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Sabato, 23 Ottobre 2021

I cristiani e il Medio Oriente (1798-1924)

La I Guerra Mondiale (1914-1918) determina, come noto, la fine di tutti gli imperi europei (austro-ungarico, tedesco e russo) nonché di quello ottomano, plurisecolare. Se tuttavia la storia dei prime tre – anzitutto per le evidenti e strettissime ripercussioni geo-politiche sulle vicende italiane ed europee – è più o meno nota al grande pubblico, almeno a grandi linee, le pagine della decadenza e quindi della fine dell'ultimo impero d’Oriente, rimangono spesso ignote ai più, con grande danno anche per la formazione dei personali giudizi di valore sul presente. Per chi vuole saperne di più, l’opera di Giorgio Del Zanna, docente di Storia dell'Europa orientale all'Università Cattolica del sacro Cuore di Milano (I cristiani e il Medio Oriente (1798-1924), il Mulino, Bologna 2011, € 25), si pone - almeno in tesi – l’obiettivo di colmare le lacune più comuni abbracciando, con ampie digressioni di taglio specialistico, un periodo di tempo tutt'altro che breve che va dall’inizio dell'epoca napoleonica agli anni Venti del secolo scorso. Suddiviso in quattro parti (“Tra ‘dhimmitudine’ e modernità”, pp. 33-107; “Comunità religiose e ‘questione d’Oriente’”, pp. 109-199; “Dai ‘millet’ alle nazioni”, pp. 201-269; “Il tramonto della civiltà ottomana”, pp. 271-345) il lavoro dell’Autore ripercorre le travagliate vicende del ‘grande malato’ (così venne identificato internazionalmente l’impero nella seconda metà dell’Ottocento) per motivare come “la fine del mondo ottomano [...] ha lasciato un vuoto, con i cui effetti occorre continuare ancora a misurarsi” (p. 14) soprattutto in un momento storico segnato dal revival dell'ultrafondamentalismo di matrice islamica, in precedenza arrestato proprio dalla peculiare costruzione socio-politica dell'Impero, almeno per natura tendenzialmente pluralista e cosmopolita.

La fine dell’Impero Ottomano pare infatti determinare irrevocabilmente quella crisi della coabitazione interconfessionale (cd. sistema dei millet) sulla sponda mediterranea mediorientale a cui ancora oggi non pare esserci soluzione. Per chiarire i termini della questione, occorre preliminarmente chiarire che la civiltà ottomana non coincide con quella arabo-islamica - pur non essendo certo occidentale ospita infatti diverse comunità autoctone cristiane, nonché una cospicua presenza di ebrei della diaspora - ponendosi in un'area di frontiera, anzitutto geografica, di difficile identificazione: un mondo articolato, frutto della stratificazione secolare di diverse tradizioni (bizantina, turca, araba, persiana e – per certi aspetti – anche latina) distrutto non a caso con lo scempio di città-simbolo come Smirne e Salonicco all'indomani della I Guerra Mondiale. Un dato che permette di apprezzare elementi di indubbio interesse e oggi caduti nell’oblìo è ad esempio l’autonomia di cui ogni comunità godeva nell'ambito del settore educativo (il sistema ottomano, infatti, per lungo tempo, non previde scuole di Stato) in cui primeggiavano le scuole cattoliche “tra le poche a fornire istruzione alla popolazione femminile dell'impero” (p. 54). Ma non era raro trovare i figli gli stessi alti funzionari ottomani, anzitutto turchi, in scuole gestite da “lazzaristi [...], le Figlie della Carità o i Fratelli delle scuole cristiane” (p. 55). Il panorama inizia però a cambiare nella seconda metà dell'Ottocento quando i processi di unificazione degli Stati moderni che attraversano da più parti l'Occidente paiono stimolare analoghi fermenti indipendentistici in vaste aree dell'Impero, tra l’altro proprio nel momento in cui quest'ultimo attraversa una complessa fase di impasse economica, sociale e identitaria. Di questa crisi approfitteranno movimenti revanscisti come quello dei ‘Giovani Turchi’ raccolti nell'associazione politica - di derivazione massonica - “Comitato Unione e Progresso” (CUP), che non accettano la progressiva perdita dell’influenza nei Balcani e rivendicano ideologicamente il predominio – culturale e spirituale – di una specificità turca qualitativamente superiore ai popoli vicini. E’ su questo sfondo che ha luogo quello spaventoso dramma che colpisce una minoranza da sempre di ostacolo alla ‘turchizzazione’ del territorio come i cristiani armeni (stimati in quasi 3 milioni alla fine del secolo) in due fasi: prima tra il 1894 e il 1896 e quindi, più tardi, con modalità e caratteristiche genocidarie tra il 1915 e il 1918. Un massacro senza precedenti e a cui negli stessi giorni si aggiungerà un altro “olocausto cristiano” (p. 309) che colpirà non solo gli armeni ma anche le altre minoranze, ancora più piccole e quindi indifese: caldei, siriaci, assiri. Dopo una coabitazione di secoli, così, un “mondo stava finendo” (p. 318). L’incendio che rade al suolo Smirne nel 1922 certificherà a tutti gli effetti la fine di questa civiltà secolare che se non era certo auspicabile (le considerazioni su fenomeni oggettivamente umilianti come la ‘dhimmitudine’ paiono in tal senso un po’ politicamente corrette) ha rappresentato un periodo di relativa stabilità per tante comunità cristiane che oggi rischiano l’estinzione.

 

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