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Sopravvissuta

Sopravvissuta di Fulvia Degl’Innocenti, San Paolo 2011, è un romanzo che si snoda in uno scenario di grande avventura, con l’obiettivo puntato sulle reazioni, sui pensieri, sugli slanci, sulla fisicità, sulla psicologia di un soggetto in formazione che riscrive le coordinate esistenziali in una situazione di emergenza e totalmente imprevedibile, come una catastrofe mondiale.

Sara è la figlia maggiore di una famiglia borghese e colta d’oggi. Per un’epidemia letale, contro cui la scienza segna il passo, i genitori decidono di raggiungere in barca una meta lontana e isolata per evitare il contagio. Dopo giorni di navigazione, la famiglia naufraga su un’isola i cui abitanti sono stati decimati dal virus; l’ultimo sopravvissuto, morente, li contagia e in pochi mesi Sara vede morire il fratello, la madre, la sorella, il padre.

La ragazza quindicenne rimane sola per circa tre anni col suo cane Buck e impara a cacciare, pescare, costruire, orientarsi, mettendo a frutto gli insegnamenti dei genitori, spesso contrastati in vita. La giovane protagonista dopo due anni programma una fuga; raggiunge un’isola vicina, ma vi trova cadaveri decomposti e desolazione. Tra desideri di farla finita e istinto di sopravvivenza, Sara ritorna sui suoi passi, fino a quando è salvata da due coppie anch’esse sopravvissute: il mondo è decimato, le industrie sono costruzioni nel deserto e l’umanità riparte dall’anno zero, usando i cavalli e coltivando la terra; la scienza e la tecnica nulla hanno potuto di fronte all’imponderabile e ai capricci della natura, anzi quasi essa si vendica, salvando solo degli eletti a cui «brilla[no] gli occhi» per «fa[r] germogliare con lui [loro] un altro seme per questa nuova terra».

Al di là del messaggio ambientalista (contro l’efficientismo scientifico e tecnologico) affrontato nell’ultimo capitolo, centrale nel romanzo è l’avventura umana di Sara, unica protagonista in una tragedia collettiva, unica eroina che subisce le nerbate della natura. Tutto il romanzo si snoda come se sulla quindicenne ci fosse una macchina da presa che ne ritrae i movimenti più nascosti: quando soffre, spera, progetta e ricorda.

Com’è dolce quando la protagonista ricorda la sua adolescenza da innamorata, mentre scopre le mani sudate, gusta il primo bacio, si perde negli occhi del suo Alessandro…! O, ancora, quando rammemora la sua mamma, la sua sorellina e, poi, il suo papà, un gigante, che nello stato di bisogno diventa la sua bussola!

Una storia palpitante resa avvincente anche dalla sovrapposizione plurigenere; il romanzo è un diario scritto da Sara, dunque diretto e frontale, che si intreccia a lettere scritte dalla stessa superstite ad un’amica immaginaria, attraverso cui l’autrice presenta gli avvenimenti più cruenti, mette ordine nella fabula, dando al lettore la possibilità di comprendere l’antefatto e proiettarlo nello svolgimento dei fatti drammatici.

Al di là di alcuni passaggi linguistici (che sembrano delle concessioni al giovane lettore), in Sopravvissuta l’aspetto centrale è l’avventura di Sara che supera la solitudine, la morte dei genitori, il morso della vipera, una polmonite… grazie ad un forte istinto di autoconservazione.

L’incastro di figure narratologiche e generi rendono viva l’affabulazione e attraggono l’attenzione del lettore. Ci sono, infatti, frequenti flasback e una continua sovrapposizione tra Sara ragazza quindicenne borghese e spensierata (con amici, sport, vacanze, scuola, primi amori…) e la naufraga alle prese con la morte e la “fatica di sopravvivere” su un’isola disabitata. Un intreccio che acuisce il contrasto ed alza il livello della sofferenza. Sara passa dall’avere tutto alla solitudine assoluta per circa tre anni. Un contrasto che amplifica il senso di smarrimento.

Il naufragio, le lettere in bottiglie… non sono nuove in letteratura, la stessa Autrice tributa un ringraziamento a Daniel Defoe, Richard Matheson, Jules Verne, Astrid Lindgren, Stephen King… Se alcune immagini fanno parte della memoria culturale, qui ritrovano una nuova collocazione: una protagonista fragile e “guerriera”, un mondo decimato dalla pestilenza per essere rifondato, scene macabre… Tanti avvenimenti incastonati in un’avventura pura, con delle venature horror e con atmosfere apocalittiche; dalla prima all’ultima pagina, infatti, vi è una misteriosa cappa sovrastante. L’inizio del romanzo è angoscioso e inquietante per via di incubi, immagini che s’inseguono e una realtà minacciata. La morte è guardata sin dalle prime battute negli occhi e accompagna lo scandire dei giorni. Ogni descrizione, ogni riferimento hanno caratteri di provvisorietà; anche un’immagine distensiva come un bel panorama è sotterraneamente minacciata da possibili capovolgimenti. Il male è dietro l’angolo, pronto a travolgere ogni istante felice. E anche nell’ultimo capitolo non si sgrana la nebulosa, perché l’inizio dopo la fine è una speranza; e la ripresa avviene con il fardello di morte e sofferenze che la protagonista si porta sulle spalle. Dunque in Sopravvissuta non c’è un lieto fine, solo una attesa velata di riprendere la vita sulla terra dopo lo sterminio dell’umanità con un proposito: rispettare maggiormente l’uomo e l’ambiente. Un romanzo, allora, per adolescenti già forti che sanno guardare con il dovuto distacco le possibili catastrofi, senza perdere la fiducia nel futuro.

L’altro aspetto qualificante del romanzo è il suo carattere psicologico. Qui Degl’Innocenti con bravura rende quasi visibile al lettore le sofferenze della protagonista, che oltre a fronteggiare la morte e la consunzione dei corpi, affronta la solitudine, che per un adolescente è un flagello che può portare a darsi per vinti. Per un’adolescente la solitudine è un peso difficilmente sopportabile; l’Autrice lo sa e lo rappresenta plasticamente con Sara che si strugge nel reclamare il bisogno dell’altro, per sentirne la voce, per toccarlo, baciarlo…, completarsi. La scrittrice è brava nel far emergere questa febbre che cresce e che a volte supera le staffilate della morte, guardata senza infingimenti e percepita sul proprio corpo.

È interessante la risposta di Sara per non cadere nell’oblio e per alimentare un sogno di sopravvivenza: inventa un’amica immaginaria e le scrive delle lettere consegnate al mare in bottiglie. Un espediente utilizzato in tant’altra letteratura e qui ripreso quasi in senso terapeutico: scrivere, scioglie la rabbia, la paure, lo scoramento… L’amica immaginata è un topos nel rispondere ad una frustrazione; l’ha studiato in modo paradigmatico Bettelheim: con la fantasia si costruisce una dimensione sostitutiva della realtà carenziata, funzionando da salvagente ed evitando il naufragio.

Importante è la tecnica narrativa dell’autrice dei cerchi concentrici sempre più piccoli…, con cui si prepara lentamente l’offerta di un piatto amaro; ad esempio, si giunge alle scene orripilanti dei morti seduti come fossero corpi dormienti lentamente, con una tecnica di avvicinamento, in modo che il lettore senta inequivocabilmente l’alito della morte e l’aria ammorbata tutt’intorno.

Un bel romanzo che ben si presta ad una trascrizione cinematografica per il contrasto netto e forte tra la cupezza della morte e la bellezza, i colori, la magnificenza della natura.

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