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Sabato, 04 Dicembre 2021

Martirio al Santuario

Fin da quel Venerdì Santo sul Golgota, la vita dei critiani in tutto il mondo, per venti secoli è stata caratterizzata dalla realtà concreta del martirio. Il secolo appena passato, significativamente definito dal beato Papa Giovanni Paolo II come il “secolo di Caino”, è stato il secolo in cui più si è versato il sangue dei cristiani. Anzi, stando agli studi più recenti, se si somma il numero dei cristiani morti tragicamente in odium fidei nei 1900 anni precedenti, non si raggiunge la cifra registrata nel solo XX secolo, segnato dall'esplosione radicale delle grandi ideologie totalitarie. L'Italia, su cui certo vigila sempre in modo particolare la luce della Provvidenza, presenta numeri inferiori alla media ma non fa eccezione. Lo dimostra, fra gli altri, l'ultimo saggio di Roberto Marchesini (Martirio al Santuario. Angelo Minotti e l'Avanguardia Cattolica, D'Ettoris Editori, Crotone 2010, pp. 98, Euro 11,90) dedicato alla figura del giovane catechista rhodense Angelo Minotti (1890-1920), assassinato sul piazzale antistante il santuario mariano cittadino da un gruppo di socialisti, la domenica dopo l'ottava del Corpus Domini del 1920. Eppure, come osserva Marco Invernizzi nell'“Invito alla lettura” del testo, “nella nostra storia nazionale, la presenza di martiri per la fede, cioè di cattolici assassinati perchè cattolici militanti, pubblicamente impegnati nel difendere e promuovere la presenza della Chiesa, suscita un certo stupore” (pag. 10). Nel sentire comune del mondo cattolico contemporaneo raramente si coglie la consapevolezza della propria identità storica, anche recentissima, e temi come quelli dei martiri delle ideologie politiche (si pensi solo al 'buco nero' costituito dai tanti preti uccisi dai partigiani comunisti sul finire, e anche oltre, della guerra civile italiana (1943-1945)) - anche a più di mezzo secolo di distanza - continuano a restare tabù.

Il saggio storico di Marchesini, in quest'ottica, ha il merito di fare luce su un periodo tra i più convulsi della politica italiana del Novecento, ovvero quello seguìto alla Prima Guerra Mondiale (1914-1918) e segnato dai violenti conflitti sociali del cd. “biennio rosso” (1919-1920) in cui una crisi socio-economica gravissima aveva dato luogo a occupazioni delle terre, espropriazioni coatte, scioperi selvaggi e agitazioni violente dal Nord al Sud della Penisola. Sono questi, peraltro, gli anni in cui nascono quelle formazioni politiche che avrebbero dominato ininterrottamente la scena politica del secolo breve: dal Partito Popolare di ispirazione cristiana, ma dichiaratamente a-confessionale (fondato il 18 gennaio 1919), ai Fasci di Combattimento di Benito Mussolini (fondati il 23 marzo 1919, che avrebbero costituito il primo nucleo del movimento fascista), al Partito Comunista d'Italia (fondato a Livorno il 21 gennaio 1921 da una frangia massimalista uscita dal Partito Socialista). E' su questo sfondo che i cattolici, emarginati dalla vita politica del Paese fin dall'aggressione del nuovo Regno unitario che aveva invaso la Sede di Pietro (1870) umiliando il beato Papa Pio IX (1846-1878), cercano di riguadagnare la loro presenza nella società. A questa 'rinascita' del cattolicesimo organizzato si opponevano naturalmente, e con vigore, le nascenti formazioni politiche di cui sopra che ricorrevano spesso ad ogni mezzo - legale e non legale - perchè la Chiesa non riconquistasse il terreno perduto. Quello che accade nella diocesi di Milano, la più grande d'Europa, è esemplare: “frequenti tentativi di invasioni delle Chiese e di incendio dei circoli e sedi delle associazioni, assalti alle processioni, sacerdoti e giovani cattolici vilipesi, parodie blasfeme erano all'ordine del giorno” (pag. 53). Sarà allora su impulso dello stesso arcivescovo ambrosiano, il cardinal Andrea Carlo Ferrari (1850-1921) che si costituirà, per tramite dell'Unione Giovani Cattolici Milanesi, “il primo nucleo dell'associazione denominata Avanguardia Cattolica, 'la spada dietro l'armadio' dei cattolici milanesi, secondo una definizione del cardinale Montini” (pag. 54). Si trattava di un gruppo di giovani, “scelti tra quelli più attivi, con una intensa vita spirituale e dotati anche di una certa prestanza fisica” (ibidem) che avevano come compito principale “la difesa delle celebrazioni religiose e delle istituzioni cattoliche” (ibidem), ma veniva prestata particolare attenzione anche alla formazione culturale e spirituale delle giovani generazioni. Negli anni l'Avanguardia si diffonderà poi fuori dal Milanese “arrivando a contare circa settanta gruppi con quasi 1500 iscritti” (pag. 56) e costituendo un rilevante bastione identitario per la difesa della libertà di azione della Chiesa. Sarà grazie a questi giovani (più avanti impegnati attivamente anche con i Comitati Civici di Luigi Gedda (1902-2000) nelle fondamentali elezioni politiche del 1948) che il cattolicesimo lombardo potrà continuare la sua encomiabile opera di evangelizzazione sociale negli anni più difficili per la Chiesa, quelli tra le due guerre mondiali. Angelo Minotti era uno di questi: uno dei ragazzi che parteciparono giovanissimi alla I Guerra Mondiale e ne subirono le conseguenze drammatriche. Catturato dagli austriaci nel 1916 sarà inviato come prigioniero nel campo di concentramento di Mathausen, in Austria, quindi trasferito a Brod, in Croazia.

Potrà tornare a casa, a Rho, solo nel 1919, dopo otto anni di servizio militare e trenta mesi di prigionia. Eppure “appena tornato, riprese la sua attività nell'Unione Giovani Cattolici di Rho e come maestro di Catechismo presso l'oratorio di San Luigi” (pag. 74) e sarà proprio svolgendo il suo apostolato catechistico che troverà la morte, il 13 giugno del 1920, sul piazzale del santuario della Beata Vergine Addolorata per mano di un gruppo di socialisti che, piombati all'improvviso dinanzi la chiesa, spareranno alcuni colpi di rivoltella sui presenti, uccidendo appunto Minotti e ferendo altre persone. Sull'omicidio non ci fu mai alcuna inchiesta. Così, nonostante l'efferato delitto, della figura di Minotti, si è persa – fino ad oggi – ogni memoria. Il libro di Marchesini, si spera il primo di una lunga serie, ha il merito di colmare finalmente, con notevole cura storiografica e un apparato fotografico-documentale di prima mano peraltro inedito, questo vuoto ingiustificabile.

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