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Lunedì, 13 Luglio 2020

Il commercio degli schiavi

Sulla storia della tratta degli schiavi non mancano ultimamente opere settoriali e d’insieme. Fra queste figura il compendio della statunitense Lisa A. Lindsay, docente di Storia nella University of North Carolina, Il commercio degli schiavi (il Mulino, Bologna 2011, pp. 186, € 13,50). L’opera cerca d’individuare le origini, l’espansione e il declino del traffico «transatlantico», com’è precisato nel titolo dell’edizione originale, sottolineando alcuni elementi che lo distinguono da altre pratiche schiavistiche precedenti, caratterizzate dall’assenza di un commercio vero e proprio: gli schiavi sono neri e africani, e solo una percentuale infima di essi è direttamente razziato dai negrieri occidentali, perché la stragrande maggioranza viene acquistato da venditori africani con il consenso delle entità politiche dei luoghi di origine, di transito o di destinazione.

Lindsay intende rispondere ad alcune domande fondamentali: perché la tratta nasce e prospera; perché gli europei acquistano uomini e perché gli africani li vendono; come reagiscono le persone ridotte in schiavitù e come concorrono alla formazione della cultura americana; come si giunge all’abolizione di questo commercio.

Dopo un accenno iniziale in cui ricorda che la schiavitù esisteva anche nel mondo islamico e che la conquista musulmana dell’Africa settentrionale aveva dato accesso agli schiavi provenienti dalle regioni a sud del Sahara, l’autrice spiega che la tratta atlantica nasce alla fine del secolo XV, ma per circa due secoli non rappresenta un fenomeno rilevante; prende invece slancio con lo sviluppo del sistema della piantagione, a partire dalla seconda metà del secolo XVII. Quando le popolazioni amerindie — che comunque, secondo le leggi iberiche, non potevano essere ridotte in schiavitù — si estinguono, come nei Caraibi, o si rivelano inadatte alle prestazioni richieste, come in Brasile, e dopo che la manodopera europea ha fornito risposte inadeguate ai nuovi bisogni suscitati dalla rivoluzione saccarifera e dallo slancio dell’economia di piantagione, si ricorre agli schiavi d’Oltreoceano. «Le élite africane parteciparono volontariamente alla tratta, utilizzandola per accrescere potere e ricchezze personali, oltre che per rafforzare i gruppi di cui erano a capo» (p. 93).

Gli africani ridotti in schiavitù portano nelle Americhe gli elementi delle rispettive comunità di origine, riuscendo a preservarle lungamente, nonostante la loro condizione molto dura e il fenomeno della «creolizzazione», cioè la commistione fra culture ed etnie diverse, che ha originato qualcosa di assolutamente nuovo e imprevedibile. «Oggi l’eredità degli schiavi africani è viva in tutte le regioni americane, dove essi e i loro discendenti organizzarono comunità e culture mescolando il vecchio e il nuovo» (p. 119). Rilevanti sono state in particolare le confraternite cattoliche, organismi riconosciuti ufficialmente che offrivano agli aderenti mutuo soccorso, anche organizzando il riscatto dei propri componenti.

Le origini dell’abolizionismo vengono individuate nella tradizione cristiana — anche se l’autrice fa riferimento solo a quella evangelica anglosassone, omettendo, per esempio, di ricordare che già Papa Pio II (1458-1464) aveva condannato la schiavitù dei neri con la lettera Rubicensem, del 7-10-1462 —, nei cambiamenti economici e sociali delle società europee e nell’intervento di movimenti a forte componente morale e idealista, legati anche a interessi economici e politici. La tratta viene soppressa a partire dal 1808 nell’Atlantico coloniale, quindi nelle regioni dell’Oceano Indiano, nell’Impero Ottomano e infine nell’Africa, man mano che procedeva la colonizzazione europea. Se la tratta ha continuato a esistere nonostante la sua proibizione, ciò è dovuto anche al permanere di un’offerta sempre elevata: «In realtà, c’erano forse più schiavi in Africa nel 1808 di quanti ce ne fossero nelle Americhe» (p. 143). Ancora oggi, soprattutto nei Paesi sahariani del continente, la schiavitù è molto diffusa, riguardando probabilmente venti milioni di persone: «Anche se la tratta atlantica degli schiavi tra l’Africa e le Americhe è finita, il traffico di esseri umani è ben lungi dall’esserlo» (p. 175).

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