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Venerdì, 03 Luglio 2020

La guerra sul mare

Il  ruolo svolto dall’organizzazione bellica nello sviluppo dello Stato moderno in Europa è stato lungamente oggetto dell’attenzione di storici e di sociologi, che però non hanno guardato con analogo entusiasmo all’influenza avuta dalla guerra marittima sulla politica e sull’economia europee. Jan Glete (1947-2009), specialista di storia navale, già docente di Storia nell’università di Stoccolma, ha pubblicato diversi studi al riguardo, fra cui La guerra sul mare. 1500-1650, del 2000, ora tradotto in italiano (il Mulino, Bologna 2010, pp. 352, € 28,00).

L’opera presenta un’ampia rassegna e un’approfondita analisi delle guerre navali, mostrando secondo una prospettiva inconsueta come a partire dal secolo XVI anche il mare sia stato un campo di battaglia in cui si sono decisi gli assetti di potere nel continente. I primi quattro capitoli si soffermano sull’interazione fra conflitti, innovazione tecnica e imprenditoriale, e conseguenti mutamenti socio-economici e politico-istituzionali, mentre nei capitoli dal quinto al decimo si racconta nel dettaglio come avvenne tale mutamento nel mondo della navigazione in generale e nel modo di combattere le guerre sul mare, illustrando gli sviluppi tecnici e organizzativi, le nuove tattiche e strategie, e la formazione di marine statali permanenti.

Fino a tutto il secolo XV le guerre combattute sui mari, in genere conflitti regionali, hanno caratteristiche stabili e sono condotte sia da forze navali organizzate temporaneamente dai governanti sia da gruppi non statali. Ciò era tipico di un periodo in cui la forza non era monopolio dei sovrani: «l’esercizio della sovranità sul territorio era in genere ripartito fra detentori di poteri centrali, regionali e locali, e le guerre venivano intraprese da istituzioni sociali e non da organizzazioni create dagli stati» (p. 10). Ma nel giro di un secolo le cose cambiano radicalmente e la guerra marittima è dominata dallo sviluppo di grandi flotte di velieri, che sostituiscono le galee a remi, da strutture di comando burocratiche e centralizzate, e da conflitti finanziati da tasse imposte da Stati territoriali. Glete descrive i rapidi cambiamenti nelle tecnologie, nelle tattiche, nell’orga­nizza­zione e nel quadro politico, che modificano la cornice medioevale della guerra marittima: i cannoni e la forza propulsiva del vento offrono alle navi la possibilità di combattere a distanza, mentre i perfezionamenti della tecnologia rendono possibile percorrere lunghe distanze e navigare anche in circostanze avverse, cosicché la guerra marittima diventa interregionale e perfino globale. Lo Stato moderno prende gradualmente il controllo delle professionalità fondamentali della guerra navale, sostituendo con un corpo di ufficiali in servizio permanente i leader delle comunità marittime esterne alla propria cornice organizzativa e acquisendo «maggiori competenze ammi­nistrative, utili per inserirsi meglio nella società ed estrarne risorse» (p. 92). Gradualmente, ai centri autonomi del traffico marittimo — Venezia e Genova, le città della Biscaglia, della Bretagna e della Normandia, la Lega Anseatica — si sostituiscono gli Stati territoriali, che costruiscono navi da guerra specializzate e creano organizzazioni stabili per sviluppare i nuovi armamenti: ma «più che come semplice trasformazione e modernizzazione della potenza navale esistente, questo processo va visto nel quadro dell’affermarsi del potere dello stato centralizzato» (p. 100).

Nella seconda parte dell’opera, meno innovativa ma non meno interessante, vengono descritti l’espansione commerciale e missionaria del Portogallo, «una piccola potenza in un grande oceano» (p. 115); lo sviluppo e il tramonto degli imperi nel Mediterraneo, dove gli ottomani sono i primi a compiere un serio tentativo di creare un efficiente monopolio statale sui mari con un’organizzazione permanente, mentre «la Spagna riuniva la valentia militare iberica e la sofisticata finanza, la tecnologia e l’esperienza amatoriale italiane e a queste aveva aggiunto un nuovo impero americano che offriva prospettive entusiasmanti» (p. 164); la costruzione di imperi nel Baltico, dove le forze navali dei regni scandinavi contribuiscono a reprimere «un’insurrezione interna, sia aperta che potenziale, contro la recentissima creazione di stati forti e contro le Chiese protestanti» (p. 175); l’ascesa dell’Inghilterra e poi delle Province Unite olandesi come potenze marittime, che avrebbero dato vita, fra il 1600 e il 1650, alla prima guerra globale sui mari.

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