
Un amplissimo volume su Aldo Moro esce nella collana “Biblioteca di Nuova Storia Contemporanea” col titolo Aldo Moro nell’Italia contemporanea (pp. 816, € 45). La biografia politica di Moro è ricostruita anche attraverso l’uso della documentazione personale conservata presso l’Archivio centrale dello Stato, venendo a costituire una sorta di compendio delle vicende italiane negli anni ’60 e ’70.
Le sezioni in cui si articola l’opera, frutto di due distinti convegni, riguardano la politica interna (a cura di Francesco Perfetti e Andrea Ungari) e la politica estera (a cura di Daniele Caviglia e Daniele De Luca). Come capo del governo e guida di vasti settori della Dc, Moro fu artefice dell’apertura al Partito socialista e del varo dei governi di centro-sinistra, all’inizio e poi nello svolgersi degli anni ’60. Fu un’operazione deleteria, sulla quale riserve si leggono nella lucida prefazione di Perfetti. In seguito, Moro divenne addirittura un convinto sostenitore dell’ancor più grave dialogo con il Partito comunista, interrotto dalla sua uccisione da parte delle Brigate Rosse nel maggio del ‘78.
Fra i saggi presentati, citiamo quello di Ungari, il quale analizza un aspetto finora ignoto alla storiografia: i rapporti con Il Movimento sociale italiano, partito che quasi sempre si trovò all’opposizione del politico pugliese, il quale guardava sempre a sinistra.
Sul piano internazionale l’azione di Moro, sia come presidente del Consiglio sia come ministro degli Esteri, contribuì a determinare gli indirizzi dell’Italia in uno scenario globale domtinato dalla guerra fredda e dai mutamenti negli anni Settanta. Durante questi eventi, Moro mostrò una forte propensione al dialogo, che meglio possiamo definrie cedimento, e una specifica e deformante visione del ruolo dell’Italia, in una fase di crisi interna e di progressivo deterioramento del quadro internazionale che riducevano i già scarsi spazi di manovra a disposizione del Paese. Basterebbe pensare al trattato di Osimo con la Iugoslavia per rendersi conto dei danni causati da Moro, anche nelle relazioni internazionali.
Resta sempre valido il ritratto che uno sferzante Henri Kissinger dipinse di lui: “Era chiaramente il personaggio di maggior spicco. Era taciturno quanto intelligente, possedeva una formidabile reputazione intellettuale. L'unica prova concreta che ebbi di questo suo ingegno fu la complessità bizantina della sua sintassi. Ma poi gli feci un effetto soporifero, durante più della metà degli incontri che tenne con me, mi si addormentò davanti; cominciai a considerare un successo il semplice fatto di tenerlo desto. Moro si disinteressava chiaramente degli affari internazionali (...) stava preparando, indirettamente e quasi impercettibilmente, com'era suo solito, quei cambiamenti fondamentali che avrebbero portato il partito comunista a un passo dalle leve del potere”.

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