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Mentre scrivo si concretizza il grande risultato della vittoria del “NO” nel referendum del 4 dicembre sulla riforma della Costituzione, un risultato straordinario per la grande partecipazione popolare, hanno votato circa il 68% degli aventi diritto. Per tutti unanimemente è stata una grande manifestazione di democrazia del popolo italiano. Un voto che probabilmente passerà alla Storia del nostro Paese, come uno “schiaffo” ai poteri forti, alla classe politica “drogata”, al governo Renzi eletto da nessuno, ma anche a una élite culturale che si allontana sempre più dalla realtà e che continua a non capire il popolo. Per questo motivo Luca Telese, su “La Verità”, ha scritto:“Tutto il modello di consenso dell'Occidente è in crisi. Ovunque è popolo contro élite”. Lo ricorderanno a lungo i progressisti radical chic questo 2016:la prima mazzata l'hanno presa con la Brexit, “dopo è venuto il ciclone Trump, che non ha sconfitto solo Hillary Clinton ma anche e soprattutto le forze immense che sostenevano la candidatura della rivale: grande stampa, banche, Hollywood, università”.

Pertanto visto che il popolo vota contro il sistema, qualcuno è arrivato a ipotizzare, a teorizzare la fine del suffragio universale. Il sistema democratico inizia ad essere un problema.

Sicuramente quello che è successo il 4 dicembre è una sorta di insorgenza popolare,  è probabile che sarà studiato e commentato in tanti libri, come gli avvenimenti che hanno ricostruito Gennaro Sangiuliano e Vittorio Feltri, in “Una Repubblica senza Patria. Storie d'Italia dal 1943 ad oggi, pubblicato da Mondadori nel 2013. Un testo chiaro, semplice da leggere, coinvolgente e a volte irritante, una ricostruzione sintetica dove si racconta la storia del nostro dopoguerra a partire dal 1943, dalla firma dell'armistizio e dalla fuga del re fino agli anni del governo Berlusconi, del dopo tangentopoli.

Secondo Sangiuliano, la matrice che unisce tutte le esperienze politiche italiane è “la divisione, la mancanza di una prospettiva condivisa dello Stato e dello sviluppo economico e culturale della nazione”. In pratica il dopoguerra in Italia, per Sangiuliano, è caratterizzato da contrasti politici e ideologici che ad un certo punto addirittura potevano portare a“a Due Italie sullo stesso suolo: la destra democristiana  'filoamericana' e la sinistra comunista filosovietica”. Del resto, l'esito del recente referendum ne è un ulteriore prova. Certamente il “No” ha vinto con un margine schiacciante sul “Si”, ma questo ha un pur sempre racimolato un buon 40% di consensi. Dunque si può dire che anche in questo caso gli italiani si sono divisi. Nell'introduzione, Feltri evidenzia la questione della divisione del nostro Paese che“impedisce all'Italia di diventare una patria”. La divisione dell'Italia è ricorrente nella nostra Storia. Il giornalista fa l'esempio, forse quello più significativo della divisione tra Nord e Sud, nata con la forzata unità d'Italia e alimentata poi negli anni.

Gli argomenti trattati dai due giornalisti, sono tanti, per quanto riguarda la prima parte, ritengo opportuno segnalare alcuni passaggi della politica dei comunisti italiani. Sangiuliano in particolare affronta affronta la questione Gramsci all'interno del Partito comunista, gestita autoritariamente dal “compagno Ercoli”, alias Palmiro Togliatti, anche se nel cuore dei militanti il vero leader del comunismo italiano era rimasto Antonio Gramsci. Infatti,“alcuni compagni della prima ora bisbigliavano che non era stato fatto nulla per ottenere la liberazione di Gramsci”. In pratica, “l'Italia fascista aveva buoni rapporti diplomatici con l'Unione Sovietica, se Mosca fosse stata investita del caso e il Cremlino avesse voluto prodigarsi, forse si sarebbe potuto organizzare uno scambio con qualche dissidente anticomunista”. Ma non si fece nulla, perchè al Pci, a Togliatti, non interessava avere libero Gramsci, tanto che la moglie dell'intellettuale sardo, Giulia Schucht,“inoltrerà una formale denuncia al Comintern nella quale documenterà le manovre di Togliatti a danno di Gramsci”.

Comunque sia, scriveva Mussolini:“Gramsci è morto di malattia, non di piombo”, come accade a tanti gerarchi comunisti, “che dissentono anche un poco da Stalin e probabilmente sarebbe accaduto anche a Gramsci stesso se fosse andato a Mosca”.

Inoltre, Sangiuliano si occupa dell'egemonia rossa nella cultura italiana, raccontando alcuni particolari, a partire dalla vita di Benedetto Croce, uno dei pochi che ha rifiutato di incensare il fascismo di Mussolini. Diverso fu invece“l'atteggiamento di quei tanti intellettuali che scrissero lettere deferenti al duce e poi sarebbero diventati comunisti”.

Togliatti dopo la svolta di Salerno si dedicò a costruire il “partito nuovo”, per fare questo aveva bisogno di conquistare l'egemonia culturale che doveva assicurare al Pci “il dominio delle idee non solo nella cultura politica ma in tutte le manifestazioni della vita sociale: la scuola, l'arte, il cinema, la letteratura, l'università, i giornali, le case editrici”. Erano “le casematte” da conquistare che aveva teorizzato lo stesso Gramsci. Togliatti, per questo progetto, recluta i nuovi alfieri dell'egemonia culturale “fra i giovani fascisti, fra coloro che si sono alimentati alla cultura gentiliana, agli estetismi del regime, ai miti e alla dottrina del regime”.

Secondo la storica Mirella Serri, si tratta “di una vera e propria 'operazione politica' di recupero dei giovani 'ex'”. Sostanzialmente avviene, “un vero e proprio passaggio dal fascismo militante all'antifascismo militante,, che portò nel Pci neofiti pieni di zelo perchè avevano qualcosa da farsi perdonare”. E' un argomento questo per lungo tempo negato, ma poi la forza dei documenti, fa crollare la “verità” comunista, peraltro lo stesso Giorgio Amendola ammette che questi giovani intellettuali, avevano aderito in massa al fascismo.

Il libro fa i nomi di questi intellettuali a cominciare di Carlo Muscetta e Norberto Bobbio, ma c'è Massimo Caprara e Giorgio Napolitano, i “signurini” con il loro tratto borghese, usciti dal Guf napoletano. Usciti dall'ombra di numerose riviste fasciste, numerosi intellettuali sono destinati ad assumere un ruolo di rilievo nel dopoguerra: Corrado Alvaro, Giulio Carlo Argan, Renato Guttuso, salvatore Quasimodo, Giorgio Spini Dario Fò ed altri. Nessuno di questi si è scagliato contro le ignobili leggi razziali. Bobbio, futuro senatore a vita della Repubblica, in una intervista al giornalista Pietrangelo Buttafuoco, novantenne riconoscerà: “Ero immerso nella doppiezza, perchè era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascismo con gli antifascisti”.

Poi Sangiuliano affronta la querelle sulla revisione storica della cosiddetta resistenza comunista. Nata soprattutto dopo la pubblicazione dei diversi libri di Giampaolo Pansa, e quelli del professore Renzo De Felice, che hanno spazzato via tutte le bugie comuniste intorno al resistenza.

Sangiuliano ripercorre tanti altri fatti, come l'attentato a Togliati, e qui l'Italia era sull'orlo della guerra civile, poi arrivò Gino Bartali con la vittoria al Tour e mise tutto a posto. Naturalmente non posso evidenziare tutti i fatti politici affrontatti dal libro, per forza maggiore bisogna scegliere.

Un momento particolare fu l'anno 1956, quello della rivolta popolare in Ungheria. I ragazzi di Buda e Pest scendono nelle strade e il 23 ottobre sotto il monumento a Petofi, fanno la rivoluzione, ma dura poco, il 4 novembre 4.000 carri armati sovietici schiacciano e reprimono la resistenza degli studenti e operai ungheresi. Imre Nagy e altri membri del suo governo verranno impiccati dopo un processo farsa. Il Pci italiano si lacera di fronte ai fatti ungheresi, ci sono quelli che vogliono aprire una discussione, ma i dirigenti comunisti la stroncano sul nascere, si urla: “viva i carri armati sovietici”. Ma nonostante la stroncatura, nasce “il manifesto dei 101”, e subito si dà la caccia agli eretici. In pratica per i firmatari ha inizio un vero e proprio processo stalinista interno. Tra il '55 e il '57, il Pci perde quattrocentomila iscritti e tra essi importanti intellettuali come Italo Calvino ed Elio Vittorini. Vi risparmio a questo punto le dichiarazioni del nostro capo dello stato Napolitano a proposito dei fatti ungheresi.

La prima parte curata da Sangiuliano si conclude con la descrizione del sessantotto italiano che durerà ben dieci e lunghi anni. Si ripercorrono i fatti intorno alle università di Trento, di Milano, i tanti autunni caldi, che porteranno alle violenze e all'odio diffuso soprattutto tra i giovani.

Mentre nella seconda parte Vittorio Feltri, affronta la storia dal 1960 ad oggi. E visto che tra qualche giorno ricorre l'anniversario della strage di piazza Fontana a Milano, ritengo interessante commentare il V capitolo, dal titolo:“conformismo intellettuale: il caso Calabresi”. Qui Feltri, racconta una delle più brutte pagine della storia politica italiana, l'uccisione del povero commissario Luigi Calabresi. Tutto parte dal 12 dicembre 1969, l'eccidio di piazza Fontana. All'indomani dei fermi di Valpreda e Pinelli, si crea immediatamente un esercito di innocentisti, capace di creare proseliti e creare una mentalità contro cui scagliarsi. Alla fine si crea un capro espiatorio per attribuire tutti i mali del mondo, lo si trova nel commissario Calabresi, a cui è stata affidata l'inchiesta sulla strage. Durante l'interrogazione l'anarchico Pinelli cade dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, apriti cielo, tutto l'esercito di sinistra non fa altro che accusare il commissario di omicidio.“Scoppia il finimondo”, scrive Feltri, “Pinelli diventa il caso di un uomo assassinato dalla polizia”. Naturalmente “si passa in fretta al teorema classico della polizia fascista che sta dalla parte del potere conservatore”.

Un esercito, guidato da “Lotta Continua”, sostenuto dai mezzi di informazione assai influenti e agguerriti, come il settimanale “L'Espresso” e “Panorama”, i quotidiani “L'Unità” e “Paese Sera”. Praticamente il commissario Calabresi dopo la morte di Pinelli,“smette di vivere”. Contro di lui la sinistra,“partorisce feroci e violentissime campagne di stampa e di odio”. A queste campagne si accodano soprattutto gli intellettuali: Calabresi, diventa il demonio da linciare pubblicamente.“Si arriva al punto che dagli intellettuali viene fuori un appello, uno dei tanti. Ma questo, pubblicato dall'”Espresso” nel giugno 1971, diventa una specie di condanna a morte per Calabresi, perché nell'appello si accusa esplicitamente il commissario di aver ammazzato Pinelli, e si sostiene che per questo Calabresi va allontanato, professionalmente eliminato”.

Dal linciaggio si passa direttamente all'omicidio che avviene nel maggio 1972. Nella lista dei firmatari ci sono tutti, tra i 757 ci sono giornalisti, scrittori, registi, politici etc. I loro nomi si possono trovare tranquillamente su tutti i libri e giornali. E' evidente che questi signori hanno sottoscritto la condanna del commissario, alcuni di loro hanno ammesso, scrive Feltri,“l'esistenza di un rapporto di causalità tra l'appello sottoscritto dall'”Espresso” e l'omicidio”. Almeno in due hanno fatto mea culpa, Paolo Mieli e l'ex ministro Carlo Ripa di Meana.

Il conformismo culturale “è una diffusa malattia italiana, una paranoia radicata, continuamente nobilitata dai mezzi di comunicazione, in cui anche la letteratura e cinema si buttano a capofitto”. Ma forse non è una malattia solo italiana, abbiamo visto recentemente con le elezioni presidenziali americane, come i mezzi di informazione hanno dipinto il candidato Trump.

Questo conformismo culturale pieno di odio, ha colpito Calabresi, ha colpito il presidente Giovanni Leone, in seguito ha colpito Bettino Craxi, accade la stessa cosa con Enzo Tortora, poi ha colpito Berlusconi e chissà quanti altri ancora.

Il cosiddetto “schiaffo”, o incidente di Anagni, dunque, può essere considerato come la fase di avvio di una nuova era; un’era caratterizzata da un papato progressivamente meno prestigioso ed influente. Si aprì un’epoca nella quale un certo spirito laico ‒ oggi diremmo laicista ‒, già intravisto ai tempi di Federico II di Svevia, assieme ai nascenti nazionalismi ‒ vere e proprie fasi embrionali del moderno stato nazionale ‒, iniziarono ad affacciarsi alla ribalta della storia e a reclamare un ruolo sempre maggiore. La Chiesa non poteva far finta di nulla. Il successore di Bonifacio VIII, Benedetto XI (1303-1304) fu eletto, non senza fatica, grazie  alla grande opera di mediazione del cardinale Matteo Rosso Orsini (1230-1305). Il nuovo papa fu costretto, per ragioni politiche, ad annullare le sanzioni canoniche nei confronti di Filippo Il Bello e dei due cardinali appartenenti alla famiglia Colonna, suoi complici; tuttavia, tenne duro nel confermare le medesime pene a Nogaret e a quanti si erano resi protagonisti dell’oltraggio nei confronti del Papa, rifiutandosi pure di convocare un concilio postumo che lo condannasse. Per questi ed altri motivi, non ritenne più  Roma una città sicura per sé, pertanto, si trasferì a Perugia, dove, dopo solo otto mesi, morì avvelenato, secondo alcuni storici. Le circostanze, ancor più avverse rispetto a quanto accaduto alla morte di Bonifacio VIII, indussero i cardinali, sempre guidati da Orsini, a riunire il Conclave a Perugia. Nonostante fossero solo quindici, non riuscivano a mettersi d’accordo; così, dopo diversi mesi di sede apostolica vacante, si accordarono su un nome di compromesso: il cardinale Bertrand de Got, arcivescovo di Bordeaux, città all’epoca sotto il dominio inglese, ma non inviso alla Francia, maggior potenza di allora. Era il mese di giugno del 1305 ed assunse il nome di Clemente V (1305-1314). Probabilmente, sotto le pressioni di Filippo il Bello, senza neppure passare da Roma, stabilì ad Avignone, in Francia, a partire dal 1309,la sua sede definitiva, iniziando così, quel periodo che gli storici – ispirati dal sonetto 114 del canzoniere di Francesco  Petrarca (1304-1374), che paragonava l’esilio degli ebrei a Babilonia, con quello della Chiesa ad Avignone ‒ hanno battezzato come cattività avignonese, richiamo evidente alla cattività babilonese, di biblica memoria. Situazione che si protrarrà per quasi un settantennio, fino al 13 gennaio 1377, allorquando papa Gregorio XI (1370-1378), finalmente, riportò il papato nella sua sede naturale, a Roma, col sollievo di quasi tutta la Cristianità. Vari elementi avevano determinato questa decisione, non ultime le mutate condizioni storiche: Filippo il Bello, ormai, era morto da oltre sessant’anni, la Francia era impegnata, quasi sempre soccombendo, con la guerra dei cent’anni contro l’Inghilterra e, infine, la grande e appassionata opera di convincimento svolta da santa Caterina da Siena (1347-1380), che si recò addirittura ad Avignone, per parlare personalmente col papa, rassicurandolo sulla volontà di Dio, circa quel ritorno. Purtroppo, questo ritorno ebbe il suo rovescio di medaglia: Gregorio XI, morì l’anno dopo e il suo successore Urbano VI  (1318-1389), si trovò, suo malgrado, al centro dello Scisma d’Occidente (1378-1417), perché i cardinali francesi rifiutarono di accettare la sua elezione. Furono trentanove anni di gran confusione, tra papi ed antipapi, ad un certo momento, se ne ebbero addirittura tre: naturalmente, l’unico risultato ottenuto fu una decadenza ancor più accentuata nella coscienza europea del prestigio del papato e della sua capacità di porsi come guida spirituale e culturale dell’Europa. Nel 1417, finalmente, con l’elezione di Martino V (1417-1431) e con la fine Concilio di Costanza, si pose fine al grave scandalo dello Scisma. Tuttavia, le insidie per l’unità e la tranquillità della Chiesa, non erano certo finite: proprio in quegli anni, emerge una nuova corrente, che vorrebbe limitare il potere del sommo Pontefice:  il conciliarismo, che contempla la sottomissione dell’autorità pontificia a quella del Concilio. Il conciliarismo paralizzò l’azione dei pontefici subito dopo lo Scisma d’Oriente: idee conciliariste, infatti, erano state espresse già dal cardinale Umberto di Silva Candida (1000?-1061), che a sua volta le aveva riprese da monaci del VII secolo. Poi, i primi vagiti della Riforma, l’umanesimo e il Rinascimento penetrati nella Chiesa sotto il pontificato di Niccolò V (1477-1455), uniti ad avvenimenti storici di portata epocale, come la caduta di Costantinopoli, provocarono un grave ritardo nella riforma della Chiesa, che perse così, un’altra occasione per continuare a salvaguardare il suo ruolo come guida della cultura europea. A tutti questi eventi, non erano estranee le idee di pensatori come Marsilio da Padova (1275-1342) e Guglielmo da Occam (1285-1347), veri e propri antesignani della modernità, che vedremo meglio la prossima volta.

In questi giorni i media italiani dopo la morte di Fidel Castro, invece di ricordare la carriera del despota caraibico, responsabile dell'uccisione di almeno 15 mila oppositori a Cuba,“paiono ritrarre la figura di un grande statista del Novecento, - scrive la NuovaBQ.it - enfatizzandone i pregi, nascondendone i crimini. Un tema ricorrente: a Cuba si viveva peggio sotto Fulgencio Batista e la rivoluzione di Castro servì a migliorare le condizioni dei cubani. I maggiori vanti del sessantennio comunista? La sanità e l’istruzione. E una certa soddisfazione per aver tenuto testa a decenni di embargo americano, fino al disgelo avvenuto con il presidente (ora uscente) Barack Obama”.

Tuttavia a fronte dei continui panegirici del dittatore, il nostro pensiero dovrebbe andare ai tanti dissidenti che hanno pagato con la loro vita o che sono stati costretti ad abbandonare il loro paese.

 L’esodo verso la Florida fu una realtà che il mondo scoprì solo negli anni Ottanta. E che ha coinvolto più del 20% (sono quelli che sono riusciti a scappare) della popolazione. Si scappava in tutti i modi, anche sulle zattere. Era meglio morire in mare che restare un giorno di più sull’isola. Lo si comprende dalla gioia di chi nella mattinata di sabato ha invaso le strade di Miami per festeggiare la scomparsa del dittatore. Non è qualcosa di macabro o irriguardoso. A quegli uomini, quelle donne, quei ragazzi che sventolavano le bandiere di Cuba, Castro ha distrutto la vita per sempre, decimando le loro famiglie e costringendoli ad una fuga disperata dalla propria terra. Il senatore della Florida, Marco Rubio, ha ricordato che “purtroppo la morte del dittatore sanguinario non significa libertà per i cubani: il dittatore è morto, ma non la dittatura”.(Lorenza Formicola, Breve storia della guerra di Castro alle chiese di Cuba, 27.11.16).

Tra i tanti dissidenti, vittima del “paradiso cubano”, forse quello più noto è  Armando Valladares, incarcerato per non aver abiurato il cristianesimo e aver amato il comunismo.

Ho conosciuto Valladares in un affollato incontro organizzato da Alleanza Cattolica l’8 maggio 1987, nella sala del Centro Missionario Pime a Milano, quella sera il poeta esule cubano, presentava il suo libro “Contro ogni speranza. Dal fondo delle carceri di Castro”, edito da Sugarco editore di Milano nel 1985, raccontava, la vita terribile dei prigionieri politici nelle carceri di Castro e rompeva il muro di silenzio e di menzogna che, difeso dalla cultura ufficiale, circondava la verità del regime castrista a Cuba. Valladares viene liberato nel 1982 e mandato in esilio a Madrid, dopo ventidue anni di dura prigionia, dopo una lunga campagna internazionale a suo favore e su un intervento personale del presidente francese Francoise Mitterand. Successivamente trasferitosi negli Stati Uniti, il presidente Ronald Reagan, lo nomina ambasciatore americano alla Commissione delle Nazioni Unite per i diritti umani. Mentre a L’Avana continuano a considerarlo una «spia della Cia», a New York il Fondo Becket per la libertà religiosa gli ha appena conferito la Medaglia Canterbury 2016 per “il coraggio dimostrato nella difesa della libertà religiosa”. Dal palco, il dissidente 79enne ha denunciato quei governi occidentali che, al pari del regime cubano, cercano di violare la libertà di coscienza dei cittadini, chiedendo loro di «collaborare con gravi mali». Il premio l’ha ritirato con queste parole: “Lo accetto nel nome delle migliaia di cubani che hanno usato il loro ultimo respiro per esprimere la loro libertà religiosa, gridando, davanti all’esecuzione: “Lunga vita a Cristo re””.

Ricordo ancora oggi l'appassionata conferenza di quella sera a Milano, ho ancora le foto di quella manifestazione ben preparata da Alleanza Cattolica, tra l'altro  pubblicizzata da decine di manifesti affissi per le vie principali di Milano. Alla fine della conferenza con pazienza e cura Valladares ha autografato con dedica le tante copie del suo libro (io ne possiedo una che tengo gelosamente).

Nelle 400 pagine delle sue memorie di prigionia, Valladares descrive minuziosamente il bestiale trattamento riservato ai nemici del regime comunista cubano. Contro ogni speranza, racconta l'inferno in cui egli ha vissuto e la storia di come un uomo sia riuscito a sopravvivere alle peggiori sevizie senza mai perdere la speranza, per quanto infondata potesse apparirgli. I detenuti che rifiutavano la “riabilitazione politica” erano costretti a vivere nel caldo più soffocante e nel freddo più intenso senza abiti (un particolare mi ha colpito, quando Valladares ha dovuto vedere sua mamma completamente nudo, proprio per farlo sentire un verme) venivano percorsi e presi a calci regolarmente dalle guardie; gettati nelle celle di punizione dove non filtrava mai un raggio di luce e dove non era possibile abbandonarsi al sonno perché le guardie lo impedivano lanciando secchi di urina e feci sui detenuti o stuzzicandoli con lunghe aste (ma erano anche i topi a tenere svegli: una notte, in una scena che richiama alla mente 1984 di Orwell, Valladares narra che si svegliò allorché un topo cercò di dilaniargli le dita).

Raccapriccianti sono le “celle cassetto”, gabbie di un metro, un metro e mezzo di altezza, dove il prigioniero non può stare in piedi, lunghe e strette. Si veniva rinchiusi lì per mesi, costretti a vivere in mezzo ai propri escrementi. 
Peraltro nei gulag di Fidel, in particolare, nel carcere di Boniato, i detenuti sono ridotti al livello di cavie per 'esperimenti' biologici che reggono il paragone con quelli eseguiti dai nazisti.

Recentemente intervistato dal settimanale Tempi, Armando Valladares, ricorda a noi italiani, che ancora pendiamo dalla labbra dei vari gazzettieri che ci raccontano la favola castrista, la sua terribile prigionia nelle carceri di Fidel.

“Castro mi ha tolto tutto, tranne la coscienza”.“Per otto anni Armando Valladares ha conosciuto solo una lunga notte, rinchiuso in una cella senza finestre né luce artificiale. Poi due anni di luce violenta e accecante, senza poter dormire né riposare gli occhi. In mezzo, altri 144 mesi di umiliazioni, pestaggi e torture disumane di ogni tipo”. (Nudi ma liberi. Intervista ad Armando Valladares, il più celebre dissidente cubano, di Leone Grotti, in Tempi 6.6.16)
Il più celebre dissidente cubano, piccola luce nel buio del regime castrista, avrebbe potuto risparmiarsi tutto questo. I suoi carcerieri gli avevano offerto la possibilità di scegliere: se rinneghi ciò in cui credi, abiuri Dio e affermi di amare il comunismo e Fidel Castro sarai libero. Valladares non ha compiuto questo «suicidio spirituale», diventando uno dei prigionieri di coscienza più famosi al mondo. È sopravvissuto a 22 anni di prigione grazie alla fede e all’arte, le sue «armi», dipingendo e scrivendo poesie, usando anche il suo stesso sangue quando gli è stato tolto ogni altro mezzo”.

Illuminanti le risposte di Valladares sulla libertà religiosa a Cuba.“Bastava essere cristiani, come nel mio caso, per finire in carcere. Lo stesso vale per i Testimoni di Geova: con loro le torture hanno davvero superato ogni limite.
Il sacerdote cattolico Miguel Angel Loredo è stato picchiato selvaggiamente per aver celebrato Messa dentro il carcere. Se un prigioniero veniva scoperto con una Bibbia o con qualunque altro materiale religioso veniva picchiato e portato in isolamento”.

Valladares è abbastanza critico nei confronti dei cosiddetti intellettuali europei e in particolare, italiani.“Abbiamo avuto tanti Gabriel García Márquez”.

Infatti,“García Márquez ha messo la sua penna al servizio della tirannia di Fidel Castro. È stato complice delle torture e dei crimini di un regime che ha sostenuto e difeso in tutto il mondo. Ha detto che Cuba era l’unico paese dove si rispettavano i diritti umani! Questa canaglia è stato delatore del dissidente Ricardo Bofill, che lo accusò portando le prove della delazione fatta alla polizia politica. A Cuba aveva un’amante, Blanquita, che poteva essere sua nipote, e Castro gli regalò una casa perché potesse fare le sue porcherie. Quando un intellettuale utilizza i mezzi che gli sono stati donati per mentire sulla realtà politica e mette la sua penna al servizio di una dittatura, anche se ha grandi doti intellettuali, diventa una minaccia per la società”.

Infine nell'intervista Valladares, risponde sulle elezioni presidenziali. Tra Trump e Clinton, naturalmente si schiera con Trump, nonostante viene presentato dalla stampa liberal come se fosse un criminale, un boss della droga, uno stupratore. Del resto per Valladares, non bisogna meravigliarsi,“si tratta degli stessi giornali che hanno creato il mito dei “risultati della Rivoluzione cubana” e di Che Guevara, un assassino trasformato in “santo”. Queste elezioni non sono come le altre. Bisogna senza dubbio votare Trump. Credo che sarà un buon presidente”. E' stato un ottimo profeta.

 

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