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Giovedì, 27 Febbraio 2020

i rappresentanti del Governo, con in testa il presidente di questa repubblica, oggi 17 marzo hanno attribuito gli onori ai garibaldini ungheresi. E’ davvero una cosa vergognosa far finta di non sapere cosa hanno fatto questi criminali nella Napolitania.

Ecco gli episodi più significativi:

Nel 1859 si rifugiano a Torino i massoni ungheresi Gyorgy Klapka, Jhasz, Alessandro Teleki, Stefano Türr e anche Eber, Erbhardt, Tukery, Teloky, Magyarody, Figgelmesy, Czudafy, Frigyesy e Winklen con un folto gruppo di ungheresi, circa 3.000 che costituiscono una legione poi utilizzata dai Savoja per l’invasione delle Due Sicilie colla spedizione garibaldesca. Tra gli episodi più rilevanti sono da ricordare:

Il 26 settembre 1860, il Garibaldi invia il gruppo dell’ungherese Türr formato da 1.500 armati ad assalire Ariano Irpino sguarnita di soldati napolitani. Gli ungheresi, massacrato un centinaio di abitanti, saccheggiano la cittadina e ne incendiano le case.

Il 9 luglio 1861, un gruppo di 500 uomini comandato dal La Gala costringe le truppe piemontesi a sgomberare dal beneventano, ma due colonne formate da 200 mercenari ungheresi, dotati di quattro cannoni rigati, un battaglione piemontese e 800 guardie nazionali assaltano nuovamente Montefalcione. La cittadina è circondata e dopo un’accanita resistenza è presa, saccheggiata e data alle fiamme. Sono assassinati oltre 150 abitanti, altre centinaia sono deportati. Il maggiore ungherese Girczy, comandante del reparto, è decorato con la croce di cavaliere dell’ordine militare di Savoja e la medaglia di bronzo al valor militare. A quattro ufficiali piemontesi è data la medaglia d’argento.

L’11 luglio 1861 le truppe ungheresi sono inviate a Lapio, Montemiletto e Montefusco: anche qui si fanno uccisioni, saccheggi e incendi. Numerosi abitanti riescono a salvarsi con la fuga verso le vicine montagne. A Volturara impiccano un popolano lo lasciano appeso per molti giorni nella piazza del paese per ammonimento.

Il 4 agosto 1861 ad Auletta, per sedare la rivolta, gli ungheresi uccidono 45 persone, tra le quali quattro sacerdoti, seviziati con coltelli. Altri 100 sono deportati nelle carceri di Salerno. Il paese è saccheggiato e dato alle fiamme.

All'alba del 14 agosto 1861, gli ungheresi partecipano alla strage di Pontelandolfo. Con i bersaglieri piemontesi, fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Particolarmente feroci sono le truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità.

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Pontelandolfo

All'atto della proclamazione del regno d'Italia vi sono rivolte in tutto il Sud contro gli occupanti piemontesi. La notizia dei moti di Casalduni, dove in un combattimento contro gli insorti muoiono 45 soldati piemontesi, arriva anche a San Lupo al liberale Iacobelli. Costui, alla testa di duecento guardie nazionali bene armate, si dirige verso la cittadina, ma accortosi che ogni strada è controllata dagli insorti, devia verso Morcone. Da questo luogo, invia al Cialdini un dispaccio, che in pratica decreta la fine di Pontelandolfo e Casalduni: «Eccellenza, Quarantacinque soldati, tra i più valorosi figli d'Italia, il giorno 11 agosto 1861 furono trucidati in Pontelandolfo. Arrivati sul luogo vennero tenuti a bada dai cittadini fino al sopraggiungere dei briganti. Giunti costoro, i soldati avevano subito attaccato, ma il popolo tutto accorse costringendoli a fuggire. Inseguiti si difesero strenuamente, sempre combattendo, fino a ritirarsi nell'abitato di Casalduni ove si arresero e passati per le armi. Invoco la magnanimità di sua eccellenza affinché i due paesi citati soffrano un tremendo castigo che sia d'esempio alle altre popolazioni del sud»

Il Cialdini ordina allora al generale Maurizio De Sonnaz che di Pontelandolfo e Casalduni “non rimanesse pietra su pietra”. Costui, il 13, col 18° reggimento bersaglieri, forma due colonne, una di 500 uomini al comando del tenente colonnello Pier Eleonoro Negri, che si dirige verso Pontelandolfo, l’altra di 400 al comando di un maggiore, Carlo Magno Melegari, che si dirige verso Casalduni. Prima di entrare nei paesi, le colonne si scontrano con una cinquantina d’insorti, che però sono costretti a fuggire nei boschi dopo avere ucciso nel combattimento venticinque bersaglieri.

All'alba del 14, Pontelandolfo è circondata. Dopo che un plotone, accompagnato dal De Marco, ha contrassegnato le case dei liberali collaborazionisti da salvare, i bersaglieri entrati in Pontelandolfo fucilano chiunque capiti a tiro: preti, uomini, donne, bambini. Le case sono saccheggiate e tutto il paese dato alle fiamme e raso al suolo. Tra gli assassini vi sono truppe ungheresi che compiono vere e proprie atrocità. I morti sono oltre mille. Per fortuna alquanti abitanti sono riusciti a scampare al massacro trovando rifugio nei boschi.

Nicola Biondi, contadino di sessant’anni, è legato ad un palo della stalla da dieci bersaglieri. Costoro ne denudano la figlia Concettina di sedici anni, e la violentano a turno. Dopo un'ora la ragazza, sanguinante, sviene per la vergogna e per il dolore. Il soldato piemontese che la stava violentando, indispettito nel vedere quel corpo esanime, si alza e la uccide. Il padre della ragazza, che cerca di liberarsi dalla fune che lo tiene legato al palo, è fucilato anche lui dai bersaglieri. Le pallottole spezzano anche la fune e Nicola Biondi cade carponi accanto alla figlia. Nella casa accanto, un certo Santopietro; con il figlio in braccio, mentre scappa, è bloccato dai militari, che gli strappano il bambino dalle mani e lo uccidono.

Il maggiore Rossi, con coccarda azzurra al petto, è il più esagitato. Dà ordini, grida come un ossesso, è talmente assetato di sangue che con la sciabola infilza ogni persona che riesce a catturare, mentre i suoi sottoposti sparano su ogni cosa che si muove. Uccisi i proprietari delle abitazioni, le saccheggiano: oro, argento, soldi, catenine, bracciali, orecchini, oggetti di valore, orologi, pentole e piatti.

Angiolo De Witt, del 36° fanteria bersaglieri, così descrive quell'episodio: «… il maggiore Rossi ordinò ai suoi sottoposti l'incendio e lo sterminio dell'intero paese. Allora fu fiera rappresaglia di sangue che si posò con tutti i suoi orrori su quella colpevole popolazione. I diversi manipoli di bersaglieri fecero a forza snidare dalle case gli impauriti reazionari del giorno prima, e quando dei mucchi di quei cafoni erano costretti dalle baionette a scendere per la via, ivi giunti, vi trovavano delle mezze squadre di soldati che facevano una scarica a bruciapelo su di loro. Molti mordevano il terreno, altri rimasero incolumi, i feriti rimanevano ivi abbandonati alla ventura, ed i superstiti erano obbligati a prendere ogni specie di strame per incendiare le loro catapecchie. Questa scena di terrore durò un'intera giornata: il castigo fu tremendo…».

Due giovani, salvati dal De Marco perché liberali, alla vista di tanta barbarie e tanto accanimento contro i loro compaesani e la loro città, consultatisi col padre, si dirigono verso il Negri. I due giovani avevano appreso le idee liberali frequentando circoli culturali a Napoli, sognavano un'Italia una, libera, indipendente; sognavano la fratellanza. A quelle scene di terrore e di orrore aprono però di colpo gli occhi. Il più giovane dei due aveva finito da poco gli studi all'Università di Napoli e si avviava all'avvocatura; il fratello maggiore era un buon commerciante di Pontelandolfo. I due fratelli sono accompagnati dal De Marco per protestare contro quel barbaro eccidio. Il Negri per tutta risposta dà immediatamente ordine di fucilarli tutti. Dieci bersaglieri prendono i Rinaldi, s’impossessano dei soldi che hanno nelle tasche e li portano nei pressi della chiesa di San Donato. I due fratelli chiedono un prete per l'ultima confessione, ma è loro negato. Sono bendati e fucilati. L'avvocato muore subito, mentre il fratello, pur colpito da nove pallottole, è ancora vivo. Il Negri lo finisce a colpi di baionetta.

Il saccheggio e l'eccidio durano l'intera giornata del 14. Numerose donne sono violentate e poi uccise. Alcune rifugiatesi nelle chiese sono denudate e trucidate davanti all'altare. Una, oltre ad opporre resistenza, graffia a sangue il viso di un piemontese; le sono mozzate entrambe le mani e poi è uccisa a fucilate. Tutte le chiese sono profanate e spogliate. Le ostie sante sono calpestate. Le pissidi, i voti d'argento, i calici, le statue, i quadri, i vasi preziosi e le tavolette votive, rubati. Gli scampati al massacro, sono rastrellati e inviati a Cerreto Sannita, dove circa la metà è fucilata.

A Casalduni la popolazione, avvisata in tempo, fugge. Rimane in paese solo qualche malato, qualcuno che non crede ad una dura repressione e qualche altro che pensa di farla franca restando chiuso in casa. Alle quattro del mattino, il 18° battaglione, comandato dal Melegari e guidato dal Jacobelli e da Tommaso Lucente di Sepino, circonda il paese. Il Melegari, attenendosi agli ordini ricevuti dal generale Piola-Caselli, dispone a schiera le quattro compagnie di cento militi ciascuna e attacca baionetta in canna concentricamente. La prima casa ad essere bruciata è quella del sindaco Ursini. Agli spari e alle grida, i pochi rimasti in paese escono quasi nudi da casa, ma sono infilzati dalle baionette dei criminali piemontesi. Messa a ferro e a fuoco Casalduni e sterminati tutti gli abitanti trovati, il Melegari ordina al tenente Mancini di andare a Pontelandolfo per ricevere istruzioni dal generale De Sonnaz. Dalle alture i popolani osservano ciò che sta accadendo nei due paesi, ma sono impotenti di fronte a tanto orrore.

A Pontelandolfo e a Casalduni, i morti superano il migliaio, ma le cifre reali non sono mai svelate dal governo. Il “Popolo d'Italia”, giornale filogovernativo e quindi interessato a nascondere il più possibile la verità, indica in 164 le vittime di quell'eccidio, destando l'indignazione persino del giornale francese “La Patrie” e dell’opinione pubblica europea. Dopo gli eccidi, Pier Eleonoro Negri aveva telegrafato al governatore di Benevento, Gallarini: "Truppa Italiana Colonna Mobile - Fragneto Monforte lì 14 Agosto 1861 ore 7 a.m. Oggetto: Operazione contro i Briganti: Ieri mattina all'alba giustizia fu fatta contro Pontelandolfo e Casalduni. Essi bruciano ancora. Il sergente del 36° Reggimento, il solo salvo dei 40, è con noi. Divido oggi le mie truppe in due colonne mobili; l'una da me diretta agirà nella parte Nord ed Est, l'altra sotto gli ordini del maggiore Gorini all'Ovest a Sud di questa Provincia. Il Luogotenente Colonnello Comandante la Colonna; firmato Negri.".

Nel primo volume de "La guerra di Hitler" David Irving ripercorre gli eventi che hanno portato all'ascesa al potere di Adolf Hitler, fino alla preparazione della campagna di Russia. In questo resoconto degli eventi emerge non solo l'astuto cancelliere, con le sue geniali intuizioni e l'incredibile determinazione con cui perseguiva le proprie convinzioni, ma anche l'essere umano, con le sue debolezze e le sue insane ossessioni. Ciò che Irving si propone di sottolineare è il fatto che nessun dittatore, benché vigile, è in grado di controllare tutte le azioni dei subalterni; la stessa responsabilità dell'assurdo e brutale sterminio della popolazione ebraica ricade su un gran numero di tedeschi e non unicamente su un despota pazzo, ai cui ordini bisognava incondizionatamente sottostare. Il lettore si troverà di fronte a discorsi in cui Hitler si scaglia, con assoluto convincimento non solo contro gli ebrei, ma anche contro i minorati mentali e la Chiesa. Difficile individuare le motivazioni del successo di Hitler nel fortificare il carattere del suo popolo. Dopo anni di indottrinamento nazista, i tedeschi furono capaci di resistere, con uno stoicismo che annichiliva i nemici, a spaventosi attacchi aerei. Hitler costituì il movimento nazionalsocialista non su un precario suffragio elettorale, ma sul popolo. E questi, nella grande maggioranza, gli garantì, fino alla fine, il suo appoggio incondizionato.

Nel secondo libro, relativo al periodo compreso tra il luglio 1941 e l'aprile 1945, Irving ripercorre gli eventi cruciali della seconda guerra mondiale. In questi anni, le iniziali vittorie conseguite sul fronte sovietico e in Africa contribuiscono al diffondersi di un illimitato ottimismo che contagia non solo Hitler, ma tutti i suoi collaboratori, inclini ad appoggiare il proprio leader. Di fronte a tale incrollabile stima, emerge ancora più chiaramente la delusione delle sconfitte, con cui si annuncia il definitivo crollo di quel Reich che appariva così invincibile. Eppure, nonostante le disfatte subite dall'esercito, malgrado il disfattismo imperante dei feldmarescialli, i tradimenti, gli attentati e la sempre più evidente incapacità della Luftwaffe di adempiere ai suoi compiti, la fede di Hitler in una vittoria finale persiste immutata fino all'ultimo. Schopenhauer identificò un raro tipo di individui che il destino eleva dall'oscurità all'eminenza: individui portati a credere che una misteriosa forza non li abbandonerà mai, persino nei momenti di sventura. Per loro nessun abisso è senza fondo e qualsiasi caduta deve essere necessariamente seguita da una risalita. Adolf Hitler era tra questi. Solo alla fine, le ripetute defezioni dei suoi generali, l'evidente supremazia nemica e il desiderio di sfuggire a un'umiliante cattura lo portano a scegliere il suicidio, atto finale di una tragedia ormai conclusa.

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