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Lunedì, 17 Febbraio 2020

Nella Torino cattolica dell'Ottocento nasce, una eccezionale fioritura di santità, di cultura, di azione civica, nonché di opere caritative sull'esempio illustre di san Giuseppe Cottolengo. Intorno al Convitto Ecclesiastico di Torino, fondato da Pio Brunone Lanteri e dal teologo Luigi Guala, si sviluppa un'opera di risveglio cattolico, in funzione antigiansenista e antiliberale, di cui dopo diverrà ben presto animatore san Giuseppe Cafasso, che con la sua direzione del Convitto e con i suoi esercizi spirituali educa una intera generazione in cui saranno numerosi i santi. A cominciare dalla famiglia salesiana (san Giovanni Bosco, san Domenico Savio, santa Maria Domenica Mazzarello, il beato Michele Rua).

“Fra le luci di questo quadro magnifico brilla in modo tutto particolare san Leonardo Murialdo, forse il massimo protagonista dell'apostolato civico e sociale dell'Ottocento torinese”. Nella ricorrenza del 150° anniversario della sua nascita, il professore Massimo Introvigne riteneva opportuno farlo conoscere con un documentato articolo sulla rivista Cristianità, anche perché era ignoto ai più.

Intanto nel libro “Il Pioniere. Leonardo Murialdo tra i giovani e mondo operaio”, che ho letto nelle fredde serate siciliane di fine anno, Pier Giuseppe Accornero, evidenzia il grande impegno dei tre apostoli rivoluzionari (don Cocchi, don Bosco, don Murialdo), nel cogliere i pericoli della vita mondana della città, il luogo del male, che dissipa i valori della cultura contadina. Ma nello stesso tempo però si rendono conto che è una realtà che bisogna affrontare per cercare di renderla più umana e cristiana. Bisogna immergersi nella città per capire i problemi, non limitarsi alla semplice condanna.

I tre in pratica attuano una nuova pastorale giovanile e operaia: sostanzialmente si tratta di “raccogliere quei giovani o offrire loro una casa, un luogo di incontro e di divertimento, la possibilità di un lavoro, una cultura di base, che non lasci indifesi e disarmati davanti ai fenomeni nuovi, agli interrogativi inquietanti a all'ingordigia dei padroni sfruttatori”.

Pertanto “la città diventa luogo privilegiato di attività pastorale”. Questa opera di intensa evangelizzazione vede impegnati una serie di personaggi a cominciare dai soliti, Giuseppe Cafasso, Giuseppe Allamano, Giovanni Battista Bertagna, Giovanni Cagliero, Giuseppe Cottolengo, Domenico Savio e tanti altri, una carrellata di nomi, una nazionale della santità.

In pratica nell'800 è stata la Chiesa a prendersi cura dei giovani e dei loro bisogni, oggi è ancora la Chiesa che alza la voce a favore dei giovani, penso all'ammonimento, alla denuncia di papa Francesco nell'omelia del Te Deum di fine anno, nei confronti della nostra società che ha costretto i nostri giovani ad emigrare a fuggire all'estero in cerca di lavoro. «Abbiamo creato una cultura che, da una parte, idolatra la giovinezza cercando di renderla eterna», ha detto il Pontefice, «ma, paradossalmente, abbiamo condannato i nostri giovani a non avere uno spazio di reale inserimento, perché lentamente li abbiamo emarginati dalla vita pubblica obbligandoli a emigrare o a mendicare occupazioni che non esistono o che non permettono loro di proiettarsi in un domani. Abbiamo privilegiato la speculazione invece di lavori dignitosi e genuini che permettano loro di essere protagonisti attivi nella vita della nostra società».

Poi ha aggiunto: «Ci aspettiamo da loro ed esigiamo che siano fermento di futuro ma li discriminiamo e li ‘condanniamo’ a bussare a porte che per lo più rimangono chiuse”. Ha così esortato ad «aiutare i nostri giovani a ritrovare, qui nella loro terra, nella loro patria, orizzonti concreti di un futuro da costruire. Non priviamoci», ha detto ancora, «della forza delle loro mani, delle loro menti, delle loro capacità di profetizzare i sogni dei loro anziani (cfr Gl 3,1).

Se vogliamo puntare a un futuro che sia degno di loro, potremo raggiungerlo solo scommettendo su una vera inclusione: quella che dà il lavoro dignitoso, libero, creativo, partecipativo e solidale».

Ritornando a san Murialdo, Accornero, ricorda che il nostro amava molto una frase: “Aprire un oratorio è chiudere una prigione”. Una frase che si contrappone a quella più celebre ma laica: “aprire una scuola è chiudere una prigione”. Anche perchè la separazione dell'istruzione dall'educazione religiosa, operata dallo Stato liberale non ha prodotto la diminuzione dei delitti, in realtà si sono quadruplicati e per questo è stato necessario aggiungere nuove prigioni.

E' curioso il particolare riportato da Accornero come San Murialdo cercava i ragazzini, in pratica amava suonare una campanella per attirare la loro curiosità. “Bisogna stanarli dai nascondigli e con infinita pazienza, promettendo qualche regalo, convincerli ad andare a giocare nell'oratorio[...]”. Infatti Murialdo per attirare i ragazzini valorizza tutti i tipi di giochi.

Ma il nostro santo è stato anche come abbiamo sottolineato un apostolo civico e sociale operando a favore degli operai dell'industria e contro il loro sfruttamento da parte della speculazione del primo liberismo e capitalismo pratico. Per questo motivo Murialdo si adopera di organizzare cristianamente il lavoro fondato sulla giustizia e carità evangelica. A questo proposito ha fondato nel 1833 anche un giornale a favore degli operai: “La Voce dell'Operaio”, “la prima pubblicazione politico-religiosa cattolica italiana destinata ai ceti popolari. - Scrive Introvigne -“essa ebbe amplissima diffusione, non solo nel Settentrione ma in tutta Italia, fino in Sicilia e in Puglia[...] Attorno alla 'Voce' san Leonardo consolidò le associazioni operaie cattoliche da lui fondate come 'società cristiane d'operai che si contrappongono alle società settarie aggregate alla Internazionale', benemerite iniziative lodate da leone XIII e poi da san Pio X e attaccate dalla stampa filomassonica come 'società operaie gesuitiche', 'covi di nemici della Patria, 'cellule papiste e clericali'” (M. Introvigne, San Leonardo Murialdo (1828-1900), n.44 dicembre 1978, Cristianità).

Quindi organizza, primo in Italia, un Consiglio di collocamento, per l'orientamento al lavoro, un “Comitato di collocamento” per la ricerca del lavoro, infine, un “Comitato di sorveglianza” per la visita ai giovani lavoratori. Murialdo si prefigge che nessun giovane deve uscire dalle sue istituzioni senza un mestiere o una professione, senza la certezza di un posto di lavoro. Non è che dobbiamo riesumare San Murialdo per far trovare lavoro ai nostri giovani?

Nell'ultimo periodo della sua vita Murialdo profeticamente mise in guardia i cattolici dai pericoli costituiti “dalla nuova forza sovversiva e anticristiana che si andava organizzando: il comunismo”. Il santo torinese auspicava una “reazione cattolica contro i progressi dell'Internazionale Comunista e a riproporre la necessità di un apostolato presso gli operai che, scristianizzati dalla propaganda liberal-massonica, divenivano poi facile preda dell'attivismo marxista”. A questo proposito, in un discorso del 1882, Murialdo dichiarava: “se non si contrappone un argine alle idee sovversive ed atee dell'Internazionale. La Rivoluzione con i suoi eccidi e le sue rovine potrebbe prevalere anche nella nostra Patria”.

San Murialdo è convinto che una società senza Dio muore, per questo propone di fare una vita di preghiera e di apostolato sociale tra il proletariato urbano e rurale di Torino. Bisogna ritornare al vangelo, è l'unico rimedio. “In una società dove si dimentica Dio e si disprezza il Vangelo, il povero e l'operaio saranno ridotti in schiavitù, e ritornerà l'oppressione dell'uomo per mezzo dell'uomo, generando miseria, ribellione, odio di classe. Solo il Vangelo, - afferma Murialdo -che predica la dignità, la fratellanza fra gli uomini, il senso della coscienza, e la Chiesa che attua la carità e la giustizia, possono liberare l'uomo e la società dalle nuove schiavitù”. Il santo torinese considerava utopistica una società fondata sull'uguaglianza assoluta degli uomini. Pertanto “ogni economia sociale che voglia risolvere la questione operaia deve riposare sulla religione, sulla morale, sull'educazione, sull'organizzazione del lavoro”. Diversi studi, concordano nel definire Murialdo, l'anima del movimento operaio cristiano a Torino e in Italia. Per Murialdo “è urgente moralizzare le officine e gli ambienti del lavoro mediante opere e iniziative cristiane. Occorre ricondurre il giovane operaio alla Chiesa”. Così alla vigilia della enciclica sociale Rerum Novarum di Leone XIII, promulgata nel 1891, le opere religiose-sociali di san Murialdo diventano una vera fucina di preparazione dell'enciclica stessa. Lo evidenzia bene Introvigne, “se c'è chi ha studiato 'i tempi e gli uomini che prepararono la Rerum Novarum', se la storia del cattolicesimo contro-rivoluzionario dell'Ottocento è la storia dei tempi e degli uomini  che prepararono il Sillabo, san Leonardo Murialdo, zelantissimo nel diffondere e nel praticare la dottrina sociale della Chiesa, può essere definito il significativo preparatore del moto proprio di san Pio X”.

A che serve a distanza di oltre un secolo conoscere come i Piemontesi hanno “liberato” il Meridione d'Italia? Forse per capire il perchè è nata la cosiddetta “questione meridionale”? Oppure soltanto per conoscere la vera Storia del Sud e del sistema che lo governava, cioè il Regno delle due Sicilie dei Borboni.

Tempo fa un parente, conoscendo la mia predilezione allo studio della storia del Risorgimento e del Brigantaggio, mi diceva che dopo aver letto una recensione dell'ultimo libro di Pino Aprile, si interrogava se le notizie riportate da Aprile erano vere o montature. Pazientemente ho risposto che ormai è da tempo, almeno dalla caduta del Muro di Berlino, che esistono fior fiore di testi, di studi, che hanno raccontato dettagliatamente come è stato conquistato il Sud dopo la cavalcata liberatoria di Garibaldi. Aprile non fa altro che raccontare giornalisticamente come sono andati i fatti.

Per non perdere l'abitudine dei miei studi in queste fredde serate di dicembre ho letto uno dopo l'altro i testi di Giordano Bruno Guerri, “Il sangue del Sud. Antistoria del risorgimento e del brigantaggio”eIl Bosco nel cuore. Lotte e amori delle brigantesse che difesero il Sud”, entrambi pubblicati da Mondadori, il primo nel 2010, il secondo nel 2011, collezione“Le Scie”.

I testi di Guerri si occupano“dei modi e dello spirito con cui fu compiuta l'impresa  (la conquista del sud) e delle sue conseguenze”. Pertanto si pone alcune domande“Quali tragedie e ingiustizie la accompagnarono?”. Si è fatto di tutto per integrare davvero le identità, le culture, le tradizioni, persino le lingue diverse? Oppure si era fatta l'Italia, ma non si sono fatti gli italiani, come diceva Massimo D'Azeglio, che peraltro, temeva la fusione coi napoletani.

Giordano Bruno Guerri sicuramente non è un nostalgico del Regno delle Due Sicilie, è uno storico liberale che coraggiosamente racconta gli avvenimenti con serietà e imparzialità, utilizzando le numerosi fonti e documenti che ormai da tempo sono a disposizione di chiunque voglia fare storia seria. Peraltro nei suoi testi troviamo una bibliografia essenziale che fa riferimento a tanti storici che hanno ben studiato quegli anni tanto tormentati.

Guerri non disdegna di polemizzare con la storia ufficiale raccontata dai vincitori, ironizzando sui “liberatori” piemontesi, che secondo la vulgata, dovrebbero rappresentare “i civilizzatori”, i portatori di giustizia  e legalità, mentre gli altri, i meridionali, sono briganti. Questi ultimi fin dalla Rivoluzione Francese, sono stati  screditati dagli intellettuali, dai politici. La loro opposizione veniva rappresentata come “viscerale manifestazione di rancori e pulsioni irrazionali”, mentre si trattava, “di una resistenza ideologica e politica, oltre che sociale”. Ma per liquidarla gli illuminati giacobini, collegavano la rivolta popolare“al delitto comune”. Così accadde anche in Italia dove per i nostri intellettuali benpensanti“la ribellione di reazionari, contadini e clericali, contro lo Stato appena costituito fu etichettata 'brigantaggio'”. Pertanto Guerri può scrivere che al Sud, tutti erano briganti, banditi, criminali comuni, mentre gli altri che venivano dal Nord erano i liberatori.“Due mondi erano in conflitto tra loro. Perchè l'uno venisse a patti con l'altro occorreva che il vincitore riconoscesse le differenze e cercasse di cancellarle realizzando una maggiore giustizia sociale. Invece scrive Guerri, “si preferì l'azione repressiva, determinata a stroncare, soffocare, estirpare. Una logica che alimentò se stessa: la violenza ne generò altra, sempre più crudele”.

Come quella che si è manifestata in una notte d'agosto del 1861 a Pontelandolfo e Casalduni nel beneventano, l'esercito piemontese per vendicare i suoi uomini, non esitò di massacrare quasi un migliaio di uomini e donne di questi paesi.

I meridionali dagli ufficiali e soldati italiani furono percepiti come una razza inferiore, ma nello stesso tempo, Guerri considera questi soldati che andarono a combattere una sporca guerra, furono forse i meno colpevoli, “furono l'ultimo anello di una catena di errori e orrori[...] furono vittime, come i loro nemici, di una carneficina che poteva essere evitata”. Le colpe maggiori sono di chi dirigeva il Regno sabaudo, con la legge Pica del 1863, il governo di Torino,“in pieno accordo con il Parlamento, impose lo stato d',assedio annullò le garanzie costituzionali, trasferì il potere ai tribunali militari, adotta la norma della fucilazione e dei lavori forzati, organizzò squadre di volontari che agivano senza controllo, chiuse gli occhi su arbitrii, abusi, crimini, massacri”. Per i Savoia,“i briganti erano l'emblema di quel figliastro malato e depresso, geneticamente tarato”, non solo, secondo Guerri, forse, già a Torino si erano pentiti: “chi ce l'ha fatto fare?”.

Lo storico è convinto che ancora molto bisogna fare per far conoscere la vera storia del Risorgimento italiano, anche per Guerri è necessaria una “profonda opera di revisione storiografica”, specialmente sul brigantaggio. Pertanto scrive Guerri: “come ogni guerra civile, anche quella tra piemontesi e briganti è stata raccontata dal vincitore. Che però, a differenza del solito, non ha potuto vantarsene: si preferì nascondere o addirittura distruggere i documenti, perchè non fossero accessibili neppure agli storici”. Il brigantaggio postunitario, per la nostra storia fu “quasi un incubo da rimuovere o censurare, una pagina vuota, una tragedia senza narrazione.I briganti scontano, oltre alla sconfitta, anche il destino della dannatio memoria. A loro, non spetta l'onore delle armi”. Per i padri della patria rappresenta una specie di zona d'ombra, “una guerra in-civile come quella andava dimenticata, rimossa o almeno ridimensionata alla stregua di una semplice, per quanto sanguinaria, operazione di polizia”.

Ironicamente Guerri scrive che per i vincitori,“le pagine luminose, da consegnare agli archivi della memoria, sono altre: con tricolori sventolanti, imprese da trasmettere alle future generazioni nei manuali di scuola[...]”. Tuttavia lo storico senese auspicava che per le imminenti celebrazioni del 150° anniversario dell'Unità nazionale, si rinunciava al“conformismo retorico e patriottardo”, alle“tentazioni oleografiche”, non tanto per “denigrare il Risorgimento, bensì di metterlo in una luce obiettiva, per recuperarlo – vero e intero – nella coscienza degli italiani di oggi e di domani[...]”. Nello stesso tempo però dall'altra parte si doveva rinunciare alle “ossessioni separatiste o secessionistiche che di tanto in tanto si trasferiscono dal Sud al Nord e ritorno”. Infatti, riferendosi a quest'ultimi, Giordano Bruno Guerri, sottolinea con forza, nell'introduzione al suo libro che “conoscere e rivedere il Risorgimento non significherà rimpiangere Radetzky o Francesco II, a seconda che il nostalgico si trovi a Milano o a Palermo”.

Da quello che ho visto e letto nel 2011, non mi sembra che sia andata così, sia per i risorgimentisti duri e puri, che per i nostalgici dei borboni. Forse gli unici a mantenere un certo equilibrio e non scadere in leggende nere o rosa sono stati quelli di Alleanza Cattolica, che sensibili agli avvenimenti storici del nostro paese, hanno voluto ricordare il 150° dell'unità d'Italia con una serie di conferenze all'insegna dello slogan: “1861-2011”. Unità Si, Risorgimento No”. Sostanzialmente si rifiuta l'ideologia risorgimentale che ha cercato di cancellare l'identità del nostro Paese, ma si accetta l'unità politica.

A questo proposito invito la lettura del “manifesto-appello”, che si può trovare nel sito, www.alleanzacattolica.org”.

“Il Sangue del Sud”, è composto di 17 capitoli. L'autore tratta in particolare la guerra del nuovo Regno d'Italia contro il brigantaggio, anche se troviamo delle pagine che raccontano le vicende della conquista del Regno delle Due Sicilie, come si sono comportati i vari protagonisti di  questa conquista.

Guerri è abbastanza super partes, riconosce per esempio che i giovani sovrani, napoletani, Francesco II e Maria Sofia sono stati derubati del loro legittimo regno. Ricorda tutti i vari tradimenti dei nobili e dei generali borbonici, che hanno fatto a gara per abbandonare la “nave”, il prima possibile. Evidenzia un certo “gattopardismo”, nel sistema politico meridionale. Riconosce inoltre una certa stabilità e prosperità economica del regno napoletano, anche se evidenzia delle deficienze nello Stato meridionale. Certamente lo storico non si presta a una “leggenda aurea”, rappresentando un Regno di Napoli come il bengodi d'Europa.

Guerri, entra nel vivo del brigantaggio a partire dal VI capitolo:“Come nasce una guerra civile”. Anche Guerri come lo studioso cattolico, Francesco Pappalardo, è consapevole che il fenomeno del banditismo è sempre esistito. Ma il brigantaggio  un'altra cosa, anche se ci sono elementi banditeschi. Si contano almeno 216 bande, tra Abruzzo, Molise, Sannio, entroterra irpino, nel salernitano, Puglia e Calabria. Le campagne erano una polveriera, bastava la presenza di qualche brigante, di qualche manutengolo, che iniziava la repressione, con saccheggi e incendi. “A farne le spese furono spesso uomini e donne inermi, messi al muro per aver gridato 'Viva Francesco II' in qualche stamberga dai muri troppo sottili, cafoni che si erano limitati a dare da mangiare ai ribelli, contadini e galantuomini che avevano abbracciato da subito la fede liberale”. Bisogna scrivere che soltanto la regina Maria Sofia, era abbastanza attiva nel sostenere la resistenza del popolo meridionale, mentre Francesco II, chiuso nello sconforto e nel fatalismo, faceva ben poco. Mentre i vertici della Chiesa ufficialmente non appoggiavano il brigantaggio, qualche vescovo e soprattutto i preti e i religiosi si sono resi complici.

L'esercito italiano arrivò ad impiegare al sud, fino a 120 mila uomini, quasi la metà dell'intero esercito unitario. Secondo Franco Molfese, tra il 1861 e il 1865 sarebbero stati uccisi, negli scontri o con le esecuzioni, 5212 briganti. Mentre Carlo Alianello, ne conta quasi il doppio (9860). “In entrambi i casi, si tratta di cifre approssimate per difetto”. Stessa cosa per i caduti da parte dell'esercito, qui spesso si taceva per non allarmare l'opinione pubblica, perchè la gente non doveva scoprire che si stava combattendo una vera e propria guerra. “Morirono più militari che nella somma delle tre guerre di Indipendenza, almeno 8.000”.

Mentre cronisti e storici locali contano oltre 100.000 caduti fra i meridionali. “Cifre a parte, - scrive Guerri - il dato oggettivo non cambia: fu combattuta una guerra civile, con rappresaglie, saccheggi e fucilazioni sommarie. E' il lato terribile di ogni contrapposizione fratricida”. Per Guerri, “quella conquista comportò episodi da sterminio di massa”.

Nei capitoli successivi lo storico toscano si occupa entrando anche nei particolari delle gesta più o meno eroiche dei vari briganti. Tra quelli più conosciuti, Carmine Donatelli, detto Crocco è quello a cui si dedica più spazio, del resto fu definito il re dei briganti. Poi c'è Chiavone, il brigante che voleva essere Garibaldi e marciare su Torino. Il sergente Domenico Romano, che univa il fucile alla preghiera. Un impasto di spirito crociato e di devozione religiosa, come si può leggere nel giuramento, che imponeva ai nuovi adepti. Un capitolo particolare e suggestivo viene dedicato alle brigantesse, tema che sarà poi sviluppato ampiamente nel successivo libro, “Il Bosco nel cuore”. E' un argomento che ha attirato la curiosità di molti studiosi. Alcuni li consideravano delle sanguinarie, delle diaboliche messaline. “Naturalmente si trattava di esagerazioni - con un fondo di verità – a sostegno dell'immaginario collettivo”.

Il Guerri sottolinea come la presenza femminile “sia molto più numerosa nella storia violenta del brigantaggio che in quella romantica del Risorgimento: dove – oltre alla contessa di Castiglione, per i suoi meriti spionistici e amatori – l'unica eroina è Anita Garibaldi, sposa esemplare”.

Queste donne secondo Guerri,“sono partigiane ante litteram; o, in un salto temporale ancora più lungo, sono le antesignane di un femminismo istintivo e rabbioso, ribelli stanche di essere confinate – da sempre – al letto, al focolare e ai figli”. E qui emerge lo spirito anarcoide di Giordano Bruno Guerri.

Comunque sia queste donne, “sono certe di trovare tra i boschi la dignità e la considerazione che non avrebbero ottenuto vivendo da schiave o puttane di nobili e galantuomini”. Pertanto, “la loro fuga è al tempo stesso un viaggio verso la libertà e verso la fine”. Sono un esercito di nomi e di storie senza volto, un'escrescenza della storia, per decenni considerata ingiustamente marginale. Giuseppina Vitale, Chiara Di Nardo, Rosaria Rotunno, Mariannina Corfù, Maria Pelosi, Filomena di Pote, Maria Maddalena De Lellis, Filomena Pennacchio, Michelina De Cesare, Maria Oliverio. Solo alcuni nomi di donne“che capovolgono pregiudizi e luoghi comuni su sesso debole”. Donne che “nascondono le chiome fluenti sotto le larghe falde di cappellacci maschili, occultano ciò che resta della loro femminilità con l'audacia”. Un altro dato che va sottolineato che si tratta per la maggior parte di ragazze abbastanza giovane, pronte a tutto, rispetto alle ragazze di oggi.

Finora era stato dedicato poco spazio al tema delle brigantesse, il lavoro ben documentato di Giordano Bruno Guerri colma questa lacuna. “Il Bosco nel cuore” , è la storia delle donne in guerra contro l'unità; la storia di madri, mogli, ragazze giovanissime, rivendicare il diritto di vivere la propria vita assumendo su di sé il potere e la libertà di decidere.

 

 

Mentre scrivo si concretizza il grande risultato della vittoria del “NO” nel referendum del 4 dicembre sulla riforma della Costituzione, un risultato straordinario per la grande partecipazione popolare, hanno votato circa il 68% degli aventi diritto. Per tutti unanimemente è stata una grande manifestazione di democrazia del popolo italiano. Un voto che probabilmente passerà alla Storia del nostro Paese, come uno “schiaffo” ai poteri forti, alla classe politica “drogata”, al governo Renzi eletto da nessuno, ma anche a una élite culturale che si allontana sempre più dalla realtà e che continua a non capire il popolo. Per questo motivo Luca Telese, su “La Verità”, ha scritto:“Tutto il modello di consenso dell'Occidente è in crisi. Ovunque è popolo contro élite”. Lo ricorderanno a lungo i progressisti radical chic questo 2016:la prima mazzata l'hanno presa con la Brexit, “dopo è venuto il ciclone Trump, che non ha sconfitto solo Hillary Clinton ma anche e soprattutto le forze immense che sostenevano la candidatura della rivale: grande stampa, banche, Hollywood, università”.

Pertanto visto che il popolo vota contro il sistema, qualcuno è arrivato a ipotizzare, a teorizzare la fine del suffragio universale. Il sistema democratico inizia ad essere un problema.

Sicuramente quello che è successo il 4 dicembre è una sorta di insorgenza popolare,  è probabile che sarà studiato e commentato in tanti libri, come gli avvenimenti che hanno ricostruito Gennaro Sangiuliano e Vittorio Feltri, in “Una Repubblica senza Patria. Storie d'Italia dal 1943 ad oggi, pubblicato da Mondadori nel 2013. Un testo chiaro, semplice da leggere, coinvolgente e a volte irritante, una ricostruzione sintetica dove si racconta la storia del nostro dopoguerra a partire dal 1943, dalla firma dell'armistizio e dalla fuga del re fino agli anni del governo Berlusconi, del dopo tangentopoli.

Secondo Sangiuliano, la matrice che unisce tutte le esperienze politiche italiane è “la divisione, la mancanza di una prospettiva condivisa dello Stato e dello sviluppo economico e culturale della nazione”. In pratica il dopoguerra in Italia, per Sangiuliano, è caratterizzato da contrasti politici e ideologici che ad un certo punto addirittura potevano portare a“a Due Italie sullo stesso suolo: la destra democristiana  'filoamericana' e la sinistra comunista filosovietica”. Del resto, l'esito del recente referendum ne è un ulteriore prova. Certamente il “No” ha vinto con un margine schiacciante sul “Si”, ma questo ha un pur sempre racimolato un buon 40% di consensi. Dunque si può dire che anche in questo caso gli italiani si sono divisi. Nell'introduzione, Feltri evidenzia la questione della divisione del nostro Paese che“impedisce all'Italia di diventare una patria”. La divisione dell'Italia è ricorrente nella nostra Storia. Il giornalista fa l'esempio, forse quello più significativo della divisione tra Nord e Sud, nata con la forzata unità d'Italia e alimentata poi negli anni.

Gli argomenti trattati dai due giornalisti, sono tanti, per quanto riguarda la prima parte, ritengo opportuno segnalare alcuni passaggi della politica dei comunisti italiani. Sangiuliano in particolare affronta affronta la questione Gramsci all'interno del Partito comunista, gestita autoritariamente dal “compagno Ercoli”, alias Palmiro Togliatti, anche se nel cuore dei militanti il vero leader del comunismo italiano era rimasto Antonio Gramsci. Infatti,“alcuni compagni della prima ora bisbigliavano che non era stato fatto nulla per ottenere la liberazione di Gramsci”. In pratica, “l'Italia fascista aveva buoni rapporti diplomatici con l'Unione Sovietica, se Mosca fosse stata investita del caso e il Cremlino avesse voluto prodigarsi, forse si sarebbe potuto organizzare uno scambio con qualche dissidente anticomunista”. Ma non si fece nulla, perchè al Pci, a Togliatti, non interessava avere libero Gramsci, tanto che la moglie dell'intellettuale sardo, Giulia Schucht,“inoltrerà una formale denuncia al Comintern nella quale documenterà le manovre di Togliatti a danno di Gramsci”.

Comunque sia, scriveva Mussolini:“Gramsci è morto di malattia, non di piombo”, come accade a tanti gerarchi comunisti, “che dissentono anche un poco da Stalin e probabilmente sarebbe accaduto anche a Gramsci stesso se fosse andato a Mosca”.

Inoltre, Sangiuliano si occupa dell'egemonia rossa nella cultura italiana, raccontando alcuni particolari, a partire dalla vita di Benedetto Croce, uno dei pochi che ha rifiutato di incensare il fascismo di Mussolini. Diverso fu invece“l'atteggiamento di quei tanti intellettuali che scrissero lettere deferenti al duce e poi sarebbero diventati comunisti”.

Togliatti dopo la svolta di Salerno si dedicò a costruire il “partito nuovo”, per fare questo aveva bisogno di conquistare l'egemonia culturale che doveva assicurare al Pci “il dominio delle idee non solo nella cultura politica ma in tutte le manifestazioni della vita sociale: la scuola, l'arte, il cinema, la letteratura, l'università, i giornali, le case editrici”. Erano “le casematte” da conquistare che aveva teorizzato lo stesso Gramsci. Togliatti, per questo progetto, recluta i nuovi alfieri dell'egemonia culturale “fra i giovani fascisti, fra coloro che si sono alimentati alla cultura gentiliana, agli estetismi del regime, ai miti e alla dottrina del regime”.

Secondo la storica Mirella Serri, si tratta “di una vera e propria 'operazione politica' di recupero dei giovani 'ex'”. Sostanzialmente avviene, “un vero e proprio passaggio dal fascismo militante all'antifascismo militante,, che portò nel Pci neofiti pieni di zelo perchè avevano qualcosa da farsi perdonare”. E' un argomento questo per lungo tempo negato, ma poi la forza dei documenti, fa crollare la “verità” comunista, peraltro lo stesso Giorgio Amendola ammette che questi giovani intellettuali, avevano aderito in massa al fascismo.

Il libro fa i nomi di questi intellettuali a cominciare di Carlo Muscetta e Norberto Bobbio, ma c'è Massimo Caprara e Giorgio Napolitano, i “signurini” con il loro tratto borghese, usciti dal Guf napoletano. Usciti dall'ombra di numerose riviste fasciste, numerosi intellettuali sono destinati ad assumere un ruolo di rilievo nel dopoguerra: Corrado Alvaro, Giulio Carlo Argan, Renato Guttuso, salvatore Quasimodo, Giorgio Spini Dario Fò ed altri. Nessuno di questi si è scagliato contro le ignobili leggi razziali. Bobbio, futuro senatore a vita della Repubblica, in una intervista al giornalista Pietrangelo Buttafuoco, novantenne riconoscerà: “Ero immerso nella doppiezza, perchè era comodo fare così. Fare il fascista tra i fascisti e l'antifascismo con gli antifascisti”.

Poi Sangiuliano affronta la querelle sulla revisione storica della cosiddetta resistenza comunista. Nata soprattutto dopo la pubblicazione dei diversi libri di Giampaolo Pansa, e quelli del professore Renzo De Felice, che hanno spazzato via tutte le bugie comuniste intorno al resistenza.

Sangiuliano ripercorre tanti altri fatti, come l'attentato a Togliati, e qui l'Italia era sull'orlo della guerra civile, poi arrivò Gino Bartali con la vittoria al Tour e mise tutto a posto. Naturalmente non posso evidenziare tutti i fatti politici affrontatti dal libro, per forza maggiore bisogna scegliere.

Un momento particolare fu l'anno 1956, quello della rivolta popolare in Ungheria. I ragazzi di Buda e Pest scendono nelle strade e il 23 ottobre sotto il monumento a Petofi, fanno la rivoluzione, ma dura poco, il 4 novembre 4.000 carri armati sovietici schiacciano e reprimono la resistenza degli studenti e operai ungheresi. Imre Nagy e altri membri del suo governo verranno impiccati dopo un processo farsa. Il Pci italiano si lacera di fronte ai fatti ungheresi, ci sono quelli che vogliono aprire una discussione, ma i dirigenti comunisti la stroncano sul nascere, si urla: “viva i carri armati sovietici”. Ma nonostante la stroncatura, nasce “il manifesto dei 101”, e subito si dà la caccia agli eretici. In pratica per i firmatari ha inizio un vero e proprio processo stalinista interno. Tra il '55 e il '57, il Pci perde quattrocentomila iscritti e tra essi importanti intellettuali come Italo Calvino ed Elio Vittorini. Vi risparmio a questo punto le dichiarazioni del nostro capo dello stato Napolitano a proposito dei fatti ungheresi.

La prima parte curata da Sangiuliano si conclude con la descrizione del sessantotto italiano che durerà ben dieci e lunghi anni. Si ripercorrono i fatti intorno alle università di Trento, di Milano, i tanti autunni caldi, che porteranno alle violenze e all'odio diffuso soprattutto tra i giovani.

Mentre nella seconda parte Vittorio Feltri, affronta la storia dal 1960 ad oggi. E visto che tra qualche giorno ricorre l'anniversario della strage di piazza Fontana a Milano, ritengo interessante commentare il V capitolo, dal titolo:“conformismo intellettuale: il caso Calabresi”. Qui Feltri, racconta una delle più brutte pagine della storia politica italiana, l'uccisione del povero commissario Luigi Calabresi. Tutto parte dal 12 dicembre 1969, l'eccidio di piazza Fontana. All'indomani dei fermi di Valpreda e Pinelli, si crea immediatamente un esercito di innocentisti, capace di creare proseliti e creare una mentalità contro cui scagliarsi. Alla fine si crea un capro espiatorio per attribuire tutti i mali del mondo, lo si trova nel commissario Calabresi, a cui è stata affidata l'inchiesta sulla strage. Durante l'interrogazione l'anarchico Pinelli cade dalla finestra dell'ufficio del commissario Calabresi, apriti cielo, tutto l'esercito di sinistra non fa altro che accusare il commissario di omicidio.“Scoppia il finimondo”, scrive Feltri, “Pinelli diventa il caso di un uomo assassinato dalla polizia”. Naturalmente “si passa in fretta al teorema classico della polizia fascista che sta dalla parte del potere conservatore”.

Un esercito, guidato da “Lotta Continua”, sostenuto dai mezzi di informazione assai influenti e agguerriti, come il settimanale “L'Espresso” e “Panorama”, i quotidiani “L'Unità” e “Paese Sera”. Praticamente il commissario Calabresi dopo la morte di Pinelli,“smette di vivere”. Contro di lui la sinistra,“partorisce feroci e violentissime campagne di stampa e di odio”. A queste campagne si accodano soprattutto gli intellettuali: Calabresi, diventa il demonio da linciare pubblicamente.“Si arriva al punto che dagli intellettuali viene fuori un appello, uno dei tanti. Ma questo, pubblicato dall'”Espresso” nel giugno 1971, diventa una specie di condanna a morte per Calabresi, perché nell'appello si accusa esplicitamente il commissario di aver ammazzato Pinelli, e si sostiene che per questo Calabresi va allontanato, professionalmente eliminato”.

Dal linciaggio si passa direttamente all'omicidio che avviene nel maggio 1972. Nella lista dei firmatari ci sono tutti, tra i 757 ci sono giornalisti, scrittori, registi, politici etc. I loro nomi si possono trovare tranquillamente su tutti i libri e giornali. E' evidente che questi signori hanno sottoscritto la condanna del commissario, alcuni di loro hanno ammesso, scrive Feltri,“l'esistenza di un rapporto di causalità tra l'appello sottoscritto dall'”Espresso” e l'omicidio”. Almeno in due hanno fatto mea culpa, Paolo Mieli e l'ex ministro Carlo Ripa di Meana.

Il conformismo culturale “è una diffusa malattia italiana, una paranoia radicata, continuamente nobilitata dai mezzi di comunicazione, in cui anche la letteratura e cinema si buttano a capofitto”. Ma forse non è una malattia solo italiana, abbiamo visto recentemente con le elezioni presidenziali americane, come i mezzi di informazione hanno dipinto il candidato Trump.

Questo conformismo culturale pieno di odio, ha colpito Calabresi, ha colpito il presidente Giovanni Leone, in seguito ha colpito Bettino Craxi, accade la stessa cosa con Enzo Tortora, poi ha colpito Berlusconi e chissà quanti altri ancora.

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