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Vita di un imperatore

Nel 1950 la città tedesca di Aquisgrana ha istituito un premio annuale – da consegnare al personaggio maggiormente adoperatosi per l’integrazione europea –, che prende il nome dall’imperatore Carlo Magno, re dei franchi, il quale non solo costituì Aquisgrana capitale del suo regno ma diede anche un contributo essenziale ai fondamenti politici e culturali dell’Europa, come ha ricordato il venerabile Giovanni Paolo II nel 2004, insignito in quell’anno di un Premio Carlo Magno straordinario. Con un riferimento a questo premio si chiude l’opera Carlomagno. Barbaro e imperatore (trad. it., Bruno Mondadori, Milano 2010, pp. 292, € 26,00), di Derek Wilson, affermato scrittore inglese di saggistica storica, che offre un interessante ritratto del personaggio, descrivendone l’ascesa da guerriero franco a creatore di civiltà, e della sua eredità, cioè il concetto di Europa, per tanto tempo sinonimo di latinità cristiana, «che, anche nell’era moderna laica, non può essere scisso dalle sue radici religiose» (p. 4).

La prima parte dell’opera, L’uomo Carlomagno (pp. 11-76), racconta la formazione di Carlo e si apre con la morte nel 754 di san Bonifacio, missionario di origini celtiche, vescovo e «apostolo della Germania», il cui martirio aveva colpito profondamente il giovane sovrano. Questi, dopo la morte improvvisa del fratello Carlomanno, con cui divideva il regno, vince i longobardi, stanziati nella penisola italiana, e frena i sassoni, rivelando acume politico, valentia militare e una profonda fede religiosa. In pochi anni riesce a debellare nemici esterni e faide intestine, ampliando il suo dominio su un impero etnicamente e linguisticamente disomogeneo, che sarà in grado di tenere insieme per tutta la durata del suo lunghissimo regno. Nasce così una formazione politica, religiosa e culturale senza precedenti, a cui oggi diamo il nome di Europa, «una fusione di tradizione franca, spiritualità celtica e politica ecclesiastica di impronta romano-papale» (p. 69).

Nella seconda parte viene descritta l’affermazione di Carlomagno imperatore (pp. 77-162) nell’ultimo ventennio del secolo VIII. Mentre nella Cristianità orientale gli imperatori bizantini arretrano sotto i colpi delle tribù bulgare e sostengono l’iconoclastia, che provocava feroci persecuzioni contro i veneratori delle immagini sacre e la distruzione di icone antiche e onorate, Carlo sconfigge gli àvari, provenienti dalle steppe dell’Asia, ne favorisce la conversione – «ancora una volta le spedizioni militari e missionarie procedettero di pari passo» (p. 85) – e s’impadronisce del loro immenso tesoro. Con esso ricompensa i suoi conti e duchi più fedeli e si dota di una capitale, Aquisgrana, presso il Reno, da lui arricchita di uno splendido complesso civile ed ecclesiastico, che «simboleggiava anche la natura divina della sua missione» (p. 88). Nella notte di Natale dell’anno 800, con l’incoronazione di Carlo a Roma da parte di Papa Leone III, viene restaurato l’impero d’Occidente, conferendo a popolazioni eterogenee il «senso di appartenenza a una famiglia, per quanto litigiosa e, a volte, problematica» (p. 115). Il nuovo imperatore è convinto, infatti, che solo il cristianesimo e una base giuridica comune – nel rispetto delle consuetudini locali – possano tenere insieme un dominio così vasto. In questo modo la memoria comune di un regno d’Occidente unito e in espansione contro il paganesimo e l’islam si trasforma nell’ideale di ciò che può essere nuovamente possibile, animando le imprese dei crociati e il codice cavalleresco dei guerrieri cristiani. «Quando, il 28 gennaio dell’814, questo grande avventuriero della politica pratica e della speculazione intellettuale morì, l’avventura era appena cominciata» (p. 162).

Nella terza parte l’autore ripercorre Il mito di Carlomagno (pp. 163-251), rievocato in leggende e interpretazioni fra le più varie, e passa in rassegna le personalità storiche – da Federico II di Svevia a Napoleone, da Adolf Hitler a Charles de Gaulle – che ne hanno rivendicato l’eredità, fin da quando nel 1166 viene canonizzato dall’antipapa Pasquale III: e «ancora oggi il culto di san Carlomagno è molto diffuso in tutta Europa» (p. 190). Napoleone più di altri cercherà di seguirne i passi, facendosi incoronare imperatore al cospetto di Papa Pio VII dopo un «pellegrinaggio» ad Aquisgrana sulla tomba di Carlo, ma il suo esperimento fallirà «perché gli ideali rivoluzionari e quelli imperiali erano incompatibili» (p. 228). Riesce sì a spingere Francesco I d’Asburgo a porre fine al Sacro Romano Impero nel 1806 con una decisione di portata incalcolabile – quando l’Impero «fu definitivamente sepolto, anche l’idea di cristianità lo accompagnò nella tomba» (p. 226) – ma non può impedire all’Impero d’Austria, poi d’Austria-Ungheria, di esserne in qualche modo erede e di chiudere dignitosamente la sua storia con un altro imperatore di nome Carlo, beatificato da Giovanni Paolo II nel 2004.

 

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