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Lunedì, 18 Giugno 2018

La Masseria della allodole, un film sul coraggio delle donne

 

Crotone - Giorno 17 gennaio la mia classe ed io ci siamo recati presso la biblioteca Frassati per il progetto “Dossier storia”, dove la signorina D’Ettoris ci ha intrattenuti proponendoci un argomento a noi nuovo, un argomento che molte volte non è neanche riportato nei libri, ma che è sicuramente degno di ogni nostra attenzione: il genocidio degli armeni. Quello che abbiamo visto è stato il film La Masseria delle Allodole, tratto dall’omonimo libro. Ripensandoci non trovo le parole per descriverlo, tuttavia credo che nessun film mi abbia mai fatto provare così tante emozioni messe assieme. Paura e ansia specialmente. Soprattutto, durante la visione, mi sono resa conto di quanto l’uomo possa essere incosciente, crudele e senza scrupoli. Credo che quello che è successo agli armeni, in situazione quasi analoga a quella degli ebrei, sembri molto l’operato di stolti vanagloriosi, come se si potesse dire “l’Italia agli Italiani” oppure “l’America agli Americani”, senza capire che uccidere un uomo è come uccidere un fratello o un amico. Molte volte si afferma che dietro ogni grande uomo ci sia una grande donna; credo invece che in situazioni veramente estreme siano specialmente le donne a dover soffrire, a dover dimostrare quel che valgono non per gli altri ma specialmente per salvarsi la vita da una fine progettata, studiata a tavolino. Ho capito che il coraggio e la speranza non devono mai smettere di ardere nel nostro cuore, come una fiamma che non si spegne neanche in mezzo a una bufera. Penso che tutte le donne di questo mondo abbiano molto coraggio e tanta voglia di vivere, e molte di noi combattono ogni giorno per una vita dignitosa, migliore; e non viene riconosciuto niente. Anche nelle situazioni più difficili riusciamo a uscirne, sempre, senza lasciarci abbattere da niente.

 

Giusy Varano

III A Anna Frank 

Solitamente siamo abituati a ricordare la Shoah cioè lo sterminio degli ebrei e non pensiamo che al mondo ci sono e continuano ad esserci altri genocidi. Il film che abbiamo visto con la professoressa Antonella Lauro presso la biblioteca Pier Giorgio Frassati, La Masseria delle Allodole, non trattava la “freddezza” di Hitler per la razza ebrea, ma quelle contro gli armeni da parte dei turchi. Eppure, anche lì la crudeltà umana uccideva uomini, donne e innocenti bambini ancora in fasce. Negli occhi delle donne che assistevano impotenti alla morte dei propri cari, vedevo tanta disperazione e dolore come se fossero morte dentro e non trovavano alcuna ragione di vivere se non per salvare i propri bambini. A me è piaciuta una scena del film molto toccante dove Nunik donava il proprio corpo al turco per dare da mangiare ai suoi bambini. Quindi questo film mi ha fatto capire che oggi e in futuro non devono succedere più queste tragedie, anzi, dovremmo un po’ riflettere come si sono sentiti i cittadini armeni e come hanno sofferto a vivere quella vita dolorosa, sofferta e anche crudele.

 

 

Grazia Latassa

III A Anna Frank 





Giorno 17 gennaio noi ragazzi della scuola media Anna Frank ci siamo recati presso la biblioteca Pier Giorgio Frassati per assistere all’incontro tanto atteso del progetto “Dossier storia”. Questa volta il tema previsto riguardava un momento storico significativo e da non dimenticare “il genocidio degli armeni” e l’importanza delle donne riguardo tale argomento. Dopo aver letto alcune documentazioni storiche e frammenti del libro La Masseria delle Allodole come da programma abbiamo visto il film. Tale romanzo narrava la storia di una famiglia armena che si apre con l’introduzione amara della morte del capofamiglia. Intanto, in città si avvertono le prime sensazioni dell’inizio di un vero e proprio massacro. Tutte le famiglie decidono di riunirsi in festa alla Masseria dove purtroppo questi momenti di felicità vengono bruscamente interrotti. Per le autorità turche è arrivato il momento di sbarazzarsi degli armeni così uccisero tutti i maschi e deportano le donne. Inizia così per le donne una lunga ed estenuante marcia verso il deserto. Una scena che mi ha colpito in modo particolare è stato quando la protagonista Nunik per ricevere del cibo per i bambini si dona ad un soldato. Apprezzo molto il suo gesto, la volontà e la forza di queste donne che davanti a un pericolo non si sono fermate, ma dimostrano di avere coraggio di non arrendersi facilmente. Lottando per i loro diritti, la loro libertà, impegnandosi in modo da poter essere almeno ricordate così come erano, avvolte dalla sofferenza e dal dolore. Purtroppo hanno visto la loro vita spegnersi molto velocemente, gli è passata davanti come un soffio di un pugno di sabbia i cui granelli si sono dissolti nell’aria in memoria di ciò che erano state un tempo.

 

 

 

Rebecca Stirparo

III A Anna Frank 





Noi da tanto tempo, quando sentiamo parlare di crimini contro l’umanità, pensiamo a delle persecuzioni che hanno subito diverse etnie. Al giorno d’oggi   l’esempio più valido è sicuramente quello degli ebrei (avvenuto durante la seconda guerra mondiale). Però, se andassimo indietro nel tempo, scopriremmo che quello non fu l’unico genocidio. Oltre ad esso, infatti, troviamo quello della popolazione armena. Essa ricevette non uno, ma ben due persecuzioni avvenute, però, in anni tra loro lontani. Il primo avvenne durante la fine dell’Ottocento; l’altro si verificò durante la prima guerra mondiale (il quale fu più spietato, crudele). Naturalmente, il modo migliore per conoscere questi avvenimenti (oltre ai libri di scuola) è l’utilizzo della televisione. Ed è per questo che io vorrei parlare del film La Masseria delle allodole. Esso parla di una ricca famiglia armena che in un solo momento vede cadere i propri diritti e la propria libertà. Il film è ambientato in Turchia (nazione che causò questo disastro) e racconta in primis la storia di una ragazza bellissima e della sua appassionante storia d’amore. Esso, però, è un sentimento che non durerà a lungo. Quindi in poche parole il film all’inizio era un po’ illusorio. Comunque questa realizzazione televisiva è stata bellissima anche se la storia non lo é. Tutto questo odio per la popolazione armena iniziò durante una riunione dell’esercito turco che voleva liberare il loro paese da questi “nemici”. Infatti da quel momento in poi quella popolazione iniziò ad essere vista in un modo molto diverso da prima. L’idea dei turchi era quella di deportare tutte le persone armene nel deserto e di lasciarle lì fino alla fine dei loro giorni. Tutto ciò accade anche alla protagonista del film che vive un amore impossibile perché il suo corteggiatore è un soldato turco che, però non ci pensa due volte a sacrificare il suo amore per non avere problemi con i suoi superiori e parte per il fronte russo. Intanto la famiglia della protagonista festeggiava. Quello fu il loro ultimo momento felice. Infatti, ben presto arrivò il mandato che sanciva l’allontanamento dalla Turchia della felice e perfetta famiglia armena. In preda al panico il capofamiglia decise di trasferire i suoi familiari, amici alla Masseria, dove purtroppo i turchi fecero una strage tra gli uomini e i bambini. Solo un bambino si salvò perché assunse i panni di una bambina. Iniziò così l’estenuante marcia verso la morte in cui persero la vita moltissime persone tra cui un bambino appena nato. Giunti ad Aleppo i pochi sopravvissuti comincarono a pregare che quel loro terribile incubo finisse immediatamente. Questo non accadde, e, per sopravvivere, Nunik si diede addirittura alla prostituzione. Nel frattempo i familiari scampati al pericolo progettarono la fuga dei pochissimi sopravissuti che finì bene per i bambini, ma non per Nunik che venne uccisa dall’uomo che l’amava, il quale al termine della guerra denunciò il suo terribile, ma obbligatorio gesto. Questo film per me è il ritratto della crudeltà umana, ma comunque è un bene vedere queste produzioni perché se si guarda il passato si può cambiare un avverso futuro che servirà sicuramente a costruire un mondo sulla pace, sulla fratellanza, sull’uguaglianza e sulla solidarietà. Spero, infine, che queste cose non accadano più.

 

 

 

 

Walter Danilo Maccarrone

III A Anna Frank  



Le donne e i bambini nel corso della storia sono stati ignorati e messi da parte perché considerati personaggi secondari, inferiori all’uomo, infatti dovevano attenersi al potere di quest’ultimo. Invece, nel film la Masseria delle allodole tutto è capovolto, infatti, sono le donne le vere protagoniste di una tragedia. Esso parla della persecuzione degli armeni da parte dei turchi che all’inizio si dimostrano gentili, ma alla fine si dimostrano degli oppressori. In esso troviamo anche una storia d’amore, tra Nunik, la protagonista femminile e un turco, ma non dura a lungo perché come le dice Ismea «è una fiamma costretta a spegnersi». Il film parla di una famiglia armena, che, come molte altre, è stata tradita dai turchi. Ma essa dimostra una grande generosità, ospitando nella masseria tutti gli armeni. E’ qui che avviene la tragedia: tutti gli uomini e i bambini vengono uccisi brutalmente e le donne deportate nel deserto come le bestie. Qui sono trattate senza rispetto: infatti vengono comprate e vendute come delle schiave e i soldati abusano di loro. Questo accade anche alla protagonista, ma per lei è diverso perché il soldato si è innamorato di Nunik. Durante la lunga deportazione abbiamo una scena che provoca rabbia e tristezza, ma anche tenerezza: vediamo una madre uccidere il proprio figlio appena partorito solo per non farlo toccare dalle mani dei traditori, vediamo l’amore di una mamma verso quel piccolo corpicino e l’odio per i turchi che non hanno saputo risparmiare nemmeno un neonato, l’unico che poteva sorridere a quegli uomini nonostante il loro grande tradimento. Nel deserto scarseggiava tutto e quindi sopravvivere era difficile, le bambine erano sempre più affamate e le donne per pietà si donavano sempre di più. La fine del film può essere considerato un miracolo e anche una tragedia perché gli amici di famiglia di Nunik riescono a salvare le bambine, ma la protagonista femminile viene scoperta e come punizione viene sgozzata e bruciata. Io credo che queste donne sono delle vere e proprie eroine perché sono riuscite ad andare avanti nonostante la perdita dei propri cari e le varie sofferenze. Non sono riuscite ad evitare tutto questo, ma lo hanno combattuto con coraggio, hanno camminato nonostante il sole cocente sulla faccia e la disperazione che può mutare in coraggio o in voglia di arrendersi, ma comunque sono andate avanti.

 

 

Federica Lucia Covelli

III A Anna Frank 



La donna ha sempre rappresentato un punto di forza in molte civiltà, ma in alcune società la donna è trattata come un oggetto che non deve avere nessuna speranza nella vita oltre a badare al proprio marito e ai propri figli. Qui le distinzioni tra le donne e gli uomini sono tante. Qualunque cosa faccia l’uomo è sempre “protetto”, e se ha anche il semplice sospetto che la donna lo tradisca, essa viene automaticamente lapidata; se la donna invece è vittima di una qualsiasi forma di violenza da parte del marito, lui non è punibile dalla legge. Sono questi, secondo me, i motivi per i quali noi donne dobbiamo batterci, perché non è plausibile che nel 2013 una donna viene uccisa dal proprio marito, o che una ragazza ha paura ad uscire la sera perché non sa chi potrebbe incontrare per strada. Il 17 gennaio, io e la mia classe, siamo andati alla biblioteca Pier Giorgio Frassati per continuare il progetto leggi-film. Lì abbiamo visto un film che parlava della violenza usata sulle donne armene. Questo film è stato uno dei più significativi, perché fa capire che non sempre si ha la giustizia che si merita, e quando la si perde è difficile riacquistarla, soprattutto in quel periodo. Le donne non sono degli oggetti e vanno rispettate, perché dobbiamo capire che se un uomo picchia una donna non è un uomo e non può essere paragonato a niente, perché niente merita di essere paragonato a lui.

 

Nadia Lucente

III A Anna Frank 



Oggi 17 gennaio c’è stato il primo incontro di Dossier storia, la dottoressa D’Ettoris ci ha raccontato la storia del genocidio degli armeni. Ci ha letto un libro intitolato la Masseria delle allodole, poi abbiamo visto il film ed è stato molto forte.

Le scene che mi hanno colpito di più sono state: la prima quando una ragazza lungo il tragitto verso il deserto ha partorito un maschietto, ma poi lo uccise perché costretta dai turchi; la seconda scena è stata all’ultimo quando la ragazza si è ribellata contro tutti ma poi è stata uccisa. Questo film è degno di una lunga riflessione poiché è riferito a un fatto storico accaduto veramente. Fino al 2006 in Turchia era proibito parlare di questo fatto in pubblico. Il genocidio armeno viene paragonato un po’ al genocidio ebreo perché entrambi sono frutto di un’idea incomprensibile per la civiltà umana e, questi genocidi non saranno mai dimenticati a livello globale. Secondo me, noi ragazzi siamo il futuro, siamo il domani e da persone mature dobbiamo affrontare queste tematiche con serietà e dobbiamo rispettare il diverso, colui che fa parte di un’altra dimensione perché nessuno è superiore o inferiore all’altro, siamo tutti uguali.

 

Claudia Serra

III A Anna Frank  




La Masseria delle Allodole è un film che non si può dimenticare, perché é riferito ad un evento storico di cui la storia stessa parla poco. Infatti, fino al 2006, in Turchia era severamente vietato parlare in pubblico del genocidio degli Armeni: addirittura era considerato un reato. Il massacro degli Armeni, da parte dei Turchi, è nettamente paragonabile allo sterminio degli ebrei da parte dei tedeschi nazisti. Entrambi i genocidi sono frutto di un’idea incomprensibile per la civiltà umana contemporanea: l’eliminazione delle diversità. La famiglia Avakian rappresenta tutte quelle famiglie benestanti che, da un momento all’altro, sono state sterminate, a cui è stata tolta anche la dignità di persona. Eppure anche lì la crudeltà umana uccideva uomini, donne e innocenti bambini ancora in fasce. Le donne armene sono figure eccezionali, grandissime, veramente eroiche, vedono morire i loro uomini, i loro bambini e, loro stesse, debbono subire un destino ancora più duro…Sono uccise lentamente, ma inesorabilmente nella loro anima, nella loro dignità. Sono morte ancor prima di essere uccise. Il film ci fa riflettere su avvenimenti del nostro passato, ma che purtroppo continuano ad accadere. Non dobbiamo dimenticare questi morti, perché dimenticarli, significherebbe ucciderli un’alta volta.

 

 

 

 

 

 

Miariam Borrelli e Nicotera Crisitna

III E Anna Frank  






Il 7/11/2012 io e la mia classe siamo andati alla biblioteca Pier Giorgio Frassati a vedere un film intitolato La Masseria delle Allodole. Esso parla della persecuzione degli Armeni ed è molto significativo. La protagonista è una donna armena di nome Azim che stava vivendo, intanto, un amore impossibile con un soldato turco. Il film è ambientato durante la prima guerra mondiale. In quell’anno i Turchi volevano eliminare tutti gli Armeni perché pensavano che ci fossero alleati con i Russi (nemici dei Turchi). Per questo motivo il governo Turco organizzò il massacro della popolazione armena. Si contarono un milione di morti. Questo film mi è piaciuto molto e mi fa riflettere sulla crudeltà dell’uomo. Io spero che non accadano più eventi tragici perché uccidere un uomo è come uccidere un fratello.

 

 

 Cataldo Arcuro

III E Anna Frank 




E’ stato scritto molto sul tema dei genocidi, particolarmente numerose sono le opere dedicate al massacro degli ebrei: testimonianze, diari di vicende personali o dell’evento in generale; di minore diffusione è invece, il massacro armeno. L’autrice, comunque, pone l’accento non tanto sulla strage, ma sulla forza di reazione che le donne della sua famiglia mostrano proprio quando ogni cosa non potrebbe andare peggio. Il romanzo diventa una storia di speranza, di forza e coraggio, di intraprendenza e voglia di combattere: solo la forza di volontà e l’amore per la famiglia fanno superare tutti gli ostacoli. Secondo me è orribile questo senso di impotenza davanti alla pazzia di un popolo che, per poter essere forte, ha bisogno di uccidere le proprie minoranze: è l’ennesimi caso della follia dell’uomo che oltrepassa un limite e perde la ragione. Riflettere su questi genocidi è un modo per mettere in guardia le future generazioni, affinché tali massacri non si ripetano nuovamente.

 

 

Maria Chiara Cotroneo

III E Anna Frank 

 

Era estate. Lo era non per il sole, il prato o per la natura con il suo equilibrio tra flora e fauna… Era estate perché eravamo insieme. Vedevo correre i bambini, li rimproveravo quando cadevano e sporcandosi ridevano… Mi ricordavano me a quell’età. Sentivo un equilibrio intorno a me, come se l’universo fosse una madre premurosa che ci riservava il meglio. Tutte queste mie elucubrazioni furono poi interrotte: “Monique, Monique, prendi il vino e vieni a tavola!”, mi urlò mia madre. Sobbalzai, io che fino a un secondo prima stavo affogando nei miei pensieri: “Arrivo mamma, arrivo”. Così ci sedemmo a tavola e ridemmo, scordandoci del cibo che nel frattempo si raffreddava nel piatto, proprio come poco tempo dopo ci saremmo raffreddati noi. Un caldo afoso ci soffocava, e faceva maturare perle di sudore che, scendendoci sul viso, ci rigavano le guance. Io amavo vedere scendere il sudore sul suo collo, amavo immaginarmi ad asciugarlo con un fazzoletto, amavo la sua voce leggermente roca, amavo il mio riflesso nei suoi occhi blu. Amavo far scorrere le dita fra i suoi capelli biondi.. Amavo lui, e lui amava me. Un turco e un’armena, bella pazzia, vero? Così passai la mia estate a scappare con lui nei prati, a spendere notti insonni. In men che non si dica arrivò Settembre e portò l’autunno. Le foglie rosse cadevano dagli alberi, le strade erano un tappeto vermiglio, ricoperte dalle foglie secche prive di linfa. Esattamente come noi. Il rosso era ovunque, e proprio mentre leggevo delle poesie di Catullo sentii le grida. “Monique, Monique, esci fuori in giardino, presto!” Un pianto disperato ruppe il silenzio della stanza… Era mia madre. Corsi frettolosamente fuori e trovai tutte le donne di casa nostra piegate sui corpi senza vita dei nostri uomini. Alcuni giacevano in pozze di sangue vivo, che fino a poco prima scorreva spedito nelle loro vene. Altri erano mutilati, altri ancora decapitati, e avrei tanto desiderato che i miei occhi non vedessero nulla di tutto ciò. Papà l’aveva detto di stare attenti, lo sapeva. Erano i turchi, erano loro i responsabili di tale inferno dantesco, che come l’autunno prosciuga la linfa alle foglie, ci prosciugò la vitalità. L’unico maschio salvo fu mio cugino, che io travestii da bambina in modo tale da portarlo con me al campo. Noi donne venimmo deportate, trattate come le bestie più indegne, e da quel momento la mia vita cambiò. Lasciammo la Masseria delle Allodole e partimmo verso un futuro irrisorio, stoico e ostile. Sentii più volte, durante il percorso, urla di dolore. Era un dio diverso a condannarci,

o meglio, i suoi discepoli a farlo. Agli uomini la diversità non è mai andata a genio, per il genere umano è solo una minaccia, un elemento da rendere innocuo. “Monique, promettimi che il buon Dio verrà a salvarci, promettimi che finirà questo calvario e che ci riabbracceremo a casa”, mugolò mia cugina. “Ma come posso promettertelo, se è proprio il nostro buon Dio il motivo della disgrazia? Non ci salveremo, ci lasceranno morire come foglie in autunno. Ecco, la vedi anche tu la foglia che hai pestato?” le chiesi. Mi rispose con rassegnazione: “La vedo, è in frammenti, è spezzata sulla strada, senza vita.” “Allora lo sai anche tu. Ora cammina”, la rimproverai io. Ci frustarono, ci lasciarono cicatrici incandescenti, abusarono di molte di noi, soddisfando così i loro bisogni. Costrinsero una donna di noi ad uccidere il proprio pargoletto appena nato. Una vita stroncata dalla forza bruta e dalla violenza spietata, una madre costretta a soffocare il proprio figlio con la sua schiena contro quella di un’altra donna. Pianse disperatamente. “Ma non puoi costringermi, eravamo amici, giocavamo insieme nelle nostre case, ridevamo!” E la sua voce finì, sprecata in un urlo silenzioso, inascoltato dal generale turco. Buffo come i rapporti possano essere bipolari, come possano passare da un estremo all’altro. La violenza è una donna che ammalia le menti degli uomini, offuscando tutti gli altri pensieri. Era inverno. Arrivammo al campo vestite di stracci, affamate, assetate e sfinite. Nulla di tutto ciò, però, era paragonabile alla nostra condizione emotiva. Avevo visto morire tra le mie braccia mia nonna, avevo visto la vita sfuggirle via senza poter fare nulla. Smisi di pregare quando mio cugino, ancora travestito da bambina, venne preso a calci nel ventre dall’ufficiale turco. “Sgobba brutta poppante, diventerai una sciacquetta proprio come le altre”, l’aveva schernito. Smisi di sperare, diventai un’arancia meccanica priva di sentimenti o opinioni. Le bambine ci tiravano le gonne, si adagiavano sui nostri seni e ci chiedevano di stringerle. Avevano freddo lì al campo, e l’unico calore era quello delle braci quasi spente del nostro cuore ferito. Avevamo fame, avevamo lo stomaco stretto in una morsa, e se c’è qualcosa di incontrollabile è un popolo affamato. Molte di noi provarono ad oltrepassare il confine, si chiesero se davvero ci fosse qualcosa oltre. Per avere anche solo una crosta di pane insalivata dovevamo svenderci, entrare in quelle tende e donarci agli uomini che non amavano, che non ci appartenevano e che volevano solo possederci. Così, quando le bambine non resistevano più, entrai in quelle tende. “Buona sera ufficiale”, dissi con la voce soffocata dal pianto. Cominciai a sfilarmi il reggiseno, e proprio quando stavo per farlo cadere l’ufficiale turco mi mise una mano sul petto e mi disse con dolcezza: “Rivestiti, non voglio questo da te”. Risposi sconvolta: “Ma volete tutti questo, com’è possibile.” Lui mi disse d’amarmi e di volermi portare via, io rifiutai. Mi diede il pane lo stesso, e ringraziando il cielo corsi portarlo alle bambine, che lo inghiottirono con avidità, scordandosi della mia bocca affamata. Quando guardavo quel turco pensavo al mio amato, partito per il fronte. Pensavo alle poesie che avremmo letto insieme, ai sorrisi negati, alle risate che ci saremmo fatti scordandoci la torta nel forno. Pensavo alle serate sul divano, pensavo alle nostre corse nei campi e al suo sorriso, e mi rendevo conto d’amarlo ancora, più di prima. Decisi di rischiare, decisi di provare. Mi arrotolai le maniche, mi alzai la gonna del vestito e corsi silenziosamente. Passi piccoli, attenti a non schiacciare nulla per non produrre suono, verso la fine o l’inizio. In quei pochi secondi mi passò la vita davanti, poi arrivai al muro e quando stavo per scavalcare, mi sentii una mano sulla spalla. Ansimavo per la corsa; una voce mi disse “Voltati.” Mi voltai, era il generale turco. Mi portarono in mezzo al campo, mi inginocchiarono e mi strapparono il vestito. L’uomo che mi amava, costretto fra le lacrime, mi tagliò i seni. Un altro ufficiale mi sparò in fronte, e così vedi l’ultima immagine, un fiore nel campo. Stava per arrivare la primavera, ma io non la vidi. Questa stagione simboleggia la rinascita, ma io non rinacqui. “Monique, amore, svegliati!”, il pianto disperato di mia madre che mi vide morta tra le sue braccia. Mi avvolsero le tenebre, e così, finì la mia breve vita. Molte altre ragazze finirono come me: la violenza aveva vinto sui nostri fragili corpi, la follia aveva prevalso. Ed eccomi qui, dall’alto del cielo, a raccontare una primavera mai vista.

 

Di Alisea Perticone, III D, Anna Frank.

 

 

 

Il mio nome è Yusuf   e sono il servitore di Augusto,  proprietario della Masseria delle allodole, e vi racconterò la storia di questa famiglia armena. Tutto iniziò dalla morte del signor Augusto, al suo funerale parteciparono un sacco di signori benestanti tra cui i soldati turchi. A quel tempo Turchi e Armeni vivevano in pace fino a quell' orribile giorno. Sentivo che stava per accadere qualcosa perché in passato avevo tradito la famiglia armena in cambio di denaro, quel giorno mi sentii come una persona orribile, pensando al tradimento che avevo perpetrato alla famiglia che mi ha voluto bene e mi ha ospitato per tutti questi anni. Il giorno dopo accadde qualcosa di terribile, tutti gli uomini vennero chiamati a raccolta e per paura di un tradimento dai turchi un gruppo di donne, uomini e bambini si rifugiarono alla Masseria. Fui preso dal capitano dei turchi e con dei suoi uomini mi torturarono per sapere dove si trovasse la Masseria. Mi portarono con loro fino alla Masseria, dentro la casa si sentivano bambini e donne cantare fino a quando i soldati non entrarono , non ebbero pietà per nessuno , neanche dei bambini per paura che un giorno si sarebbero vendicati. Aspettai fuori finché non vidi i soldati portare i corpi dei bambini e degli uomini. Ero disgustato, mi sentivo male per quello che avevo fatto, e provai anche rabbia per l' indifferenza dei soldati che avevano ucciso quei bambini. Le donne furono fatte schiave e venivano abusate dai soldati turchi fino ad arrivare a Aleppo. Sentendomi in colpa, li cercai disperatamente, fino ad incontrare una donna fuggita ai soldati. Con lei partimmo per Aleppo alla ricerca delle altre donne, che trovammo sotto le mura della grande città. Cercammo un'idea e alla fine la trovammo, chiedendo aiuto al conte, amico della famiglia Armena, ci diede dei soldi per corrompere le guardie notturne che sorvegliavano le donne. Quella sera riuscii a salvare i ragazzi lasciando le donne nelle mano degli armeni. Alla fine i ragazzi riuscirono a salvarsi partendo per l’ Italia dove attendeva sulla spiaggia il loro zio.

 

Manuel Russo classe III C Anna frank

 

 

 

Sono passati pochi giorni dalla morte del nonno, ma ancora mi sento molto triste. Il nonno in famiglia era quello che veniva più rispettato, era il più saggio e mi dava consigli quando ero in difficoltà.

Ma ora continuare a piangermi addosso perché il dolore lo provano specialmente Monique e suo fratello. Sono anche preoccupato per ciò che sta succedendo nel mio paese:le ostilità tra Armeni e Turchi. Mi sento più in pericolo, perché il nonno non c’è più, ed il nostro rapporto con loro è peggiorato.

Sono passati un po’ di giorni e abbiamo saputo che i Turchi stanno portando tutti gli uomini Armeni in questura e da la non stanno facendo più ritorno. Monique e il fratello per proteggerci ci hanno portato nella Masseria, molte persone lì, si sentono già salve ma io ho paura lo stesso.

Alla fine è successo; in questo momento provo rabbia, dolore e sofferenza per gli uomini e bambini della mia famiglia che sono stati uccisi; e pensare che io sono salvo solo grazie a due orecchini che mi hanno infilato per farmi apparire una bambina.

E’ passata una settimana, e insieme al dolore e alla rabbia si sono aggiunti la stanchezza e la fame, dato che, da quando siamo partiti camminiamo senza mangiare. Per fortuna ci hanno detto che stasera faremo sosta in un campo di internamento. Le condizioni nel campo sono pessime, ma almeno ho potuto dormire un po’.

Oggi sono contento, perché Monique mi ha detto che potremo fuggire dal campo. Siamo scappati e siamo finalmente liberi, ma nonostante ciò siamo addolorati perché purtroppo Monique per salvarci è stata vista e uccisa. Almeno sappiamo che fra un mese grazie alla Spagna ci sarà il processo contro i Turchi e spero che venga loro data la giusta punizione per ciò che hanno fatto.

 

 Antonio Manna III C Anna Frank


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