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Domenica, 30 Aprile 2017

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Perché e come nacque il Governo Mussolini? Quale ruolo vi ebbe Vittorio Emanuele III? Le Forze Armate fiancheggiarono i fascisti o difesero l’ordine pubblico? Quanto pesò la politica estera sulla svolta? La risposta è nei documenti: negli inediti verbali della Presidenza del Consiglio del 1922 e in altre carte qui pubblicate per la prima volta.

È uscito il nuovo libro di Aldo Alessandro Mola Mussolini a pieni voti? Da Facta al Duce. Inediti sulla crisi del 1922 (con la collaborazione di Aldo G. Ricci e saggi di Antonino Zarcone e Gian Paolo Ferraioli, Edizioni del Capricorno, pp. 376, € 25), in cui vengono analizzati, per la prima volta in maniera completa, le giornate e gli eventi che porarono Mussolini al Governo. L’opera si contraddistingue per l’abbondanza di documenti, molti dei quali inediti, provenienti dal diario della Casa Militare del Re, dai verbali dei primi due mesi del governo Mussolini e dai dispacci dell'Ufficio Cifra.

Il 28 ottobre non vi fu affatto la marcia su Roma come comunemente intesa. Quel giorno il presidente del Consiglio dei ministri, Luigi Facta, giolittiano, si dimise; il 30 Vittorio Emanuele III affidò a Mussolini l’incarico di formare il governo, che comprese fascisti, nazionalisti, liberali, popolari (cattolici), demosociali, democratici: una coalizione nazionale. Il governo si insediò il 1° novembre, quando le «squadre fasciste», entrate a Roma la mattina del 31 ottobre, ne erano partite su treni speciali dopo una sfilata (rumorosa ma pacifica) da piazza Venezia alla stazione Termini. Poi Mussolini si presentò al Parlamento. Con quale programma? Liberista, pragmatico, concludente. Il Parlamento lo approvò a pieni voti. Nessuno previde il seguito.

Il ventiduesimo anello della micro/macrostoria della Calabria, e del Cosentino, firmata da Romano Napolitano, è dedicato alla Storia dei Valdesi riformati della Calabria Citra.

Un volume che l’Autore, rinomato letterato storico e poeta, licenzia per i tipi della Gnisci di Paola, posando una pietra miliare nella pur fitta bibliografia sugli eretici che poco più di 450 anni orsono pagarono col sangue la professione della propria fede ultramontana nella terra che li aveva accolti dopo la fuga dalle valli alpine.

L’attenta ricostruzione delle vicende è da collocare nel quadro dell’organico progetto di ricerca che lo studioso va realizzando ormai da decenni stavolta affondando lo sguardo nelle pieghe dell’intricato secolo cinquecentesco, offrendo percorsi storiografici di interpretazione dei fatti estremamente interessanti per noi contemporanei.

Il che è peraltro sottolineato dalla prefatrice Antonella Bruno Ganeri, già senatrice della Repubblica, laddove si domanda se il “mondo globalizzato, multietnico, multiculturale, multireligioso ha, forse, imparato ad accettare il “diverso” come un altro se stesso?”.

L’eccidio dei Valdesi, gente semplice ed operosa, fu opera di forze che attuarono e/o condivisero, in varia forma, la cruenta repressione di quegli immigrati portatori di un credo ma soprattutto alfieri di un “altrove” fatto di usi valori cultura ritenuti indegni di insediarsi e coesistere, sacrificati perciò nelle feroci stragi di S. Sisto, Montalto, Guardia, Cosenza.

La lettura del volume scorre fluida, essendo ben distinto dalla narrazione il ricco e colto apparato di note che ne costituiscono la necessaria impalcatura storiografica.

Dei fatti di quel lontano 1561 il tomo di Napolitano svela cause e rivela effetti che lo connotano tuttora nella sua tragica essenza di annus horribilis nella storia della Calabria.

Da non dimenticare.

Ancora una volta a futura memoria.

Mons. Lorenzo Leuzzi, vescovo ausiliare di Roma, rettore della Chiesa di San Gregorio Nazianzeno alla Camera dei Deputati, ha raccolto nel volumetto La carità politica (Libreria Editrice Vaticana,Città del Vaticano 2012, pp. 48, euro 4,00) quattro discorsi pronunziati da Benedetto XVI a Milano (incontro con le Autorità della città di Milano),al Parlamento della Repubblica Federale della Germania, nell’incontro con le Autorità del Regno Unito, al Castello di Praga (incontro con le Autorità politiche e civili e il Corpo Diplomatico della Repubblica Ceca). Un successo pieno e immediato,come si evince dalle ristampe del libro (è di prossima pubblicazione un altro volume sul tema dell’impegno politico). La sera del 20 settembre 2012 il libro è stato presentato al Teatro Argentina di Roma a un pubblico vasto e interessato,invitato dal Forum dei Centri culturali della città di Roma (Cattolici in Movimento,Liberi e Forti,Centro Paolo VI,Laboratorio per la Polis…)”Cultura Pace e Vita” e sollecitato altresì dall’Associazione Camaldoli. Ne hanno parlato docenti delle università romane (Andrea Velardi,Emanuele Bilotti,Simonetta Filippi,Maria Carmela Benvenuto: introduzione di Cesare Mirabelli,coordinamento di Susanna Patruno,vice direttrice del Tg1).

Non è da oggi che il Pontefice parla di politica. Della buona politica. E invita i cattolici al servizio generoso per il prossimo:se i cattolici sono assenti o dispersi di qua e di là, la società si impoverisce. Il loro contributo alla soluzione dei problemi che affliggono l’umanità contemporanea può essere determinante. Benedetto XVI ricorda che la politica deve lavorare per la giustizia e per la pace, per la democrazia e la libertà,per il lavoro e la crescita umana…La Dottrina sociale della Chiesa è guida sicura per i cattolici impegnati in politica e nella società,ma anche per chi cattolico non è ed è interessato a promuovere sviluppo e solidarietà. Ricorda alle Autorità del Regno Unito che la religione “per i legislatori non è un problema da risolvere,ma un fattore che contribuisce in modo vitale al dibattito pubblico nella nazione” (p.33). Ai Milanesi ricorda che l’apporto che la Chiesa “ha offerto e tuttora può offrire alla società con la sua esperienza,la sua dottrina,la sua tradizione,le sue istituzioni e le sue opere” è sempre orientato “al servizio del popolo” (p.14). Il bene comune,la dignità della persona umana,il rispetto delle leggi,la trasparenza:il Papa pronunzia parole limpide e convinte,incoraggia a lavorare con impegno,a costruire la speranza,a non avere paura,a tendere a un mondo migliore. Tutto questo fa tenendo presenti le pagine del Vangelo, quelle dei Padri di ieri e di oggi,l’insegnamento che viene dalla storia,l’ispirazione ai valori che hanno fondato la civiltà. Il Leuzzi si dice certo che quanti leggeranno i testi e “ne faranno oggetto di riflessione e di confronto troveranno sorprendenti e preziose indicazioni per le personali scelte di vita,ma soprattutto contenuti nuovi per un rinnovato impegno al servizio della città dell’uomo” (pp.8-9).

Un Sud disperato,rassegnato,indifferente,anche oscuro. E’ il Sud di Andrea Di Consoli,giovane scrittore lucano,nato a Zurigo,residente a Roma:narratore, poeta, critico letterario, giornalista,attivo nella televisione e nel teatro,attento ai fenomeni sociali. Il suo ultimo romanzo, La collera (Rizzoli,Milano 2012, pp.232, euro 18,50), coinvolge e suscita rabbia. Non contiene spunti di adesione a correnti di pensiero politico-sociale-economico,ma la storia di Pasquale Benassia,personaggio curioso e strano,ribelle e perseguitato,se non è la storia del Sud,in tale storia si inserisce e ne spiega e illumina più di un aspetto. La vicenda si svolge in Calabria:non la si comprende senza riferimenti,che sono frequenti, ai lucani e soprattutto ai siciliani. Ma sul destino del Benassia pesa Torino, dove il Benassia si è trasferito come operaio della Fiat. Lì incontra in un bar frequentato dal non amato suo concittadino Germano   un gruppo di siciliani che gli offrono un lavoro alquanto lucroso:Benassia rifiuta, rifiuta la compagnia di malavitosi. E da qui agguati, minacce, inganni (l’incontro notturno con una bellissima palermitana )e quindi la fuga da Torino per disposizione delle forze di polizia e il rientro nell’odiata e disprezzata Calabria dei pastori,dei contadini,degli analfabeti,afflitta da un contorto sistema clientelare. Pasquale Benassia odia i comunisti,grida contro il dominio dei socialisti e di Mancini,contro Misasi,contro i suoi concittadini che non si ribellano. Autodidatta,lettore accanito di libri di filosofia,ritiene che l’ignoranza sia la causa del triste stato di cose in cui il popolo è immerso. Tormentato dalla “faccenda” Hitler, “morto lo stesso giorno che lui nasceva” (p.17),ammiratore del duce e della monarchia,di Freda,di Almirante. Frequenta nel suo paese la sezione del MSI e quindi di Alleanza Nazionale. Nei suoi discorsi invoca ordine e sicurezza,dice che la democrazia è accattonaggio ,ripete che il fascismo “era un orgoglio superiore,una filosofia che gli faceva desiderare il meglio senza passare per la porta larga dell’elemosina socialista” (p.37), aggiunge che i meridionali sono una razza inferiore,spiega che lo stato odierno è incapace di difendere i cittadini onesti:la mafia è da per tutto. E lui,onesto,su consigli di socialisti potenti,per salvarsi dalle persecuzione dei siciliani,è condotto a prestare la sua opera a personaggi che appaiono preoccupati del destino della Calabria e sono aggregati a cosche pericolose. Si scontra in modo rabbioso coi finanzieri che lo multano per non aver rilasciato lo scontrino (è fruttivendolo con licenza fattagli avere da “don Antonio”). Felice di trascorrere due giorni nel carcere di Castrolibero:” divorò centinaia di pagine dell’Antico Testamento e si convinse che Dio non poteva essere per tutti,tant’è che si era deciso di addolcire la potenza di Dio con l’amore di Gesù,più alla portata della gente impaurita dalla vita” (p.217). Gli dice Germano,costretto –anche lui - a tornare da Torino in Calabria:”E’ stata una cosa più grande di noi. Non c’entriamo né io né tu” (p.219). Ossia:ci si trova avvolti nella mafia senza volerlo. Pagine che fanno riflettere,pagine sul destino dell’uomo,sulla sua ricerca inquieta e incessante della felicità e della verità, ricerca anche intrisa di religiosità popolare e di affetti familiari, e su momenti di intensa commozione,quali sono i sentimenti di Magda,la maestra di Rivoli conosciuta a Torino e presente alle esequie di Pasquale,ucciso – ma non solo- da una bronchite ostinatamente non curata. Nella storia narrata con stile vivace (vivace,ma anche avvilito da inutili espressioni volgari) si può cogliere la volontà di additare la via dell’umanità autentica con l’aggrapparsi a sentimenti d’amore e di solidarietà che restano vivi e operanti in uomini e donne in opposizione allo stato di disagio in cui versano città e popoli dominati dalla mafia. Ma appare chiaro che il Benassia col suo nervosismo non può essere assunto come modello e guida in una lotta così drammatica. L’autore lo accompagna con comprensione sapendo che la situazione è difficile :e dedica il libro ai perdenti,ma anche a “chi non ha paura di fare i conti con l’eterno fascismo degli italiani”.

Il brillante filosofo e polemista conservatore inglese Robert Scruton stende un’accorta difesa del ruolo dello Stato nazionale, non soltanto nei secoli andati, ma anche oggi, di fronte all’erompere dell’Europa. Ne tratta nel volume Il bisogno di nazione, che, con prefazione di Francesco Perfetti, esce presso Le Lettere (pp. 98, € 10).

Lo Stato nazionale ci offre il modello più sicuro di pace, prosperità e possibilità di difendere i diritti umani. Eppure, l’idea di Stato nazionale viene costantemente attaccata, reputata fuori del tempo, perfino oltraggiata. Sono sovente gli europeisti a scendere in campo contro lo Stato nazionale, ritenendo che debba essere traguardato nell’Unione Europea. Invece le condizioni odierne dell’Ue, generatrice di burocrazie e di norme, sono iugulatorie per il cittadino.

Roger Scruton scrive: “Negli Stati nazionali europei, abbiamo anche noi bisogno di riguadagnare quella sovranità che le generazioni precedenti alla nostra hanno così laboriosamente plasmato dall’eredità della Cristianità, dei governi imperiali e delle leggi romane. Una volta guadagnato questo patrimonio, l’avremo riconquistato, e una volta conquistato saremo in pace all’interno dei nostri confini”.

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