti della cosiddetta «prima repubblica», e quindi lo scenario politico e culturale sia completamente cambiato dall’epoca successiva alla fine della Seconda guerra mondiale».

Invernizzi sostiene che occorre riprendere la lezione dello storico Renzo De Felice (1929-1996) e riflettere sul lavoro importante da lui compiuto sul fascismo. «Il 25 Aprile termina una guerra civile combattuta in Italia settentrionale da due minoranze, mentre la grande maggioranza della popolazione faceva parte di quella “zona grigia” che si sentiva estranea al conflitto perché non si riconosceva né nel fascismo della Repubblica Sociale Italiana (1943-1945) né nella componente egemone della Resistenza (le Brigate Garibaldi di impostazione socialcomunista)». Sono stati questi italiani i protagonisti che hanno ricostruito il Paese soprattutto con la vittoria del 18 aprile 1948.

Infine ricordando che bisogna fare buon uso della memoria, cercando di riconciliare le diverse Italie per raggiungere una necessaria armonia sociale che le ideologie hanno sempre rifiutato. Il reggente di Alleanza Cattolica conclude che ora dopo questa catastrofe del coronavirus occorre pertanto fare in modo che l’assenza di verità e il rancore sempre più diffusi non favoriscano la definitiva autodistruzione della patria che tanto amiamo.

Infine mi interessa riportare un interessante riflessione dell'amico professore Fazio, trovata su facebook. Dopo lunghe dissertazioni filosofiche e storiche, giunge puntuale alla solennità dell'ideologia della nuova Italia del 25 aprile. Fazio polemizza con lo Stato, e in particolare con certi “cattolici adulti”. Con questo termine si è voluto raggruppare il fenomeno di quanti, nel mondo cattolico, hanno blindato da un punto di vista teologico il dettato Dpcm addirittura vantando il primato della preghiera individuale su quella comunitaria e sui sacramenti. Pertanto con il suo Dpcm il governo «vieta – ricordiamolo – anche le cerimonie civili, e conferma le celebrazioni pubbliche della solennità laica con tanto di presenza dei tesserati dell’ANPI, veri e propri gendarmi della memoria ideologica».

Per Fazio «a quanto pare il virus si trasmetta solo ed esclusivamente tra i partecipanti alle liturgie cattoliche, vietate anche a Pasqua, e che le cerimonie civili e soprattutto i tesserati ANPI ne siano trionfalmente esenti. Vuoi vedere che la religione statalista produce immunità batteriologica?».

C'è da chiedersi, chissà se «impareranno qualcosa da questo ulteriore“segno dei tempi” i cosiddetti “cattolici adulti”, tanto per intenderci quelli che condannano, senza misericordia alcuna, il povero don Lino Viola e incensano i Dpcm? Quelli ancora che hanno insultato i confratelli “poveracci” che hanno espresso, con timore e tremore, il desiderio di partecipare – con prudenza – alle “cerimonie religiose”?».

Fazio è pessimista, «non lo impareranno! Perché?[...] Da secoli, infatti, una fetta più o meno consistente del cattolicesimo ha scelto anziché l’impegno dell’evangelizzazione del mondo moderno e della fierezza di una proposta, anche sociale, alternativa alle ideologie, la strategia del compromesso e della sottomissione nei confronti delle varie “religioni mondane”. Ecco questi cattolici adulti dovrebbero prendere le distanze da questo Stato che permette il 25 aprile e non le liturgie cattoliche, o la possibilità di assistere ad un funerale. E' probabile che non sarà così «ci toccherà ancora scontare la loro superbia ideologica intraecclesiale. Sottolineo “intraecclesiale”, perché per la divinità-Stato loro sono soltanto dei veri e propri instrumentum regni, o meglio “utili idioti” di leniniana memoria. Usati e poi abbandonati alla loro marginale insignificanza (Daniele Fazio, 25aprile e cattolici adulti (alias “utili idioti”), 25.4.2020).

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