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Domenica, 24 Ottobre 2021

Laici e cattolici

A circa quarant’anni di distanza dai suoi primi studi sul cattolicesimo postunitario, Camillo Brezzi ha raccolto e fuso numerosi saggi sull’argomento nel libro Laici, cattolici, Chiesa e Stato dall’Unità d’Italia alla Grande guerra (il Mulino, Bologna 2011, pp. 338, euro 26,00). Ordinario di Storia contemporanea nell’Università degli Studi di Siena-Arezzo e dal 2003 al 2009 preside della Facoltà di Lettere e Filosofia di quell’ateneo, non ha disdegnato l’impegno politico ed è stato — sempre in giunte di centro-sinistra — assessore ai Beni e alle Attività culturali e al Turismo della Provincia di Arezzo dal 1999 al 2004 e assessore comunale alla Cultura dal 2006 al 2011.
L’opera — che prende in esame alcuni aspetti del contrasto fra Stato e Chiesa e fra laici e cattolici — si articola in tre capitoli, dedicati rispettivamente a L’Italia laica, La Chiesa, l’Italia liberale e il socialismo e Cattolici e società agli inizi del Novecento. Nel primo Brezzi offre uno spaccato dell’Italia postunitaria, con attenzione particolare all’azione dei circoli anticlericali, che influenza largamente tutta la classe politica e interi settori della società, trasformati in strumenti o alleati del laicismo dominante. Per quanto sia notorio il ruolo svolto in questo senso dalla massoneria, egli ne ridimensiona l’operato, soffermandosi sull’assenza in essa di figure di primo piano e di una linea ideologica ben definita. Sono gli anni del tramonto dello Stato Pontificio, letti dall’autore attraverso gli scritti dello studioso romano Paolo Mencacci (1828-1897), soprattutto La mano di Dio nell’ultima invasione contro Roma, che nel 1868 ricostruisce con dovizie di particolari e di documenti il tentativo garibaldino fermato a Mentana l’anno precedente e che Brezzi porta come esempio di storiografia politica, utile per comprendere la «impermeabilità delle masse al processo risorgimentale» (p. 31).
Nel secondo capitolo vengono illustrati gli sforzi compiuti dal nascente movimento cattolico per trovare una soluzione alla questione sociale, nella consapevolezza dei guasti provocati dall’avvento del liberalismo, dalla soppressione del sistema corporativo e da taluni effetti dell’industrializzazione. L’autore giudica inadeguato l’intervento dei cattolici a causa di una presunta indifferenza verso il ceto operaio; a suo avviso, saranno i giovani democratici cristiani, invece, a rilanciare il movimento cattolico, proponendosi di affrontare l’avversario socialista sul piano politico e non più soltanto su quello morale e sociale. In realtà, sotto la guida del conte Stanislao Medolago Albani, responsabile della sezione di Economia Sociale Cristiana dell’Opera dei Congressi e fondatore, con Giuseppe Toniolo, dell’Unione Cattolica Italiana per gli Studi Sociali, viene promossa un’intensa attività di elaborazione intellettuale e di ramificazione della presenza del movimento cattolico sul territorio per resistere alla duplice sfida dello Stato liberale e del socialismo; saranno essi, inoltre, ad affrontare la grave crisi che investe i cattolici italiani verso la fine del secolo XIX proprio in seguito alla diffusione del movimento democratico cristiano, i cui aderenti «non accettano l’intervento della Santa Sede sui loro orientamenti di azione politica e non intendono seguire le indicazioni che provengono dall’autorità ecclesiastica» (p. 208).
Nel terzo capitolo, infine, vengono delineate le figure di alcuni esponenti del movimento democratico cristiano, il giornalista Giovanni Battista Valente e lo studioso e organizzatore sindacale Mario Chiri, la cui linea d’azione sarà sconfessata dalle scelte della gerarchia cattolica sulle tematiche sociali.

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