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Sabato, 21 Ottobre 2017

Maria Montessori e la scuola di oggi

La proposta educativa di Maria Montessori, nella cultura del nostro tempo, deve essere considerata atipica, in quanto si presenta come un progetto sistematico che comprende una concezione psicologica, una prospettiva educativa e una impostazione metodologica, organizzate in maniera coerente in una visione dell'uomo e del bambino concepito come “padre dell'uomo”. 

La sua educazione come “aiuto alla vita”, il suo “aiutami a fare da solo” sono indirizzati a tutti i bambini nella prospettiva di un mondo di pace, costruito attraverso una riforma significativa delle istituzioni educative. È questo il significato della sua pedagogia scientifica, tesa sia a garantire a ciascun bambino tutte le opportunità, sia a sviluppare al meglio il “potenziale umano” per “costruirsi” uomo in piena autonomia.

Nel 1907 fonda, in Via dei Marsi, a Roma, la “Casa dei bambini”, intesa come proposta di una scuola laboratorio e come centro di sperimentazione e di ricerca, secondo le connotazioni della ricerca e della sperimentazione della scuola di oggi.

Maria Montessori ha voluto osservare il bambino, nel corso delle libere attività, all'interno di un ambiente strutturato e appositamente preparato per lui, al fine di indagarne e promuoverne tutte le capacità. Da qui la grande importanza dell'ambiente e degli esercizi di vita pratica che permettono a ciascun bambino di cimentarsi con la realtà, di padroneggiarla e, al tempo stesso, di rispettarla. L'ambiente costituisce l'elemento basilare, il contesto per la costruzione della identità personale e per la piena realizzazione di tutte le possibilità motorie, sensoriali, percettive, mentali.

La mente del bambino, la cosiddetta "mente assorbente”, ha la immensa capacità di "incarnare" gli elementi dell'ambiente, di assimilarli, di elaborarli, di ristrutturarli, costruendo una propria visione del mondo e della realtà.

La mente assorbente, che in Maria Montessori è operativa, creativa, produttiva di cultura, ha la possibilità di rappresentarsi la realtà attraverso l'azione diretta sulle cose e la elaborazione dei messaggi che i sensi le inviano. È una mente che lavora per il suo sviluppo e per l'apprendimento, secondo le indicazioni delle più significative ricerche del nostro tempo.

Piaget parla di "assimilazione e accomodamento” del pensiero infantile, intesi come operazioni che permettono all'intelligenza di ''adattarsi all'ambiente". Parla di pensiero “senso motorio” per il bambino della prima infanzia, così come Maria Montessori aveva individuato, in questa età, la fase dei sensi, del movimento e dell'ordine.

Bruner, invece, afferma che tutto l'apprendimento avviene attraverso tre processi di rappresentazione: la rappresentazione attiva, la rappresentazione iconica, la rappresentazione simbolica, che permettono alla mente di costruire il proprio sapere, elaborandolo in termini di cultura.

Sulla base delle sue ricerche all'interno del pianeta bambino, Maria Montessori costruisce nella "casa dei bambini” il contesto che consente una “autoeducazione”, basata sul principio dell'azione liberatrice, che permette a ciascun bambino di esprimersi con naturalezza e di rappresentarsi la realtà in termini di cultura, attraverso i processi di astrazione e di simbolizzazione.

La "prospettiva ecologica"

Sappiamo che, oggi, il rapporto del bambino con l'ambiente è complesso, come complessa è la relazione bambino-madre, bambino-educatore, come complesso è qualsiasi intervento educativo. Per chiarire questo concetto si può ricorrere ad alcuni riferimenti culturali. Fino a qualche decennio addietro i processi di apprendimento erano considerati come operazioni caratterizzate dalla semplicità. Ogni alunno, così come ogni individuo, era visto e studiato come una unità semplice, che doveva aprirsi al mondo, per cui tutte le attività di istruzione, di insegnamento e di educazione, erano basate sul principio dell'accumulazione. L'alunno veniva guidato a costruire il suo sapere, nozione su nozione, mattone su mattone, con la stessa logica costruttiva di un muratore, secondo una direttiva lineare e progressiva basata sul passaggio dal noto all'ignoto, dal semplice al complesso, dal vicino al lontano. La didattica basata sui "centri d' interesse”, sulla ricerca e sulle tecniche tradizionali era, di fatto, legata a questa concezione. Nel nostro tempo non è più cosi: sappiamo che l'esperienza e la formazione del bambino avvengono in un complesso reticolo di contesti, dai loro reciproci effetti, come chiarisce Bronfenbrenner, nel suo noto saggio "Ecologia dello sviluppo umano". In altri termini, i bambini costruiscono i loro processi di crescita su una serie complessa di elementi dell'ambiente familiare, scolastico, sociale, che li influenzano.

La prospettiva ecologica indica, con estrema chiarezza, che il processo educativo non è lineare, ma sistemico, derivante da diversi effetti che interagiscono reciprocamente.

Sul piano più strettamente educativo e didattico, la prospettiva ecologica, che è di particolare interesse, permette altresì di analizzare le interazioni intercorrenti fra gli eventi della realtà (i fatti dell'ambiente, appunto) e le rappresentazioni che la mente di ciascun bambino costruisce su questi eventi, nella prospettiva di una progettualità che garantisca a ad ognuno le migliori condizioni di sviluppo e di apprendimento.

Su questa concezione interazionale dello sviluppo del bambino e della sua mente - che lo vede protagonista di un processo attivo e creativo di unificazione delle diverse esperienze vissute nei suoi rapporti con la realtà esterna – l'insegnante può impostare il proprio lavoro. Questo vuol dire che non sono più le teorie che tendono a sottomettere i bambini e il lavoro dei docenti, ma le teorie culturali che vanno verso i bambini reali. La realtà operativa della scuola viene, così, concepita come un fenomeno complesso, al cui centro stanno i bambini con le loro esigenze.

Maria Montessori ha saputo intuire tutto questo: "La mente del bambino prende le cose dall'ambiente e le incarna in se stesso. E questo non avviene per eredità, ma per effetto di una potenzialità creatrice del bambino. Tutti i bambini della terra seguono questa legge, allo stesso modo, con la stessa intensità e con la stessa forza. Questa facoltà di creazione non è la prerogativa di una razza piuttosto che di un'altra, ma è inerente alla natura del bambino. E poiché noi abbiamo il modo di guidare il bambino, è chiaro che la formazione dell'uomo è nelle nostre mani: per questa via siamo in grado di formare il cittadino del mondo. Lo studio del bambino piccolo è, dunque, fondamentale per il progresso e la pace dell'umanità”. Sulla base di una siffatta concezione dell'infanzia Maria Montessori esprime la sua visione inerente a quei comportamenti tendenti a sottrarre spazio alle attività dei minori. I bambini non sono gli esecutori materiali delle attività preordinate dall'adulto, né dei semplici recettori di stimoli provenienti dall'esterno. Ogni bambino deve essere posto nelle condizioni più opportune perché possa compiere le sue esperienze. L'adulto, invece, ha il dovere di predisporre l'ambiente in modo idoneo affinché ognuno possa esprimere e sviluppare al massimo le sue potenzialità. Il fine dell'educazione, quindi, non è il somministrare al bambino talune conoscenze da imparare, ma di mantenere sempre viva quella fiammella chiamata “intelligenza”. Questo vuol dire che il fine dell'attività educativa è quello di tendere sempre di più a promuovere le potenzialità del bambino, ponendo ognuno di fronte a compiti e stimoli di apprendimento adeguati alle sue esigenze di crescita. 

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