Nel primo volume de "La guerra di Hitler" David Irving ripercorre gli eventi che hanno portato all'ascesa al potere di Adolf Hitler, fino alla preparazione della campagna di Russia. In questo resoconto degli eventi emerge non solo l'astuto cancelliere, con le sue geniali intuizioni e l'incredibile determinazione con cui perseguiva le proprie convinzioni, ma anche l'essere umano, con le sue debolezze e le sue insane ossessioni. Ciò che Irving si propone di sottolineare è il fatto che nessun dittatore, benché vigile, è in grado di controllare tutte le azioni dei subalterni; la stessa responsabilità dell'assurdo e brutale sterminio della popolazione ebraica ricade su un gran numero di tedeschi e non unicamente su un despota pazzo, ai cui ordini bisognava incondizionatamente sottostare. Il lettore si troverà di fronte a discorsi in cui Hitler si scaglia, con assoluto convincimento non solo contro gli ebrei, ma anche contro i minorati mentali e la Chiesa. Difficile individuare le motivazioni del successo di Hitler nel fortificare il carattere del suo popolo. Dopo anni di indottrinamento nazista, i tedeschi furono capaci di resistere, con uno stoicismo che annichiliva i nemici, a spaventosi attacchi aerei. Hitler costituì il movimento nazionalsocialista non su un precario suffragio elettorale, ma sul popolo. E questi, nella grande maggioranza, gli garantì, fino alla fine, il suo appoggio incondizionato.
Nel secondo libro, relativo al periodo compreso tra il luglio 1941 e l'aprile 1945, Irving ripercorre gli eventi cruciali della seconda guerra mondiale. In questi anni, le iniziali vittorie conseguite sul fronte sovietico e in Africa contribuiscono al diffondersi di un illimitato ottimismo che contagia non solo Hitler, ma tutti i suoi collaboratori, inclini ad appoggiare il proprio leader. Di fronte a tale incrollabile stima, emerge ancora più chiaramente la delusione delle sconfitte, con cui si annuncia il definitivo crollo di quel Reich che appariva così invincibile. Eppure, nonostante le disfatte subite dall'esercito, malgrado il disfattismo imperante dei feldmarescialli, i tradimenti, gli attentati e la sempre più evidente incapacità della Luftwaffe di adempiere ai suoi compiti, la fede di Hitler in una vittoria finale persiste immutata fino all'ultimo. Schopenhauer identificò un raro tipo di individui che il destino eleva dall'oscurità all'eminenza: individui portati a credere che una misteriosa forza non li abbandonerà mai, persino nei momenti di sventura. Per loro nessun abisso è senza fondo e qualsiasi caduta deve essere necessariamente seguita da una risalita. Adolf Hitler era tra questi. Solo alla fine, le ripetute defezioni dei suoi generali, l'evidente supremazia nemica e il desiderio di sfuggire a un'umiliante cattura lo portano a scegliere il suicidio, atto finale di una tragedia ormai conclusa.

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