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Lunedì, 25 Marzo 2019

Un’importante iniziativa della testata giornalistica online Meta Magazine (www.metamagazine.it) che,  in collaborazione con l’UICI (Unione Italiana Ciechi ed Ipovedenti ) di Roma e Provincia, si fa promotrice di  “Scuole Oltre La Disabilità”, un progetto sociale sul tema dell’integrazione dei soggetti con disabilità visive, rivolto agli studenti degli Istituti superiori del territorio laziale.

L’obiettivo dell’iniziativa, che verrà portata avanti nei prossimi mesi e per tutto il periodo dell’anno scolastico,  consiste nell’organizzare incontri all’interno delle scuole, dove persone affette da disabilità visive di ogni tipologia, si confronteranno con gli studenti, discutendo circa le possibilità di arrivare ad una qualità di vita normale, sotto ogni profilo, nonostante gli ostacoli posti dalla patologia stessa.

Quindi, incontri per raccontare le proprie storie, confrontarsi con i coetanei, rispondere alle loro domande, introducendo un comune linguaggio e canali condivisi di comunicazione ed, infine, illustrare anche tutti quegli strumenti tecnologici e multimediali, che oggi permettono al disabile visivo di poter effettuare serenamente  le azioni quotidiane proprie di un giovane studente, o di ogni altra persona.

Fondamentale porre l’accento sul  rapporto tra persone ed animali ed in particolare sul ruolo dei cani- guida ed anche sulla pratica di attività sportive, agonistiche e non solo. Questi alcuni dei temi che saranno affrontati con gli studenti ed hanno un medesimo filo conduttore, quello per cui la disabilità non è un problema clinico, ma una questione sociale, come afferma Andrea Titti.

"La principale problematica - dichiara Andrea Titti, ipovedente Editore di Meta Magazine - che il disabile, non vedente o ipovedente, si trova a dover affrontare e superare, non sta nell’eventuale cura medica della sua patologia, ma nel personale inserimento all’interno della comunità in cui vive, partendo dalla stessa famiglia, dalla scuola, dalla cerchia di amici, per arrivare al posto di lavoro e all’impiego del suo tempo libero. Tutto questo finalizzato alla totale integrazione all’interno della società in cui vive, da cui consegue una completa e matura accettazione della propria condizione, che non è dipendente soltanto dalla volontà del disabile, o dal suo livello di consapevolezza , ma è strettamente connesso al grado di accettazione che gli altri hanno rispetto alla disabilità - conclude Titti - di cui il soggetto è portatore".

Partendo da questo assunto, il progetto in questione si propone di aprire una fase di ascolto e comprensione del significato della disabilità visiva, non tanto per chi è portatore di tale condizione, ma verso coloro i quali  ignorano questa situazione, o peggio, ne hanno una visione distorta e stereotipata.

Ogni disabilità, in questo caso quella visiva, non è ostacolo ad una piena realizzazione di sè, in ambito privato o pubblico, ma uno stato che richiede strumenti diversi rispetto alla “normalità”, in una società  veramente in grado di fornire parità di opportunità. Il progetto si propone di partire da un’operazione culturale di conoscenza e divulgazione, rivolta ad un mondo generalmente più aperto all’integrazione e che rappresenta il futuro di ogni comunità: i giovani ed in particolare gli studenti.

Per meglio monitorare e valutare il raggiungimento degli obiettivi prefissati, agli studenti delle classi partecipanti verranno distribuiti alcuni questionari individuali ai fini statistici e non valutativi, uno prima dell’incontro, ed uno successivo ad esso, in modo tale da poter verificare la reale acquisizione del messaggio in merito ai temi trattati.

Al termine del calendario degli incontri presso le scuole, i promotori del progetto organizzeranno un convegno,  nel corso del quale presentare gli esiti dello stesso, e fare il punto sull’effettivo tasso d’integrazione del disabile visivo nelle nostre comunità. In quella sede verrà, altresì, lanciata la proposta di dotare ogni Istituto scolastico di strumenti  tiflotecnici, che consentano una reale parità di accesso al diritto allo studio agli studenti  ipo e non vedenti che, a tutt’oggi, devono provvedere autonomamente e  solo attraverso il sostegno  delle loro famiglie, nel dotarsi di ausili tecnologici per lettura, scrittura e studio, al fine di una piena integrazione sociale e culturale.

La proposta educativa di Maria Montessori, nella cultura del nostro tempo, deve essere considerata atipica, in quanto si presenta come un progetto sistematico che comprende una concezione psicologica, una prospettiva educativa e una impostazione metodologica, organizzate in maniera coerente in una visione dell'uomo e del bambino concepito come “padre dell'uomo”. 

La sua educazione come “aiuto alla vita”, il suo “aiutami a fare da solo” sono indirizzati a tutti i bambini nella prospettiva di un mondo di pace, costruito attraverso una riforma significativa delle istituzioni educative. È questo il significato della sua pedagogia scientifica, tesa sia a garantire a ciascun bambino tutte le opportunità, sia a sviluppare al meglio il “potenziale umano” per “costruirsi” uomo in piena autonomia.

Nel 1907 fonda, in Via dei Marsi, a Roma, la “Casa dei bambini”, intesa come proposta di una scuola laboratorio e come centro di sperimentazione e di ricerca, secondo le connotazioni della ricerca e della sperimentazione della scuola di oggi.

Maria Montessori ha voluto osservare il bambino, nel corso delle libere attività, all'interno di un ambiente strutturato e appositamente preparato per lui, al fine di indagarne e promuoverne tutte le capacità. Da qui la grande importanza dell'ambiente e degli esercizi di vita pratica che permettono a ciascun bambino di cimentarsi con la realtà, di padroneggiarla e, al tempo stesso, di rispettarla. L'ambiente costituisce l'elemento basilare, il contesto per la costruzione della identità personale e per la piena realizzazione di tutte le possibilità motorie, sensoriali, percettive, mentali.

La mente del bambino, la cosiddetta "mente assorbente”, ha la immensa capacità di "incarnare" gli elementi dell'ambiente, di assimilarli, di elaborarli, di ristrutturarli, costruendo una propria visione del mondo e della realtà.

La mente assorbente, che in Maria Montessori è operativa, creativa, produttiva di cultura, ha la possibilità di rappresentarsi la realtà attraverso l'azione diretta sulle cose e la elaborazione dei messaggi che i sensi le inviano. È una mente che lavora per il suo sviluppo e per l'apprendimento, secondo le indicazioni delle più significative ricerche del nostro tempo.

Piaget parla di "assimilazione e accomodamento” del pensiero infantile, intesi come operazioni che permettono all'intelligenza di ''adattarsi all'ambiente". Parla di pensiero “senso motorio” per il bambino della prima infanzia, così come Maria Montessori aveva individuato, in questa età, la fase dei sensi, del movimento e dell'ordine.

Bruner, invece, afferma che tutto l'apprendimento avviene attraverso tre processi di rappresentazione: la rappresentazione attiva, la rappresentazione iconica, la rappresentazione simbolica, che permettono alla mente di costruire il proprio sapere, elaborandolo in termini di cultura.

Sulla base delle sue ricerche all'interno del pianeta bambino, Maria Montessori costruisce nella "casa dei bambini” il contesto che consente una “autoeducazione”, basata sul principio dell'azione liberatrice, che permette a ciascun bambino di esprimersi con naturalezza e di rappresentarsi la realtà in termini di cultura, attraverso i processi di astrazione e di simbolizzazione.

La "prospettiva ecologica"

Sappiamo che, oggi, il rapporto del bambino con l'ambiente è complesso, come complessa è la relazione bambino-madre, bambino-educatore, come complesso è qualsiasi intervento educativo. Per chiarire questo concetto si può ricorrere ad alcuni riferimenti culturali. Fino a qualche decennio addietro i processi di apprendimento erano considerati come operazioni caratterizzate dalla semplicità. Ogni alunno, così come ogni individuo, era visto e studiato come una unità semplice, che doveva aprirsi al mondo, per cui tutte le attività di istruzione, di insegnamento e di educazione, erano basate sul principio dell'accumulazione. L'alunno veniva guidato a costruire il suo sapere, nozione su nozione, mattone su mattone, con la stessa logica costruttiva di un muratore, secondo una direttiva lineare e progressiva basata sul passaggio dal noto all'ignoto, dal semplice al complesso, dal vicino al lontano. La didattica basata sui "centri d' interesse”, sulla ricerca e sulle tecniche tradizionali era, di fatto, legata a questa concezione. Nel nostro tempo non è più cosi: sappiamo che l'esperienza e la formazione del bambino avvengono in un complesso reticolo di contesti, dai loro reciproci effetti, come chiarisce Bronfenbrenner, nel suo noto saggio "Ecologia dello sviluppo umano". In altri termini, i bambini costruiscono i loro processi di crescita su una serie complessa di elementi dell'ambiente familiare, scolastico, sociale, che li influenzano.

La prospettiva ecologica indica, con estrema chiarezza, che il processo educativo non è lineare, ma sistemico, derivante da diversi effetti che interagiscono reciprocamente.

Sul piano più strettamente educativo e didattico, la prospettiva ecologica, che è di particolare interesse, permette altresì di analizzare le interazioni intercorrenti fra gli eventi della realtà (i fatti dell'ambiente, appunto) e le rappresentazioni che la mente di ciascun bambino costruisce su questi eventi, nella prospettiva di una progettualità che garantisca a ad ognuno le migliori condizioni di sviluppo e di apprendimento.

Su questa concezione interazionale dello sviluppo del bambino e della sua mente - che lo vede protagonista di un processo attivo e creativo di unificazione delle diverse esperienze vissute nei suoi rapporti con la realtà esterna – l'insegnante può impostare il proprio lavoro. Questo vuol dire che non sono più le teorie che tendono a sottomettere i bambini e il lavoro dei docenti, ma le teorie culturali che vanno verso i bambini reali. La realtà operativa della scuola viene, così, concepita come un fenomeno complesso, al cui centro stanno i bambini con le loro esigenze.

Maria Montessori ha saputo intuire tutto questo: "La mente del bambino prende le cose dall'ambiente e le incarna in se stesso. E questo non avviene per eredità, ma per effetto di una potenzialità creatrice del bambino. Tutti i bambini della terra seguono questa legge, allo stesso modo, con la stessa intensità e con la stessa forza. Questa facoltà di creazione non è la prerogativa di una razza piuttosto che di un'altra, ma è inerente alla natura del bambino. E poiché noi abbiamo il modo di guidare il bambino, è chiaro che la formazione dell'uomo è nelle nostre mani: per questa via siamo in grado di formare il cittadino del mondo. Lo studio del bambino piccolo è, dunque, fondamentale per il progresso e la pace dell'umanità”. Sulla base di una siffatta concezione dell'infanzia Maria Montessori esprime la sua visione inerente a quei comportamenti tendenti a sottrarre spazio alle attività dei minori. I bambini non sono gli esecutori materiali delle attività preordinate dall'adulto, né dei semplici recettori di stimoli provenienti dall'esterno. Ogni bambino deve essere posto nelle condizioni più opportune perché possa compiere le sue esperienze. L'adulto, invece, ha il dovere di predisporre l'ambiente in modo idoneo affinché ognuno possa esprimere e sviluppare al massimo le sue potenzialità. Il fine dell'educazione, quindi, non è il somministrare al bambino talune conoscenze da imparare, ma di mantenere sempre viva quella fiammella chiamata “intelligenza”. Questo vuol dire che il fine dell'attività educativa è quello di tendere sempre di più a promuovere le potenzialità del bambino, ponendo ognuno di fronte a compiti e stimoli di apprendimento adeguati alle sue esigenze di crescita. 

Dall’ultima indagine di Almalaurea si apprende che negli ultimi 10 anni le iscrizioni dei giovani alle università sono diminuite in tutta Italia, ma in modo differenziato: in particolare, il Mezzogiorno ha pagato il prezzo più alto, non solo per la diminuzione delle immatricolazioni ma, anche, per i costanti e crescenti flussi di mobilità dei giovani che dal Sud se ne vanno nelle altre regioni del Paese. Ecco, un caso di non poco conto: il 40% degli studenti della romana Università Luiss, intitolata a “Guido Carli”, proviene dal Sud.  A questo punto, vediamo cosa il Mezzogiorno deve fare, realmente, per la scelta dei giovani di studiare e lavorare al Sud.  In primis, è necessaria una riduzione del debito pubblico; più investimenti con produttività e stabilità economica; una ripresa dell’occupazione; la cura di quella “ferita economica e sociale” che è la disoccupazione, con i processi di formazione e di cultura; questo può accadere e, così, si può ridurre il divario tra il Nord e il Sud. In tal senso, si sta muovendo, positivamente, la Regione Puglia: sta prendendo l’avvio un Avviso, il primo nel nostro Paese, che permetterà agli studenti degli istituti professionali tecnico-sanitari di conseguire, al termine del percorso scolastico, oltre al diploma, anche, la qualifica di Operatore Socio-Sanitario(OSS). Stiamo parlando, -a seguito di un impegno finanziario di circa 9milioni di euro sul Por 2014-2020,- del via libera per la qualifica di 3.700 studenti. E dulcis in fundo, diciamo che questi due titoli di formazione, diploma e qualifica OSS, costituiscono maggiori opportunità lavorative per i giovani interessati.

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