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Il fisco nell'Italia unita

Massimo esperto di storia del fisco in Italia, Gianni Marongiu vanta un’attività professionale di affermato tributarista, con un’incursione nel mondo politico, essendo stato deputato nella legislatura 1996-2001, oltre che sottosegretario alle Finanze nel primo governo Prodi. Un’eccellente sintesi della prima parte dei suoi studi sul divenire dei tributi nell’Italia unita si legge nel denso volume La politica fiscale dell’Italia liberale dall’Unità alla crisi di fine secolo, che esce, con prefazione di Guido Pescosolido, presso Olschki (pp. XXII + 474, € 42).

Marongiu conduce la sua narrazione su due piani che s’intersecano: quello della storia lato sensu intesa, quindi politica e civile e sociale, e quello della storia delle finanze e dei tributi. I nessi sono continui, ben individuati, senza alcuna concessione a smanie di riletture politicamente corrette secondo l’andazzo che va per la maggiore. Ne emerge un ampio affresco dell’Italia dall’Unità (quando la differenza tra spese ed entrate assommava a circa 500 milioni di lire), alla grande unificazione legislativa del 1865, dalla costosa guerra del ’66 al pareggio di bilancio raggiunto nel 1876 (ineguagliato merito della Destra storica). E poi le sfide per ammodernare il Paese senza rinunciare, per alcuni, a una politica estera più audace, e quindi costruire un moderno sistema tributario e un’adeguata coscienza fiscale. Ampio spazio è dato ai forti contrasti e alle gravi tensioni sociali che, insieme con la sventurata sconfitta di Adua, determinarono la crisi di fine secolo.

Nel divenire d’imposizione fondiaria e mobiliare, di addizionali (pesanti) e tributi a favore degli enti locali e di tasse erariali, possiamo a mo’ d’esempio citare un brano: “L’opera riformatrice lì non si fermò perché, nel gennaio del 1865, la tassazione della rendita urbana fu staccata dalla tradizionale imposta sulla terra e fu istituita l’imposta sui fabbricati. Era un tributo nuovo per l’Italia e per l’Europa e moderno nella concezione e nella concreta disciplina perché abbandonava il concetto prettamente catastale, prendendo, invece, per base la rendita reale, rivelata dalle dichiarazioni controllate dei cittadini, e quindi l’amministrazione finanziaria poté trovarsi di fronte contribuenti singolarmente presi a uno a uno e poté più facilmente crescere i redditi imponibili quando essi erano cresciuti, impresa non facile nel sistema dell’imposta sui terreni”. Marongiu ha qui citato alcune riflessioni di Luigi Einaudi.

“Anche il gettito del nuovo tributo non deluse,” conclude Marongiu, “tant’è che esso aumentò dai 39 milioni del 1866 ai più di 50 del 1872 cui dovevano aggiungersi, per lo stesso anno, più di 39 milioni di addizionali comunali e provinciali”. In queste cifre sta un indicativo (e di solito ignorato) contributo fornito dalla proprietà edilizia all’Italia appena unita. Quelle ingenti somme pagate dai proprietari di casa servirono per le spese legate all’annessione del Veneto e per ripianare il bilancio.

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