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Domenica, 08 Dicembre 2019

Carla Magnani e il suo “Acuto” punto d’osservazione della cultura

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Recentemente, in occasione di una presentazione della sua opera prima “Acuto” (Gilgamesh Editore) ho incontrato la scrittrice Carla Magnani, ex docente, con la quale ho intrattenuto una piacevole intervista.

Il suo spiccato interesse verso la letteratura e la poesia l’ha portata a comporre versi già in giovane età. Sempre presente in iniziative di carattere letterario, ha poi in tempi più recenti messo in atto la stesura del suo primo romanzo dal titolo estremamente simbolico, che racchiude in se la sintesi della vita della protagonista, una mancata concertista .

Una serie di accadimenti la porteranno ad abbandonare una vita agiata, che le ha certamente garantito una certa tranquillità, al riparo da forti coinvolgimenti emotivi, pur privandola delle vibrazioni emotive capaci, come null’altro, di conferire quell’acuto che da un vero senso all’esistenza.

Una storia ambientata a Pisa, con incisivi rimandi al passato della protagonista, che si intercala tra la fine degli anni ’60 e gli inizi degli anni ’70, periodo storico di grandi cambiamenti socio-culturali non solo in Italia, ma a livello planetario.

Un libro di intense ed opportune riflessioni, grazie ad una galleria di personaggi, in buona parte femminili, nei quali potersi riconoscere nel loro aspetto più vulnerabile e intimistico.

Se l’avessi incontrata per caso, senza sapere nulla di lei, avrei comunque pensato che è un’insegnante. Forse, oggi è più corretto dire: è stata un’insegnante, poiché è appena andata in pensione. Avverte nostalgia per quella che è stata la sua attività di una vita?

Non parlerei di nostalgia, piuttosto di gratitudine verso una professione che ti chiede tanto, ti mette spesso a dura prova ma, allo stesso tempo, ti ricambia arricchendoti di esperienze uniche e, se hai lavorato al meglio delle tue possibilità, ti premia con l’affetto e il riconoscimento delle persone che hai incontrato sul tuo cammino: alunni, famiglie e colleghi.

Quella dell’insegnamento è stata una scelta?

Sì, ma al contrario della maggior parte dei docenti, io ho iniziato solo a quaranta anni, dopo aver esercitato a lungo la libera professione di arredatrice di interni. Questo ha fatto sì che mi considerassi, sotto certi aspetti, diversa dai colleghi che invece da sempre lavorano nella scuola, perché consapevole che, di sicuro , la minore esperienza in campo didattico veniva tuttavia compensata dalla maggiore facilità a relazionarsi con il prossimo.

Lei è laureata in Lettere Moderne. Ritiene sia importante lo studio della lingua Latina all’interno del    percorso formativo di uno studente?

Accade sempre più spesso che durante l’attività di Orientamento svolta nel corso dell’ultimo anno della scuola secondaria di primo grado, mirata a consigliare all’alunno quale scelta di studi superiori intraprendere, anche nel caso di studenti che potrebbero affrontare brillantemente studi umanistici, questi preferiscano optare per altri indirizzi, ritenuti più attinenti al presente e utili per il futuro. A tal proposito, mi piace citare una recente frase del cantautore-scrittore Roberto Vecchioni che ha dichiarato: “Questi ragazzi molto probabilmente troveranno un’occupazione, magari anche redditizia, ma mai sapranno cosa è il “senso della vita”. Forse è un’affermazione esagerata, ma sicuramente faticheranno di più per arrivare a tale meta.

Sicuramente, lo studio del latino facilita la comprensione dell’analisi logica, della storia e delle nostre radici culturali, favorendo una formazione più completa.

I programmi scolastici di una volta oggi vengono giudicati eccessivamente nozionistici. Questi i motivi scatenanti sui quali hanno lavorato le istituzioni, fino ad arrivare a concepire riforme, che hanno portato l’insegnamento all’estremo opposto. Qual è la sua posizione nei confronti delle moderne metodologie didattiche?

Quando si mettono in atto delle riforme, così come succede un po’ per le rivoluzioni, ci si fa prendere spesso la mano e si tende a cancellare tutto ciò che ha preceduto tali eventi. Credo che questo sia avvenuto anche nel mondo della scuola, con l’avvicendarsi di più ministri in tempi brevi e il loro desiderio di riformare il vecchio ordinamento. A costo di sembrare banale, per me la giusta scelta è quella che sta a metà tra il metodo tradizionale e quello messo attualmente in atto. Come esempi, posso ritenere utile l’utilizzo sempre più capillare della LIM (Lavagna interattiva multimediale), ma a condizione che quest’ultima non sostituisca in forma massiccia il libro cartaceo; così come un insegnamento improntato solo sulle nozioni può risultare monotono e improduttivo. Gli studenti abbisognano di un coinvolgimento che vada al di là dell’apprendere come semplici spettatori; quindi, credo che la soluzione sia quella di non trascurare le nozioni e di utilizzare metodi che facciano sentire gli alunni interpreti della lezione in corso. Non è semplice, ma con la buona volontà delle due parti:

dell’insegnante e dello studente, ciò diventa fattibile.

Il suo primo approccio con la poesia risale all’adolescenza, come spesso accade?

Non ricordo esattamente quando ho iniziato a scrivere poesie, sicuramente lo facevo dai venti ai trenta - trentacinque anni quando ho partecipato anche a qualche concorso letterario; poi ho interrotto, senza un motivo ben preciso. La poesia è qualcosa di immediato che, se non avverti, non puoi scrivere, al contrario della prosa, che richiede riflessione e tempi più lunghi.

Qual è lo scrittore o il poeta che ha in qualche modo influenzato la struttura del suo pensiero?

Credo di non poter ridurre a un solo scrittore o poeta la mia formazione; certo ho amato particolarmente Dante, Petrarca, Leopardi, Ungaretti, E.L. Masters, Merini, Pirandello, Pavese, Fallaci, Calvino, Zavattini e sicuramente devo anche a molti altri il mio avvicinamento al mondo letterario.

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Ho letto con vero interesse la sua opera prima, il romanzo “Acuto” (Gilgamesh Edizioni). Il motivo di questo titolo?

Ridurre a una sola parola il titolo è dovuto al mio amore per la sintesi e inoltre, in questo caso, ben si presta a collegarlo allo spartito musicale, essendo la protagonista una concertista mancata, che per una serie di eventi, riesce a lasciarsi alle spalle un vissuto agiato, ma totalmente piatto, privo di emozioni e di forti coinvolgimenti, per giungere ad una vita vissuta in pieno e con maggior consapevolezza.

Qualche cenno sulla storia, quasi tutta al femminile, del suo libro?

La storia è nata in me, in maniera pressoché completa, ma per diverso tempo ne ho rimandato la stesura. Finchè, al momento opportuno, ho iniziato a scriverla. Sì, è una storia dove, pur non mancando figure maschili, emergono i personaggi femminili, le due sorelle: Elisa ed Ester. Così diverse, eppure così profondamente unite, quasi due parti di uno stesso insieme, e sarà proprio quest’ultima a far sì che la vita di Elisa abbia finalmente quell’”acuto” che lei aveva sempre accuratamente evitato.

Senza voler svelare la trama del suo bellissimo libro, qual è il messaggio in esso racchiuso?

Non so se si possa parlare di messaggio, forse è un po’ troppo pretenzioso; sicuramente, alla base del romanzo, c’è la volontà di far capire come sia sempre possibile un cambiamento significativo nella vita di ognuno e anche il bisogno di ripercorrere, partendo dal presente e attraverso rimandi al passato,in questo caso un periodo storico che va dal 1968 al 1972 e che vede Pisa come luogo di ambientazione.

Nel suo lungo percorso di docente ha incontrato moltissimo giovani e saprà interpretarne il pensiero, le loro aspettative verso il futuro. Cosa vorrebbe dire a coloro i quali saranno interessati a leggere la nostra intervista?

In un periodo in cui fra molti giovani sta aumentando la sfiducia nel futuro, che si traduce in demotivazione e apatia, vorrei che emergesse quella forza vitale che è insita, comunque, nella gioventù. Un credere in se stessi, nelle proprie capacità che, insieme alla volontà di un cambiamento in positivo, faccia compiere alla società significativi passi nella direzione più giusta.

In questo periodo sta seguendo un fitto calendario di presentazioni del suo libro “Acuto” in diverse città italiane. Quali sono le sue impressioni?

Ogni presentazione, che avvenga in una città o in un paese di piccole dimensioni, ha in sé un fascino particolare che si rinnova ogni volta. Sia che mi trovi dinanzi ad un pubblico numeroso,che a poche persone, nasce naturalmente un’empatia, che coinvolge tutti noi e questo grazie ai personaggi del libro, alle loro storie che, sotto certi aspetti, ci accomunano. L’amicizia, l’amore, la morte, l’andare incontro a nuove esperienze sono elementi della vita che riguardano e coinvolgono ognuno di noi, facendoci sentire più vicini.

Per concludere, crede che la sua esperienza letteraria avrà un seguito nel prossimo futuro?

La scrittura, come del resto la lettura, una volta che si è impossessata di te non ti abbandona più. E’ una dipendenza a cui non puoi sottrarti,;quindi sì, sto già scrivendo il secondo romanzo anch’esso ambientato in Toscana ai nostri tempi e con una donna come protagonista. Sarà comunque tutta un’altra storia che spero verrà ben accolta da chi ha letto ed apprezzato “Acuto” e, perché no, anche da nuovi lettori.

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