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Il valore sociale della proprietà privata

Don Beniamino Di Martino (d’ora in poi, don B.) è un colto sacerdo-te della diocesi di Sorrento-Castellammare di Stabia. Agli uffici del suo sacro ministero affianca da sempre un impegno culturale che lo ha indotto a numerose iniziative di studio e formazione, soprattutto rivolte ai giovani, sui temi della Dottrina Sociale della Chiesa, materia nella quale si è spe-cializzato dopo aver conseguito il baccalaureato in Teologia nella Pontifi-cia Università dell’Italia meridionale di Napoli. Si è poi laureato anche in filosofia all’università di Roma Tor Vergata. Di Dottrina Sociale della Chiesa è stato anche, ed è di nuovo, docente nell’Istituto Superiore di Scienze Religiose della sua diocesi.
I suoi interessi si sono rivolti specialmente all’economia – che certa-mente non esaurisce, come molti pensano, la Dottrina Sociale della Chiesa, che non è «un poco di economia cattolica», ma è teoresi globale, va cioè dall’antropologia culturale alla politica intesa nel senso più ampio ed ele-vato – e alla storia. L’importanza, in particolare, della ricerca storica – per definizione «revisionista», perché ogni documento può mettere in discus-sione certezze interpretative che sembravano acquisite – risulta evidente a chi consideri che le fonti della Dottrina Sociale sono la rivelazione, la ra-gione, e l’esperienza. Quest’ultima si condensa appunto nella narrazione storica, luogo in cui si manifesta come in un deposito il portato delle scelte umane, esercizio dell’umana libertà. Sicché queste possono essere valutate alla stregua dei principi e degli effetti e così, per quanto possibile, ammae-strare e illuminare gli uomini di dopo.
Il portale www.storialibera.it, aperto nel 2003 e curato a tutt’oggi da don B. con un gruppo di amici e collaboratori, costituisce un’impresa che mette a disposizione on line di questo «deposito» innumerevoli documenti e tentativi d’interpretazione, certo non tutti d’uguale valore, ma altrettanto certamente di straordinaria utilità per il ricercatore come per il semplice «curioso», cioè per colui che ha sposato quella figlia dell’ignoranza e ma-dre della sapienza, come Gianbattista Vico (1668-1774) definiva la sana curiosità.   
Nell’ambito della sua attività culturale, don B. ha pubblicato presso l’editore Nicola Longobardi di Castellammare di Stabia (NA) l’opera Note sulla proprietà privata, con una prefazione di Carlo Lottieri e un’appendi-ce di Guglielmo Piombini.
Questo volumetto credo abbia almeno – e sottolineo «almeno»: non vorrei essere riduttivo – due meriti.
Il primo, è che nel trattare la questione della proprietà e della libertà economica – in un’unica dizione, dell’economia di mercato – non cade nell’economicismo, ma dà un fondamento antropologico alla sua argomen-tazione. In altri termini, egli ritiene l’istituto della proprietà privata e la sua conseguenza dinamica, il libero mercato, fondati sulla stessa natura umana, su un ordine di cose che ha al proprio centro l’uomo come persona. Se le istituzioni e gl’istituti sociali sono, per gli uomini in relazione, quel che gli abiti sono per il corpo dell’uomo – sono cioè «abiti sociali» fino a costitui-re un habitat –, allora la proprietà e il libero mercato sono quelli tagliati sulla reale misura dell’uomo. Dunque, è l’antropologia realistica cui aderi-sce ovviamente don B., e non quella sognata dalla malsana utopia, che lo induce a difendere proprietà e libero mercato, così come è la realtà del-l’uomo, la sua stessa natura, che ha condotto nei secoli a istituire il regime della proprietà privata e, più o meno, del libero mercato. Sicché questi funzionano, per quanto possibile, perché sono a misura d’uomo, non sono a misura d’uomo perché funzionano. E la differenza non è sottile. Se fosse vera la seconda proposizione, allora se in qualche modo si riuscisse a far funzionare l’economia «di piano», si potrebbe dire che anche questa è a misura d’uomo. Ed invece è impossibile che essa funzioni, perché non è a misura d’uomo. Anzi, e peggio, i suoi sostenitori pretendono di trasformar-lo, di farlo «nuovo», di costringerlo anche con la forza ai propri paradigmi, e in fin dei conti, come ogni volta che si altera la natura di una cosa, lo di-struggono.
Naturalmente, nell’individuare il fondamento antropologico di ogni questione sociale, don B. è un fedele seguace della Dottrina Sociale della Chiesa – né potrebbe essere altrimenti –, nei termini praticamente testuali in cui è stata confermata dall’ultima enciclica sociale, la Caritas in veritate di B. XVI: «la questione sociale è diventata radicalmente questione an-tropologica» (n. 75, in corsivo nel testo). Là dove è di tutta evidenza che la «questione sociale» non è esaurita da quella socio-economica, ma è anche e principalmente questione di libertà religiosa, da non ridurre alla libertà di culto, ma da intendere integralmente come libertà e quindi ruolo per la re-ligione nello spazio e nel discorso pubblici. È poi questione di libertà poli-tiche, tra le quali la libertà per la famiglia, quella naturale e perciò unica possibile, fondata sul matrimonio indissolubile tra un maschio e una fem-mina, e quindi è questione di libertà di educazione. È ancora questione di libertà di nascere e di non essere uccisi, e quindi di diritto alla vita, dal concepimento alla morte naturale, ma non può essere questione di libertà di uccidere o di farsi uccidere, perché la libertà è strettamente correlata alla verità e quindi alla responsabilità, attesa la dimensione personale e il valo-re trascendente di ogni individuo, quali che ne siano le condizioni. È dun-que, e finalmente, questione di principi non negoziabili, propri dell’ordine e del diritto naturali, nei quali sono compresi gl’istituti della proprietà pri-vata e della libertà d’impresa, cioè del libero mercato. Insomma, l’opposi-zione, diretta o larvata, alla proprietà privata – ostilità caricata anche di tratti «spiritualistici», messianici e utopistici (che ignorano il peccato ori-ginale e la sua eredità), per cui secondo il comunismo, e forse anche se-condo certe persone pie, la sua abolizione avrebbe portato al paradiso in terra – deriva da un grave errore antropologico. Deriva, cioè, dalla consi-derazione dell’uomo come mera cellula del corpo sociale, e non come cen-tro di esso, quindi come persona, dal valore unico e irripetibile, che con-cretamente si attua in ogni individuo, con tutte le sue esigenze, comprese quelle materiali.  
Abbiamo parlato di libertà – che, mi piace precisarlo, non è un fine, ma una condizione per raggiungere il fine e i fini di ciascun uomo. Ma è una condizione così propriamente umana, che la sua negazione illegittima integra una realtà disumana. Basti pensare, in proposito, a che cosa fosse la vita in quel GULag a regime ordinario che era la società sotto il comuni-smo (dove i campi di concentramento erano il GULag a regime duro).
Ecco, dunque il secondo aspetto che in particolare mi sembra con-vinca dell’opera di don B.: la proprietà come fondamento e presidio perché la libertà dell’uomo e dei corpi sociali – primo la famiglia – sia effettiva. Soprattutto contro la tendenziale prepotenza dello Stato moderno, che do-vrebbe limitarsi a proteggerla garantendo ordine e sicurezza (notevole l’os-servazione di don B. secondo la quale è l’invadenza socio-economica dello Stato – che lo distoglie dai suoi compiti naturali e «necrotizza» la società – a favorire l’espansione della criminalità organizzata, piuttosto che la sua «assenza»).
Naturalmente, e ancora, quella da difendere è la libertà propriamente umana, e perciò, come si è detto, mai separata dalla verità – e nemmeno dalla grazia –, soprattutto non separata dalla verità dell’azione, cioè l’etica, e quindi, lo ripeto, dalla responsabilità. Libertà non è fare quel che se ne ha voglia, ma fare liberamente, senza coazione, o almeno con il minimo pos-sibile di coazione sociale, quel che si deve, conformemente alla propria condizione concreta, che comporta precise obbligazioni verso Dio, verso di sé e verso gli altri (e tra i doveri non vanno sottovalutati quelli verso se stessi, che comprendono anche l’emancipazione per quanto possibile dal bisogno e dalla sofferenza del vivere). In questa accezione, e considerata sub specie economica, la libertà è anche libertà di donare, possibile solo in regime di proprietà privata, che arricchisce la vita economica della dimen-sione della gratuità, cui non si è costretti – la contraddizione sarebbe in termini –, ma che scaturisce da una sovrabbondanza d’amore, secondo an-cora una volta quanto ribadito dalla Caritas in veritate.
E giustamente don B., a proposito della libertà, distingue tra un certo «capitalismo» e libero mercato. Il primo – più o meno «turbo» per dirla con Luttwak –, invero, non esclude i monopoli e i grandi concentramenti di ricchezza/potere, ed anzi talvolta li genera, soprattutto nell’ordine del-l’economia finanziaria, e una volta che li ha prodotti propende ad allearsi con lo statalismo. Il secondo, invece, designa più univocamente la condi-zione preferibile che tende a ridurli nei limiti fisiologici, ponendosi come fattore sorgivo delle piccole e diffuse proprietà e imprese – nutrite dalle virtù del risparmio, della sobria serietà del vivere, della sana cura per le cose, che difficilmente sussistono senza la proprietà e la possibilità di tra-smetterla –, e sta sempre dalla parte delle libertà contro l’invadenza buro-cratica dello Stato padrone e/o pianificatore.
In un certo senso, la sua opera è un commento – ed in questo è anco-ra eco fedelissima del magistero sociale, quello autentico, da non confon-dere con l’opinione, per quanto diffusa, di ecclesiastici, intellettuali e asso-ciazioni cattoliche – al celeberrimo passo della Centesimus annus del servo di Dio, il grande papa Giovanni Paolo II (1978-2005), che così affronta la domanda sul valore del modello «capitalista»: «Se con “capitalismo” si indica un sistema economico che riconosce il ruolo fondamentale e positi-vo dell'impresa, del mercato, della proprietà privata e della conseguente responsabilità per i mezzi di produzione, della libera creatività umana nel settore dell’economia, la risposta è certamente positiva, anche se forse sa-rebbe più appropriato parlare di “economia d’impresa”, o di “economia di mercato”, o semplicemente di “economia libera”. Ma se con “capitali-smo” si intende un sistema in cui la libertà nel settore dell’economia non è inquadrata in un solido contesto giuridico che la metta al servizio della li-bertà umana integrale e la consideri come una particolare dimensione di questa libertà, il cui centro è etico e religioso, allora la risposta è decisa-mente negativa» (n. 42). Insomma, né la proprietà privata è un assoluto, né la libertà economica può essere sfrenata, come è proprio di tutto ciò che pertiene ad un essere relativo – cioè costitutivamente in relazione (con Dio, con sé stesso, con gli altri, con il creato) – qual è l’uomo. Ma la loro negazione rende disumano l’habitat sociale.
Concludo dicendo che forse non mi sbaglio avvertendo nel lavoro di don B. l’eco dei postulati della Scuola economica (ma anche filosofico-antropologico-sociale) austriaca – forse sarebbe meglio dire «asburgica», almeno nelle sue origini – e cioè dei Carl Menger (1840-1921), degli Ernst Böhm Bawerk (1851-1914) – che già alla fine dell’800 letteralmente de-molì il Capitale di Marx (1818-1883) e la teoria del plusvalore con ragio-namento rigorosamente scientifico –, dei Ludwig von Mises (1881-1973) e del grande Friedrich von Hayek (1899-1992), spesso, peraltro, esplicita-mente nominati. Scuola erede di quella di Salamanca dell’epoca del siglo de oro del regno asburgico di Spagna di Carlo I (V come imperatore, 1500-1558) e dei Filippo, e oggi divulgata in Italia da autori come Carlo Lottieri, Paolo Zanotto, Raimondo Cubeddu, mentre negli USA essa anima una componente significativa della right nation, tramite gli allievi di Mur-ray Newton Rothbard (1926-1995), tra i quali Thomas Woods jr. mi sem-bra uno degli esponenti più attendibili, soprattutto per la sua opera La Chiesa e il mercato.
E di questa Scuola vorrei enunciare alcuni dei principi che, se non sempre esplicitamente evocati, risuonano certamente nell’opera di don B.
La teoria soggettiva del valore, secondo la quale le cose valgono per l’apprezzamento soggettivo da parte dell’uomo, e non per un qualche valo-lore-lavoro in essi oggettivato; la reale correlazione tra costi e prezzi: sono i primi a doversi adeguare ai secondi, e perciò una delle principali virtù dell’imprenditore è capire a quale prezzo potrà vendere i suoi prodotti e servizi e quindi ad essi adeguare i costi d’impresa; la natura dinamica del mercato, per cui il valore dei beni, il «giusto prezzo», lo conosce prima so-lo Dio (Juan de Lugo [1583-1660]), ed ogni pianificazione in tal senso è fallimentare; il valore della concorrenza dinamica e regolata, che migliora i prodotti e i servizi e riduce i prezzi; il carattere distorcente dell’inflazione (in particolare dell’attività bancaria che crea moneta – e causa inflazione – prestando danaro in eccedenza alla sua riserva di cassa) sull’economia rea-le; l’impossibilità della pianificazione e della distribuzione del reddito me-diante mandati coattivi, cioè attraverso l’intervento autoritario dello Stato, che genera solo mercato nero e illegalità diffusa, e viola il diritto naturale di libertà economica.   
Infine, posso rassicurare don B.: ha ragione. Che «la misura della no-stra libertà dipenda dallo spessore delle mura domestiche» è stato scritto proprio da José Ortega y Gasset (1883-1955), nel suo Spagna invertebrata.

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