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Domenica, 28 Febbraio 2021

Gli scritti di Bettino Ricasoli

La casa editrice Libro Aperto (via Corrado Ricci 29, 48121 Ravenna, re-dazione @ libroaperto.it), che pubblica anche l’omonima rivista trime-strale, prosegue nell’offrire testi fondamentali dei maggiori nomi della Destra storica. Dopo i tre volumi cavourriani (I verbali dei governi Ca-vour, Scritti economici e Scritti e discorsi politici) è ora la volta di Bettino Ricasoli. Ne vengono forniti Gli scritti, a cura, come per i citati testi, di Pierluigi Barrotta; Marco Bertoncini e Aldo Giovanni Ricci (pp. 112, € 15).
Per gentile concessione dell’editore, pubblichiamo stralci dell’introduzione.

Nonostante siano trascorsi molti decenni dall’apparizione (1928) della Storia d’Italia dal 1871 al 1915, il profilo della Destra storica tracciato da Benedetto Croce serba intatta validità. Non si tratta di pagine apologeti-che, perché esse rispondono alla realtà di una classe dirigente, di un’epoca, di un gruppo di cittadini, politici e statisti che in effetti restano esemplari, nel secolo e mezzo di Unità nazionale. Rileggiamo, quindi, alcune delle riflessioni crociane, non come frutto di un ideale ritratto, bensì di storia.
“Di rado un popolo ebbe a capo della cosa pubblica un’eletta di uomini come quelli della vecchia Destra italiana, da considerare a buon diritto esemplari per la purezza del loro amore di patria che era amore della vir-tù, per la serietà e dignità del loro abito di vita, per l’interezza del loro di-sinteresse, per il vigore dell’animo e della mente, per la disciplina religio-sa che s’erano data sin da giovani e serbarono costante: il Ricasoli, il Lamarmora, il Lanza, il Sella, il Minghetti, lo Spaventa e gli altri di loro minori ma da loro non discordi, componenti un’aristocrazia spirituale, ga-lantuomini e gentiluomini di piena lealtà. Gli atti loro, le parole che ci hanno lasciate scritte, sono fonti  perenni di educazione morale e civile, e ci ammoniscono e ci confortano e ci fanno a volte arrossire; sicché de-ve dirsi che, se cadde dalle loro mani il fuggevole potere del governo, hanno pur conservato il duraturo potere di governarci interiormente, che è di ogni vita bene spesa ed entrata nel pantheon delle grandezze na-zionali.”
Si noti come il primo nell’enumerazione sia proprio Bettino Ricasoli, il “Barone di ferro”, l’immediato successore di Cavour, l’uomo che seppe recare la Toscana nell’Italia unita e che dello stesso Gran Conte raccol-se per primo la difficile eredità. A Ricasoli, come del resto agli altri grandi “galantuomini e gentiluomini” della Destra storica, nocque proprio, sem-mai, il seguire nella conduzione dello Stato a chi su tutti gli altri svettava. Non si può rimproverare agli uomini della Destra storica il non essere stati all’altezza di Cavour: nessun altro Cavour, nella storia politica italia-na, c’è mai stato, e mai ci fu prima. Semmai, bisogna riconoscere ai Ri-casoli, ai Sella, ai Minghetti, l’alto senso dello Stato, il sentimento del dovere, il rispetto del denaro pubblico, la coscienza delle esigenze di uno Stato nuovo e povero, l’altezza degli ideali perseguiti, il realismo con il quale agivano. Il loro insegnamento non è di sola politica: è anche di etica pubblica, di civiltà, di correttezza.
(…)
Per illustrare la figura di Bettino Ricasoli, senza dubbio il massimo espo-nente della Destra storica in Toscana e uno dei più grandi statisti del no-stro Ottocento, abbiamo ritenuto opportuno pubblicare una serie di lette-re. Non abbiamo privilegiato alcun particolare aspetto, né politico né personale. La scelta non è casuale, ma intende far vedere singoli motivi del politico e dell’uomo, per documentarne l’ampiezza d’interessi, la va-stità di argomenti, la capacità di sintesi, l’attenzione a questioni anche minori. Vogliamo rimarcare anche il momento “scientifico” di Ricasoli, che l’accomuna ad altri grandi della Destra storica. Ci riferiamo al Rica-soli agricoltore, il cui nome resta legato alla produzione di un vino princi-pe, quale il chianti. Come il Cavour agricoltore ed economista, come il Sella ingegnere e mineralogista (oltre che alpinista), Ricasoli aveva altre tentazioni e altri interessi, oltre quello della politica. L’affrontare concre-tamente problemi quotidiani (scientifici, tecnici, economici) consentiva un’agilità mentale e favoriva una capacità eccellente di affrontare i pro-blemi. E non va dimenticato un aspetto che la classe politica della De-stra storica aveva coltivato in maniera tale, quale mai nessun altro reggi-tore dello Stato successivamente fece, e anzi, soprattutto dopo la se-conda guerra mondiale, spesso dimenticò: l’amministrare i conti della propria casa stando attenti ai risparmi, agli investimenti, ai profitti, alle perdite, ai debiti, e conseguentemente amministrare i conti pubblici se-condo un identico profilo. Così si comportò Ricasoli.
(…)
Liberale puro, senza aggettivi, perché fervido credente nella religione della libertà, Ricasoli era per uno Stato costituzionale che lasciasse il massimo spazio al libero diffondersi, articolarsi ed espandersi delle as-sociazioni in cui i cittadini si sarebbero dovuti esprimere. La presenza del governo (“l’ingerenza governativa) doveva quindi essere “minima”, pur se, come tutti i liberali dell’Ottocento italiano, Ricasoli aveva altissi-mo il principio della funzione dello Stato.
Non fu, però, come rilevava Giovanni Spadolini, “monolitico e unitario”, bensì “complesso, tormentato, venato persino di contraddizioni”. Fu, tut-tavia, caparbio e capace d’imporsi, come avvenne nel suo capolavoro politico, la dittatura di fatto esercitata in Toscana, avendo sempre pre-sente, nell’azione politica, il fine supremo dell’Unità nazionale, che signi-ficò prima l’unione del Granducato (ove non mancavano velleità di sepa-ratismo), poi puntare alla conquista di Venezia, infine di Roma. Pur con-scio dell’importanza e dell’utilità del capitale estero, come ogni liberale, era altrettanto consapevole della necessità che agisse pure il capitale nazionale, per esempio nelle costruzioni delle ferrovie (altro tema caro, prima di lui, a Cavour). Il sentimento nazionale non gli veniva mai meno.
Un altro aspetto dell’uomo Ricasoli che risulta gradevole è la sua capaci-tà di scrittura. Certo, l’italiano era per lui lingua materna, siccome tosca-no, per di più a metà tra Firenze e Siena; ma il suo stile sciolto e incisivo è fuor di dubbio piacevole. Si leggano alcuni brani diaristici, dedicati ai viaggi, con capacità ritrattistiche non indegne di scrittori avvezzi a dar conto del proprio Grand Tour. E si veda altresì la capacità straordinaria di passare dall’uno all’altro argomento, rivelando di sapersi muovere in-sieme fra vicende di alta portata storica (Pio IX deciso a restare in Roma dopo Porta Pia) e questioni concrete (le “obbligazioni maremmane”).
PIERLUIGI BARROTTA
MARCO BERTONCINI
ALDO G. RICCI

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