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Sabato, 25 Maggio 2019

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Viva le donne

A giorni si festeggia l’Otto Marzo: viva le donne, ma fermiamoci qua; perché questa è ancora oggi una festa “politica” (almeno in Italia), che è stata manipolata ad uso e consumo di ogni partito politico, a seconda delle circostanze. Ci sono anche due diverse storie sulla sua nascita, una “Americana” e una “Sovietica”. Con un occhio al sociale, giusto pensare all’emancipazione femminile, in senso buono… diritti delle donne a casa e sul lavoro, perché non è emancipazione riunirsi nei privée ad ubriacarsi e assistere agli strip, o peggio; quello è solo un modo di scimmiottare certe abitudini degradanti maschili; quello può essere fatto ogni giorno dell’anno, ma perché proprio in una data che vuole celebrare tutto quanto di positivo esiste nel mondo femminile? E poi… Capitane Coraggiose… ne servirebbero tante, molte di più di quelle esistenti, che andassero in giro per il mondo ad esportare determinati ideali; ma presto saremmo costretti a definirle martiri: esiste l’Otto Marzo nel mondo musulmano? In Africa in generale? Dove sono le azioni dei Governi “evoluti”? toh… di nuovo la politica… Meglio girarla in cucina, che ne dite? Una ricettina veloce: verdure, niente carne grassa, come prescritto per Quaresima e una pianta che, secondo tante donne, è anche il nome ideale che meriterebbe più di un uomo: Carciofo!

 

INSALATA DI CARCIOFI

 

Ingredienti per 4 persone:

 

Circa 400 grammi di carciofini sott’olio

½ bicchiere di vino bianco dolce

1 limone (succo)

1 finocchio

6 pomodori

2 cipolle

1 spicchio d’aglio

sale

pepe bianco

mezzo bicchiere di brodo vegetale (da dado)

 

Preparazione:

Sgocciolate il carciofini e tagliateli a spicchi; mescolate l’olio della conserva con il succo di limone e il vino bianco. Posate i carciofini in una terrina e bagnateli con il condimento preparato. Pulite, lavate e tagliate il finocchio ed i pomodori dopo averli pelati (1 minuto in acqua bollente e la pelle viene via subito), tritate le cipolle e unite il tutto ai carciofi. Schiacciate lo spicchio d’aglio in un pentolino, aggiungetevi sale, il brodo caldo e un pizzico di pepe; mescolate bene e versatelo sopre le verdure. Lasciate assorbire fino a quando il brodo si sarà raffreddato del tutto.

Potete servire.

 

 

francescocurcio

 

Balli in maschera, scherzi, un pizzico di follia ed anarchia. Il periodo della massima trasgressione che precede quello dell’osservanza. E’ questo il rito che si tramanda nell’Europa Cristiana post romana e non ancora romanica nel periodo successivo all’Epifania.
Molto probabilmente la parola carnevale deriva da latino “carnem levare” popolarmente tradotto “carne-vale” o “carnasciale”, perché anticamente indicava il banchetto di abolizione della carne che si teneva subito prima del periodo di astinenza e digiuno della Quaresima.
Il carnevale moderno è una festa per il popolo; la sovversione delle gerarchie, un modo attraverso il quale uscire dal quotidiano, disfarsi del proprio ruolo sociale, negare se stessi per divenire altro.
Ma come si possono riconoscere determinate usanze come direttamente discendenti le une dalle altre…
E’ troppo lontana nel tempo Babilonia e da un dato periodo storico anche sacrilega per i suoi stessi contemporanei. Forse furono gli Egizi i primi, poiché fin dai tempi delle dinastie faraoniche, abbiamo notizia di una tradizione con feste, riti e pubbliche manifestazioni in onore della dea Iside, che presiedeva alla fertilità dei campi e simboleggiava il continuo rinnovarsi della vita. Festa religiosa dunque, di ringraziamento…
Greci: nella Grecia classica, tra l’inverno e la primavera, erano continui rituali e sagre in onore di Dioniso, il dio del vino e della vita. Anche in questo caso ricorrenza religiosa.
Invece I “Saturnali” furono, per i romani, dapprima celebrazioni in onore del dio Saturno (direttamente responsabile di buoni o cattivi raccolti) ma perdettero col tempo i connotati fortemente religiosi, assumendo la chiara impostazione delle feste popolari, la cui memoria sopravvive  ancora oggi nelle tradizioni di varie zone della nostra penisola, soprattutto nell’Italia del Sud e nelle isole. Caratteristica preminente dei “Saturnali” era la sospensione delle leggi e delle norme che regolavano allora i rapporti umani e sociali.
La personificazione del carnevale in un essere umano o in fantoccio risale, invece, al Medioevo.
Ne furono responsabili i popoli barbari le cui tradizioni sono state assimilate dalla tradizione locale, che ne ha tramandate alcune fino ai giorni nostri, mentre altre sono state perdute con l’andare del tempo.
Ed oggi… quali e quante affinità possiamo riscontrare  con tanto passato? Potremmo forse dire molto semplicisticamente che “sembra” di vivere in un carnevale continuo, di cui non riusciamo più a riconoscere l’inizio e di cui non sappiamo o vogliamo stabilire una data finale… ad ognuno la sua personalissima risposta.
Comunque, trattandosi di tradizioni popolari che accompagnano la storia dell’uomo, sono arrivate fino a noi numerose ricette più o meno elaborate, che sono per un verso legate ad una cucina molto ricca a base di carne di maiale e per un altro di tradizione più povera e semplice a base di farina, uova o verdure. A pensarci bene oggi costa meno comprare una costoletta di maiale che non della verdura fresca. Ed allora, con nessuna originalità, propongo il dolce più diffuso in Italia, con vari nomi o varianti, per questa ricorrenza:


Chiacchiere fritte


Ingredienti:

900 gr farina (1 Euro circa)
180 gr zucchero (0,30 Euro circa)
3 uova (0,50 cent. Circa)
100 ml grappa (1 Euro circa)
100 gr burro (0,80 Euro circa)
100 ml latte (0,10 Euro circa)
Buccia di un limone (boh?)
un pizzico di sale
1 cucchiano di lievito (0,20 cent. ?)
olio di oliva (per friggere) (1,00 Euro)
zucchero a velo (2,00 Euro circa)


Preparazione

Fate sciogliere il burro in un pentolino e fatelo intiepidire.
In una ciotola versate tutti gli ingredienti (tranne lo zucchero a velo) ed mescolate fino ad ottenere un preparato morbido e bene amalgamato (molto meglio se usate una piccola impastatrice).
Lavorate adesso l’impasto sul piano di lavoro bene infarinato, stendendolo e ripiegandolo con forza per almeno  dieci minuti, fino al formarsi di numerose bollicine.
Preparate adesso delle sfoglie sottili che taglierete a strisce larghe circa 3 cm. o della forma che più vi piace.
Friggete le chiacchiere, poche alla volta, nell'olio bollente fino a doratura (circa 1 minuto per parte).
Scolatele sulla carta assorbente ed quando raffreddate cospargetele con lo zucchero a velo.

Il Carnevale, da “carnem levare”(togliere la carne dalle nostre tavole), si riferiva in origine al primo giorno di “Quaresima”.
In realtà è un periodo festivo tra il Natale e la “Quaresima”, anche se oggi lo si fa iniziare con il 17 gennaio, giorno di Sant’Antonio Abate o da quello che segue la purificazione.
Tuttavia la festa si limita agli ultimi tre giorni e termina con la prima domenica di “Quaresima”.
I due giovedì che precedono la domenica del Carnevale sono detti “degli amici”, “dei compari” o “dei parenti” poiché si usava passarli in compagnia delle persone care.
Oggi il Carnevale è forse la festa più attesa dall’uomo contemporaneo dal momento che gli dà la possibilità d’uscire da ogni schematismo e da ogni etichetta.
In questa occasione gioiosa e burlesca la personalità umana può dare libero sfogo alle repressioni psicologiche ed a manifestazioni provenienti dal
substrato dell’inconscio.
Il Carnevale diventa in tal modo una valvola di scarico, di decompressione alle innumerevoli frustrazioni a cui è sottoposto l’uomo d’oggi.
Pensiamo, infatti, agli infiniti travestimenti che vengono creati in questo periodo.
Parimenti il “travestimento” è di per sé una manifestazione transfertiale della psiche al fine di ricomporre il proprio equilibrio interiore, per poter
manifestare agli altri il desiderio, spesso inconfessabile ed inconsapevole, di voler essere qualcosa altro da sé, “d’apparire”….
Non sono altro che sogni infantili che emergono nella possibilità di realizzarsi, sia pure per un breve periodo.
Sovente il “travestimento” diviene un vero e proprio rito per poter assumere atteggiamenti carichi di “libido”.
I Carri allegorici, poi, divengono talismani contro la paura dell’ignoto, della guerra, della regressione sociopolitica ed economica.
Le sfilate si trasformano, in tal modo, in riti propiziatori ed in lunghi esorcismi al fine di liberare l’uomo da una paura che gli è connaturata: la
paura di dover accettarsi così come si è, con i propri limiti e finitezze, incapace di un’analisi introspettiva e pieno di tabù.
Solo durante il Carnevale l’uomo ridiviene se stesso e si rende consapevole di voler e dover crescere, di autocostruirsi dal momento che gli è impossibile togliere la maschera che porge agli altri nelle relazioni interpersonali durante la quotidiana vita sociale e politica
Parimenti il Carnevale è storia vecchia, anzi antica, molto antica. Anche al tempo dei Romani, in un certo periodo dell'anno, usava mettersi una maschera, scendere per le strade, ballare, schiamazzare e fare la più grande baldoria possibile.
Quelle feste, cui partecipava tutto il popolo, schiavi compresi, si chiamavano « Saturnali» e duravano tre giorni.
Nel Medio Evo ebbe inizio il nostro Carnevale. In origine fu festeggiato per un giorno solo: il giorno che precede le Ceneri. Più tardi, invece, si
protrasse per tutto il tempo che va dal dì dell'Epifania al dì delle Ceneri.
In Grecia e in Roma gli attori, recitando, si coprivano il volto con una maschera che serviva per ampliare la voce e per dare, con la fisionomia, l'idea di quello che rappresentavano: quindi c'era una maschera tragica e una comica.
Nel 1700 la maschera divenne la caratteristica del carnevale e ancora oggi c'è chi ama nascondersi sotto di essa per compiere azioni burlesche.
Inoltre in questo secolo sorse la commedia italiana detta dell'arte, nella quale gli attori, seguendo una semplice traccia o canovaccio, improvvisavano la loro parte.
Uniti in compagnia vagavano di paese in paese, spesso in miseria, divertendo il popolo e i signori.
Nacquero cosi le maschere, tipi fissi di origine regionale. Alcune maschere divennero famose.
Anche in Puglia esistono maschere tipiche.
La maschera tipica del Carnevale dauno, foggiano, è Ze Pèppe a cui spetta l'apertura dei gioiosi festeggiamenti.
Da quel momento spadroneggiava seminando buonumore e spensieratezza. Veniva col carretto, raccogliendo al suo arrivo schiere di buontemponi a inneggiarlo, a seguirlo nelle sue scorribande, svuotando fiaschi del suo prelibato vino, come unica medicina a tenerlo vivo e pimpante.
Era accolto da re, tutti gli cedevano il passo, il sindaco gli consegnava le chiavi della città, e lui, sua maestà "Ze Pèppe Carnevèle".
Un abito logoro, riempito di paglia, con tanto di giacca rattoppata, cappello sbrindellato, camicia pacchiana Ze Pèppe,colto da broncopolmonite acuta "a penture", lascia il ballo, dopo tre giorni di follie, viene tirato giù dal suo trono per allestirgli festosi funerali tra schiamazzi e finti lamenti. Ze Pèppe, bruciato e cremato, chiude così la folleggiante avventura. Gloriosamente, sotto un cielo incendiato di fantasie pirotecniche.
Le maschere rappresentative del Carnevale di Massafra sono Gibergallo e "U pagghiuse" amante del vino e con le caratteristiche tipiche del massafrese, tradizionalmente inteso come fuoco di paglia, appunto.
La maschera rappresentativa del Carnevale di Putignano è Farinella,  con l'abito a toppe multicolori e con sonagli applicati sulle tre punte del
cappello, sulle scarpe ed alla collarina. Originariamente l’ abito era bianco e verde, i colori della città, ed il personaggio era rappresentato nell'atto di mettere pace tra un cane ed un gatto che simboleggiavano i cittadini di Putignano.
Il nome deriva dalla “farinella” un antico cibo della civiltà contadina, uno sfarinato di ceci ed orzo abbrustoliti particolarmente gustoso, che si usa
mescolare a sughi ed intingoli, o accompagnato ai fichi appena raccolti oppure come farina per alcuni particolari tipi di dolce.
La maschera rappresentativa del Carnevale di Gallipoli è "lu Tidoru", Teodoro.
Narra la tradizione che Teodoro, un giovane soldato gallipolino, fosse stato  trattenuto, con grande dolore della madre sua, lontano dalla sua terra pur  coltivando la grande speranza di poter ritornare alla sua casa prima della fine  del Carnevale, nel periodo cioè in cui tutti potevano godere dell'abbondanza del cibo e delle carni prima dell'avvento della Quaresima che la Chiesa destinava alla penitenza e all'astinenza. Ed in questo senso erano state rivolte a Dio le preghiere della madre sua, la "Caremma", che, per tanto supplicare aveva ottenuto una proroga di due giorni ("i giurni te la vecchia") al periodo stabilito, affinché suo figlio potesse partecipare di tanta abbondanza.
Il martedì successivo Teodoro ritornato finalmente in patria si tuffa nel turbinio frenetico dei balli e delle gozzoviglie cercando incontenibile di
recuperare tutto il tempo inutilmente perduto.
Racconta il popolo  che Teodoro consumasse, in quel tragico martedì grasso, quintali si salsicce e polpette di maiale ingozzandosi alla fine  tanto da rimanerne strozzato.
Con Teodoro moriva anche il Carnevale La maschera rappresentativa del Carnevale di Copertino è "Paulinu", personaggio vissuto tra la fine del 1700 e gli inizi del 1800, che per antonomasia ricorda l’astuzia e la scaltrezza.

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