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Sabato, 15 Agosto 2020

Dalla trincea alla piazza

Dalla trincea alla piazza è il titolo di una raccolta di saggi di numerosi autori, dedicati aL’irruzione dei giovani nel Novecento”, che esce, a cura di Marco De Nicolò, presso l’editore Viella (p. 480, € 42). Sono presentati gli atti di un ampio convegno, consacrato appunto alla presenza, sovente tutt’altro che tranquilla, dei giovani nella vita politica novecentesca.

Accanto ad alcune occasioni canoniche, quali il mito della giovinezza nel periodo fascista e, in ambito più generale, il movimento del ’68, molti altri aspetti sono analizzati. Si potrebbe in certa misura asserire che, ripercorrendo le vicende del secolo scorso, i saggi cercano di ricostruire, nei vari momenti storici, una sorta di continuità della presenza giovanile sulla scena politica, individuandone le forme.

Quando “nascono” i giovani? O meglio: quando i giovani hanno avuto un ruolo attivo, hanno condizionato le scelte della classe dirigente, hanno influito profondamente nella cultura, hanno cercato di imprimere alla storia un corso che fosse debitore anche della loro partecipazione? Il tema è affrontato da autori di diversa formazione culturale, tenendo presente prevalentemente la realtà italiana, ma non tralasciando comparazioni nel contesto generale della storia europea. Citiamo qui solo alcuni studi.

Uno sguardo generale è dato da Emilio Gentile nello studio di apertura su “Le giovani generazioni nella storia dell’Europa del Novecento”, che insiste molto su analogie (tutte, invero, da attestare) fra giovani del 1918 e giovani del ’68. Ben più equilibrate sono le pagine che Francesco Perfetti dedica al “mito del giovanilismo nel Novecento italiano”, in cui ripercorre momenti di elevata validità, come le grandi riviste culturali sorte tra l’ultimo Ottocento e il primo Novecento, o il movimento futurista, che non fu solo artistico. Perfetti segnala però anche le differenze, per esempio tra i due grandi conflitti mondiali, e le diverse presenze, che so?, per l’invasione dell’Ungheria nel ’56 e la contestazione sessantottesca. Elena Papadia, in “Educati a quella morte”, tratta dei giovani interventisti, in rapporto con la memoria del Risorgimento.

Molti sono i saggi incentrati sul periodo fascista, partendo dai prodromi nella grande guerra, per arrivare ai miti giovanili e giovanilistici costruiti negli anni trenta. Fra i tanti studi che si soffermano sugli anni successivi dal fascismo (e che vertono su argomenti spazianti dai cattolici al pacifismo, dal militarismo all’anarchismo) ne segnaliamo uno solo, anche per la sua assoluta novità. Si tratta de “La destra dopo il fascismo tra conservazione e innesto giovanile”, una ricerca dovuta ad Andrea Ungari. Spulciando nella storia, ancor oggi rapsodica, di movimenti monarchici, Msi e gruppi sorti intorno ai partiti, Ungari analizza ideali e delusioni, ambizioni e sconfitte dei giovani di destra dal ’43 ai primi anni Cinquanta. In parte egli recupera e interpreta studi già noti, come quelli di Marco Tarchi, in parte usa materiale inedito, così da fornire un quadro utile per comprendere un fenomeno che, almeno negli anni cinquanta e soprattutto nelle università, ebbe una diffusione più ampia e in ogni caso più avvertita rispetto ai partiti di riferimento.

Sotto questo aspetto della vita universitaria stupisce, semmai, l’assenza di pagine di analisi su goliardia e politica negli organismi rappresentativi universitari, in cui larga parte del mondo politico fece le prime esperienze. Uno strano silenzio investe pure, andando indietro nei decenni, organismi come i “Corda fratres”.

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