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Il mito di garibaldi

A centocinquant’anni dall’unificazione politica italiana il mito risorgimentale non è entrato a far parte della memoria collettiva degli italiani. Mentre l’Unità, che è un fatto, ha trovato consensi, pur di natura eterogenea, il Risorgimento, che è un’ideologia, non ha raggiunto lo scopo di separare il Paese dal suo ethos tradizionale cattolico. A Giuseppe Garibaldi, uno degli artefici principali non solo dell’Unità, ma anche del Risorgimento, è dedicata l’opera di Francesco Pappalardo, Il mito di Garibaldi. Una religione civile per una nuova Italia (con una Presentazione di Alfredo Mantovano, Sugarco, Milano 2010, pp. 232, euro 18,50). Socio benemerito di Alleanza Cattolica, autore di numerosi saggi storici e curatore, con Giovanni Cantoni, di Magna Europa. L’Europa fuori dall’Europa (D’Ettoris, 2006), Pappalardo è tornato su un tema affrontato già otto anni prima con un’opera edita da Piemme.

L’Introduzione (pp. 11-27) si sofferma su La nascita del mito creatosi intorno alla figura di Garibaldi. Se da un lato Giuseppe Mazzini e le società segrete fanno di tutto perché la sua immagine corrisponda a quella degli eroi dei più diffusi romanzi popolari, dall’altro lato grazie al mito garibaldino le massonerie all’estero e le società segrete para-massoniche in Italia trovano un potente elemento simbolico unificante. In particolare, attorno alla persona di Garibaldi, gran maestro di entrambe le principali obbedienze italiane, la massoneria riuscirà a imporre in pochi anni la sua egemonia nella nuova Italia.

Nel primo capitolo, La formazione politica e militare di Garibaldi (pp. 29-70), viene ricostrui­to l’itinerario formativo del­l’«eroe», sia sotto il profilo religioso — caratterizzato dalla presenza di idee panteiste, sincretiste, ra­zionaliste e anche occultiste, che confluiscono in una precoce ostilità al cattolicesimo — sia sotto il profilo politico, segnato dall’adesione a un socialismo sui generis. Questo confuso atteggiamento ideologico è alla base dell’impegno militare in Sudamerica, fra il 1836 e il 1847, che non dà luogo a una gloriosa epopea in difesa di popolazioni oppresse ma a una lunga serie di azioni di pirateria e di saccheggi.

Nel secondo capitolo, Garibaldi, spada della Rivoluzione in Italia (pp. 71-129), viene esaminato il carattere equivoco del neoguelfismo e del cattolicesimo liberale, che proponevano un compromesso fra la fede cattolica e gli inganni della Rivoluzione, mentre noti pensatori cattolici — come l’abate Antonio Ro­smini Serbati e il gesuita Luigi Taparelli d’Azeglio — teorizzano soluzioni al problema dell’u­nificazione nazionale che non comportino la rottura con la tradizione politica e religiosa del popolo italiano. Il fallimento dei moti del biennio 1848-1849, dovuto al loro carattere prematuro, determina una metamorfosi del progetto rivoluzionario, che ottiene l’appoggio dei «moderati» e di Casa Savoia, nonché di Camillo Benso conte di Cavour, presidente del Consiglio di Vittorio Emanuele II.

Il terzo capitolo, Garibaldi e l’Unità (pp. 131-172), ricostruisce la cosiddetta «spedi­zione dei Mille» — sostenuta molto concretamente dal Regno di Sardegna e indirettamente  dal Regno Unito —, attraverso cui il nizzardo dà il suo più significativo contributo militare all’unificazione. Facilitato anche dall’atteggiamento arrendevole dei gene­rali borbonici, Garibaldi entra a Napoli sotto la protezione di Liborio Romano, ministro di polizia del re Francesco II di Borbone e colluso con la camorra. Dopo la caduta del Regno delle Due Sicilie la popolazione dà inizio a una vigorosa resistenza armata, bollata come bri­gan­tag­gio ma in realtà espressione macroscopica della reazione di una nazione intera in difesa della sua autonomia quasi millenaria e della religione perseguitata.

Nel capitolo conclusivo, Garibaldi e il Risorgimento (pp. 173-219), la parte più originale dell’opera, viene messo a fuoco il ruolo poco noto svolto da Garibaldi come «educatore» del neonato Regno d’Italia, nel più ampio contesto della politica pedagogica inaugurata dalla Destra Storica, mirante a costruire uno Stato accentratore e a ridimensionare la presenza della Chiesa all’interno della socie­tà. L’azione «pedagogica» di Garibaldi — che si con­cre­tizza in battaglie legislative e culturali in funzione anticatto­lica, delle quali la mas­soneria doveva essere il perno — ha lo scopo dichiarato di diffondere un’ideologia relativista e laicista e porre le basi di una liturgia civile totalmente svincolata da una tradizione religiosa specifica e alternativa rispetto alle radici cristiane della nazione italiana.

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