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Lunedì, 18 Marzo 2019

Ultima parte

Con questo intervento concludo la lunga presentazione di Togliamo il disturbo, di Paola Mastrocola, edito da Guanda, d'obbligo una premessa: il libro della Mastrocola non rappresenta il vangelo in terra, anche perché sulle questioni scolastiche come l'insegnamento, l'apprendimento, i saperi, la valutazione, non  esistono ricette facili. La scuola non è come negli uffici postali, dove si smistano buste, pacchi, etc, a scuola si “lavora” sui cervelli dei giovani, si dovrebbe costruire il futuro della nostra società. Mi è sembrato corretto fare questa premessa perché ho ricevuto dei commenti critici, in particolare, sul giornale online zammeru maskil.com, il visitatore nel suo articolato commento alla 7 parte , ha difeso lo studioso americano Benjamin Bloom, anche se poi ha scritto cose condivisibili sul processo dell'insegnamento-apprendimento che è soggetto a moltissime variabili. Infine, da segnalare, i commenti del visitatore abituale, ma di altro tenore, sul giornale online furcisiculo.net.

Comunque la cosa migliore è leggere il libro, sicuramente fa bene a tutti e non credo che la Mastrocola abbia la pretesa di voler risolvere tutti gli annosi problemi che affliggono la nostra scuola. Di una cosa sono certo, Togliamo il disturbo, se viene preso in seria considerazione dagli organi istituzionali, certamente potrà offrire un ottimo contributo per il bene della scuola italiana.

L'ultimo mostro che sta facendo male alla nostra scuola e non solo, per la prof di Torino è il web, e tutto quello che ruota intorno, facebook, in particolare. “Quando apprendo che nel marzo 2010 è nata a Londra la prima clinica specializzata nella disintossicazione della mente infantile dalla dipendenza da internet e videogichi e in particolare dal 'morbo di facebook'”, allora alla Mastrocola, questo la preoccupa molto. La colpa è di tutti noi, che dovevamo mettere in guardia, in particolare i più giovani. Essere sempre connessi, significa che si è dipendenti. Forse qui la Mastrocola esagero un poco, ma come si fa a non essere d'accordo con i suoi ragionamenti. “Penso che stiamo prendendo un abbaglio: crediamo che le nuove tecnologie ci cambieranno la vita, il cervello e l'identità; invece forse, se usati con moderazione, sono soltanto utili e innovativi strumenti che ci permetteranno di essere meglio quello che siamo e ci faciliteranno la vita che abbiamo”.

Del resto quando è stata inventata l'automobile, non ci siamo messi dentro per tutta la giornata, lucidando il cruscotto e per tutto il giorno a viaggiare col nuovo strumento. “Ha solo migliorato i trasporti. Ha solo cambiato, in meglio, il nostro modo di muoverci...” La stessa cosa dovrebbe essere per internet, adesso perché c'è internet non vuol dire che smetteremo di pensare e di studiare. Certo è una grandiosa novità, scoperta, progresso, che la prof non demonizza, lo considera solo uno strumento utile, per comunicare più velocemente.

Una seconda nuvola – per Mastrocola - è che internet ci dà l'illusione del sapere. Nel fatto che in rete c'è tutto, noi abbiamo maturato la convinzione che andando su internet sapremo tutto. Invece, non sappiamo niente. Perché ci siamo limitati a guardare, leggere, stampare: non abbiamo studiato e quindi alla fine non sappiamo niente. E' stato sostituito il verbo studiare; i giovani, in particolare, hanno l'illusione di aver studiato, guardando delle pagine su internet. Invece per Mastrocola, per sapere, bisogna trattenere. Appropriarci delle cose, farle scendere giù nell'hardware della nostra mente, ancorarle. Studiare è questo. Insiste la prof, internet non ci dispensa dallo studio (…) può benissimo sostituire i libri e le enciclopedie (…) ma le videate e le stampate, poi, bisogna studiarle allo stesso modo di un libro (...)Non è che, usando il supporto video, magicamente le cose si trasferiscono nella nostra mente e lì dimorano per sempre rendendoci sapienti!” Il maledetto sforzo di memorizzare e organizzare e trattenere bisogna che lo facciamo sempre e comunque”. Mi sembrano ragionamenti condivisibili.

E più avanti la professoressa di Torino espone una sua teoria abbastanza originale, per usare internet dovremmo già avere una buona dose di conoscenze, uno che è digiuno naviga a vuoto. Può proficuamente navigare, per la Mastrocola, chi possiede già una sua personale dispensa di nozioni, chi ha letto libri, conosce l'esistenza di certi autori, e personaggi, e fatti, e idee. E così chi si trova in questo contesto, naviga tra le sue conoscenze, e il mezzo di internet, gli rende molto più agevole ritrovare. Ecco internet, serve per ri-trovare non per trovare. E qui mi sembra di ritrovarmi in toto. Per me è una meraviglia usare internet, è stata una rivoluzione che ho sperimentato sulla mia pelle. “Ma i giovani? I giovani non possono che giocare con Internet, visto il livello di scuola che gli stiamo offrendo...”

Qualche saggista parla di demenza digitale di massa e denuncia la preoccupante scomparsa di facoltà quali la memoria e la concentrazione, ecco perché nel mare del web si rischia una frammentazione dei saperi. La Mastrocola ci mette in guardia dalla sacralizzazione del pc, del resto, gli americani da tempo, hanno superato questo aspetto. Diversi studiosi ci mettono in guardia dalle illusioni delle cosiddette “didattiche democratiche”, dalle riforme “progressiste” fondate sui miti dell'autonomia e del territorio, dal “mammismo pedagogico” e dal trionfo tecnologico dell 'informatica e della digitalità”.

Sartori il 22 marzo 2010 sul Corriere della Sera citando Tullio De Mauro, scrive: “il 70% degli italiani è pressoché analfabeta o analfabeta di ritorno, cioè fatica a comprendere testi, non legge niente, nemmeno i giornali”. Per Sartori, le cause sono quattro: lo sfascio della scuola che dovrebbe alfabetizzare  e invece non lo fa più perché è caduta nelle mani dei pedagogisti (li chiama i 'diseducatori degli educatori'); il ' sessantottismo demagogico dei politici'; il permissivismo illuminato delle famiglie spockiane; ma soprattutto la tecnologia che inneggia all'homo novus zappiens avviato a gloriosi destini grazie alle sue Nuove abilità, multitasking in primis”.

L'importanza di questo libro sono le numerose domande che pone ai lettori, tra queste ne formula una a proposito di questi giovani figli di questa società opulenta che frequentano le scuole e non aprono più un libro. Che cosa facciamo con questi ragazzi? Abbiamo creato una scuola classista: non prepariamo più nessuno a forza di non insegnare più alcuna “nozione”, per la Mastrocola, stiamo penalizzando proprio le classi meno abbienti e facilitiamo invece, le classi socialmente avvantaggiate, che sanno perfettamente cosa fare, evitano con grande maestria le scuole statali di quartiere, e si vanno a cercare le scuole internazionali o le scuole confessionali private o quelle rare scuole statali di qualità che ancora sopravvivono: i luoghi esclusivi, dove ancora si insegnano i contenuti, dove si fa grammatica insieme alle lingue straniere, e si fanno leggere i libri e si pretende lo studio”. Così per la Mastrocola abbiamo condannato definitivamente all'ignoranza e all'immobilismo sociale proprio coloro che dovremmo più aiutare. Un vero capolavoro classista, complimenti! Soprattuto se penso che tutto ciò è opera di insegnanti e politici di sinistra...Concludiamo, la nostra lunga maratona, con il rimedio possibile che offre per i nuovi analfabeti, il professore De Mauro, “propone di prolungare ulteriormente l'obbligo scolastico e di diffondere maggiormente Internet (d'accordo con la Gelmini?), allora di colpo capisco che è la fine. Inutile lottare. Tutti a scuola per anni e anni a imparare il nulla più a lungo, tutti a smanettare sul computer tra un sito e un blog, convinti di essere in un fulgido futuro. Con la lavagna interattiva, naturalmente...”

Nella terza parte la Mastrocola espone la sua modesta proposta sulla scuola del futuro, continuate voi, leggendo il libro.

 

La recente esternazione di Silvio Berlusconi sulla ideologizzazione della scuola italiana ha fatto registrare le solite sferzanti polemiche contro il Presidente del Consiglio, colpevole di avere espresso le sue idee sulla inadeguatezza della nostra scuola.

E’ stata polemica pretestuosa o c’è un fondo di verità nelle parole di Berlusconi?

Certo è che, sono sempre più frequenti gli sfoghi in ogni sede di docenti della scuola pubblica che denunciano la loro frustrazione e la loro resa di fronte a studenti che non studiano e che vanno a scuola solo per perdere tempo.

Ma da un po’ di tempo c’è una docente in Italia, una normale professoressa di lettere di un normale liceo pubblico di Torino, che ha colto questo diffuso disagio degli insegnanti e ha rotto la cortina di silenzio, pubblicando libri di successo e spiegando la follia ugualitaristica di una certa ideologia che ha voluto “studenti ad ogni costo tutti uguali”.

Negli ultimi 40 anni infatti, masse di giovani sono state “forzate” allo studio e  hanno snaturato scuole, università e loro stesse.

Non tutti devono laurearsi o diplomarsi per forza se questa non è la loro vocazione, dice nella buona sostanza la brava Paola Mastracola, nel suo libro “Togliamo il disturbo”. Saggio sulla libertà di non studiare. Edizione Guanda.

Un conto è infatti l’obbligo scolastico, un conto è che tutti debbano per forza laurearsi.

C’è una assurda idea che ha accompagnato molte generazioni che si sono formate dopo gli anni della rivoluzione studentesca (sempre loro, i fatidici anni ‘60), secondo cui non è bene svolgere lavori manuali, artigianali o pratici, quasi che fossero un qualcosa di umiliante.

Ma intanto questa assurda tendenza culturale, che poi è diventato uno stile di vita, ha portato tante persone a laurearsi con voti bassi, fuori corso, con nessuna preparazione pratica e nessuna propensione a quelle professioni per cui in teoria avevano studiato.

E così, bravissimi ragazzi che avrebbero potuto essere ottimi artigiani o capaci lavoratori specializzati, si sono ritrovati dopo un percorso di studio lungo, ad essere disoccupati ed infelici, oltre che carichi di rimpianti per gli anni buttati in studi a loro non congeniali.

Va da se che, costoro hanno subito questa sorte non solo perché il mercato del lavoro è saturo  di lauree “strane e inutili”, ma anche perché nessuno è disposto ad assumere gente con scarsa preparazione. A quel punto agli sfortunati ragazzi non è rimasto che ripiegare verso un call center,  un centro commerciale o qualcosa di simile; insomma ben altro rispetto a quanto avevano desiderato.

Valeva la pena sprecare tempo, denari delle famiglie e talenti per ritrovarsi con questi risultati ?  La tristezza di molti ragazzi la dice lunga su questa domanda.

Ed ecco che arriva a pennello il messaggio del libro della Mastracola: “Rimeditare la scuola”.

E a meditare dovrebbero essere i genitori, che probabilmente se investissero più tempo nei colloqui con i figli, scoprirebbero che i loro veri interessi non saranno mai appagati da quel liceo da frequentare ad ogni costo o da quella laurea da prendere per avere un pezzo di carta.

E togliamoci dalla testa, come dice qualcuno, che questa è la tipica mentalità delle società opulente.

Negli Stati Uniti, in Germania, in Francia, in Australia questo fenomeno è sconosciuto

perché la scuola è molto meritocratica; loro non si “danno la zappa sui piedi” !

Se priviamo la scuola della sua vera missione, ne faremo (come abbiamo già fatto) un parcheggio che manterrà i nostri giovani inadeguati rispetto alle sfide odierne e che sposterà in avanti il problema, senza mai risolverlo.

Guarda caso, quelli che oggi configgono con il Premier su questa tematica sono proprio quelli che negli anni del furore sessantottino pretendevano e ottenevano il 18 politico o il 6 politico. Sono gli stessi che oggi insistono per avere una scuola moderna, cioè senza alcun bocciato, al massimo rimandato.

La prima conseguenza di questo errore ideologico è stata l’illusione dei genitori di trasferire le proprie aspirazioni ai loro figli.

Come ha scritto un arguto giornalista, Nicola Parro: “Accettereste con leggerezza che vostro figlio si iscriva all’Istituto Alberghiero o Radio Elettra Torino, piuttosto che al Classico ?  Ma quanti di voi hanno accanto figli che fremono, inchiodati in un call center o a 30 anni a casuccia dei genitori, rimpiangendo gli anni di studio ?”.

Ecco alcuni (e non sono tutti) frutti della scuola ideologizzata.

Il mio intervento, Una scuola solo per chi ha voglia di studiare, pubblicato dai vari giornali online dove collaboro, ha scatenato una serie di commenti in particolare sul giornale online, legnostorto.com, da segnalare una lettera a firma del sig. Vincenzo Pascuzzi, Pensiamo al dopo Gelmini: no a figli e figliastri”, pubblicata da diversi siti scolastici, anche nel forum del quotidiano La Stampa, probabilmente perché la condividono; l'autore considera singolare e originale la mia tesi che il 50% degli studenti delle superiori dovrebbe abbandonare la scuola, per Pascuzzi questa è un’ipotesi irrealistica, astratta, impraticabile, assurda, ai limiti della follia! E questi ragazzi dai 13-14 anni fino ai 18-19 (che potrebbero essere oltre un milione!) cosa dovrebbero fare? Forse lavorare in nero, girovagare nelle strade, parcheggiarsi nei bar, oppure cos’altro? E dopo i 18-19 anni? A questa osservazione un lettore ha risposto: “in quanto al "parcheggio" degli studenti sfaticati, mi sembra di capire che lei sia favorevole continuare a parcheggiarli, appunto, nella scuola. Non le pare che, così, oltre a non fornire loro comunque alcuno sbocco, si finisca per danneggiare anche l'altra metà, che vuole e sa imparare?”

Le osservazioni di Pascuzzi, tra l'altro l'unico a criticarmi aspramente, sono divaganti e alquanto confuse: risentono di quei principi sessantottardi, di uguaglianza verso il basso, di puro conservatorismo tipico di certa cultura sindacalese, privi di qualsiasi proposta; invece di discutere il contenuto del libro della professoressa Paola Mastrocola, sposta il problema, e così Cavallotti gli ricorda che qui si sta discutendo sulla opportunità o meno che tutti, tendenzialmente, abbiano la medesima formazione fin quasi alla maggiore età, indipendentemente da meriti, capacità e interessi.  A mio avviso tutto il resto, precari, somari promossi, insegnanti squalificati e fanatici... tutto questo, dicevo, deriva in buona parte da queste scelte giacobine che stanno alla base di tutta la concezione della nostra scuola negli ultimi decenni.

Tra i tanti commenti, tutti favorevoli al mio intervento, mi sembra interessante, quello di Marco Cavallotti, redattore di legnostorto.com., perché in poche righe riesce a focalizzare i problemi della scuola italiana.

Caro Bonvegna, più che un “pugno allo stomaco”, la tesi di questo libro – che nemmeno io ho ancora letto – mi pare corrispondere ad un ritorno al buon senso. Le dirò, sono anni che su questo giornale cerchiamo di discutere di scuola e università senza i paraocchi che un trentennio di “cultura democratica” ha imposto a docenti e utenti della scuola. Una cultura che in realtà ha cercato di far diventare la scuola uno strumento per ottenere una sorta di uniformità verso il basso, ha proletarizzato i docenti privandoli per giunta di ogni prestigio sociale – con le conseguenze note sul reclutamento delle nuove leve –, ha smontato i vecchi programmi, certo obsoleti, per sostituirli frequentemente con ammassi informi di conoscenze senza capo né coda, senza equilibrio e senza il rimedio ai difetti di quelli vecchi.
E dopo tutto questo, qualcuno ha anche il coraggio di spiegare che la scuola pubblica va male per colpa degli ultimi ministri, appartenenti al centro-destra. La sciagurata riforma del 3+2 all’università è stata ideata dal ministro Berlinguer, già docente di diritto consuetudinario sardo, e portata avanti al suo successore, noto linguista non certo di destra. Per smontare tutto questo non è bastata la Moratti – vittima delle camarille di consulenti pedagogisti, Iddio ce ne liberi – e incapace di raccapezzarsi in un ministero come quello; e anche la Gelmini ha dovuto scendere a molti compromessi, per ottenere solo parziali rimedi. Per fortuna, però, sembra essere riuscita a riproporre un sistema di curricula e di offerte scolastiche, che tengono conto del fatto evidente che non tutti hanno voglia, e non tutti sono capaci di impegnarsi in corsi di livello superiore.
Insomma, più che un pugno nello stomaco, direi che i discorsi dell’insegnante torinese rappresentano una ventata di equilibrio e di senso della realtà nel grigiore plumbeo del giacobinismo scolastico, condito dal melenso buonismo della scuola di Barbiana.
Pur non frequentando il mondo delle scuole elementari e medie, credo che persone che la pensano così non manchino. Il problema, al solito, sta nel fare in modo che parlino, che si organizzino, che sappiano reagire alla sciocca e suicida alleanza fra genitori pigri e insegnanti “democratici” per promuovere tutti. Una alleanza che si consuma sulla pelle dei ragazzi e del futuro di tutti noi.

Aggiungo soltanto che la mia frase del “pugno nello stomaco”, voleva essere una provocazione giornalistica, per dare più forza all'argomento.

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