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Martedì, 13 Novembre 2018

Dopo “Maledetta guerra”, Lorenzo Del Boca insiste nel raccontare la vera storia della“Grande guerra”, (1a guerra mondiale) definita da Papa Benedetto XV una inutile strage. L'anno scorso per la casa editrice Piemme, viene pubblicato, “Il Sangue dei Terroni”, in questo agile testo di 203 pagine e 6 pagine di note, l'autore cerca di sostenere poche tesi: l'assoluta maggioranza delle vittime era gente del Sud. Un'intera generazione spazzata via. Questi caduti, dei veri e propri “militi ignari”, erano contadini poveri, braccianti, piccoli artigiani, quasi per metà analfabeti, giovani di vent'anni che furono strappati alle loro famiglie e alla loro terra e mandati a morire in lande remote, tra montagne da incubo e pianure riarse. Inoltre sono morti e si sono sacrificati per interessi loschi ed oscuri di certe élite economiche che badavano solo al proprio tornaconto di una nuova classe politica che li trattava con ferocia e disprezzo.

E facendo riferimento alle alture del Carso, dove“non c'è sasso senza storia”, scrive Del Boca:“Quei ragazzi, dalle loro campagne, si trovarono catapultati in una distesa di sassi che sembrava impossibile fosse un obiettivo di conquista. Ma chi poteva volerla quella terra, dove non era nemmeno possibile seminare?”. Sul Carso furono divorati interi reggimenti, l'esercito italiano subì un'autentica carneficina che si portò via 150.000 ragazzi.

Erano giovani che ben presto“diventarono carne da cannone, numeri da inserire nelle statistiche dello Stato Maggiore, bandierine che i generali spostavano sulle mappe con noncuranza”. A migliaia finirono nelle trincee, a passare anche mesi nel fango e nel gelo, sotto la pioggia e le bombe. Furono costretti da ufficiali balordi e spesso criminali a combattere “contro un nemico che non conoscevano e che non avevano motivo di odiare”.

Del Boca biasima le celebrazioni, le ricorrenze della Prima Guerra Mondiale che ogni anno“si celebrano con enfasi insensata”. Una guerra che nessuno voleva, o meglio, soltanto una piccola minoranza aveva interesse di farla. Erano i soliti intellettuali che “schiamazzavano per le piazze d'Italia chiedendo a gran voce una prova di forza. Volevano il 'bagno' nel sangue - scrive Del Boca - per garantire alle prossime generazioni un futuro eroico”. Mentre la povera gente protestava come le donne di Collesano, di Alcamo, di Sciacca, Paternò, Bagheria, Piana degli Albanesi e tanti altri centri della Sicilia.In prima fila, madri, mogli e sorelle, che non accettavano di vedere i loro uomini partire per il fronte, con una buona probabilità di non vederli più fare ritorno”. Fu un vero e proprio movimento organizzato, che non si può liquidare come un fenomeno sporadico e isolato. A volte queste donne nelle loro manifestazioni ricorrevano anche alle statue del santo patrono, marciando con le camicie bianche. Accadde a Caltagirone, a Montalbano Elicona, a Catania.“Eppure – scrive del Boca – la storia ha concesso loro ben poca attenzione, al punto che, esclusi gli 'addetti ai lavori', la maggior parte del pubblico non ne è a conoscenza”.

Le autorità fermarono la protesta anche con le maniere dure, utilizzarono processi e denunce, alcune donne finirono in prigione come Maria Segreto a Ribera o Maria Ponticello a Campobello di Licata. Ma soprattutto, le autorità,“si assicurarono che delle manifestazioni non rimanesse traccia sui giornali, per evitare un contagio per emulazione”.

Il testo evidenzia come la censura messa in atto dalle autorità“si sforzò in tutti i modi di minimizzare i danni che i combattimenti stavano provocando”. Ci pensarono i quotidiani, in particolare, la“Domenica del Corriere”, con le illustrazioni oleografiche degli atti di eroismo di Achille Beltrami.

Nel 2° capitolo Del Boca, racconta il momento dell'addio, dei tanti giovani contadini, che quasi certamente andavano incontro alla morte, ecco perché le donne protestavano. E' naturale che la partenza per il fronte assumeva i lineamenti di una disgrazia irrimediabile. Anche se l'iconografia ufficiale, ha voluto rappresentare “le tradotte dei treni che lasciavano le stazioni inseguite dallo sventolare delle bandiere, dalle musiche di marce militari, dai sorrisi inorgogliti dei parenti e dai fiori lanciati sulle carrozze”. Peraltro secondo Del Boca tutte scene organizzata ad arte. Certamente chi andava in prima linea non era per niente allegro, spesso si abbandonava al pessimismo e alla tristezza. Non solo gli italiani, ma anche chi stava dall'altra parte. Sicuramente,“Per la gente del popolo, la guerra rappresentava uno spreco di risorse, di tempo e di energia”. Del Boca incalza, sul tema: “il semplicismo degli ignoranti non ammetteva disquisizioni e teorie. La patria era una concezione estranea. Trento e Trieste creazioni mitiche che non riuscivano a commuoverli”, e l'Austria, non era la terra dei tiranni, ma dove si parlava l'austriaco.

Una cosa è certa:“La macchina della guerra avrebbe ingoiato centinaia di soldati, ammonticchiandoli uno sull'altro senza distinzioni di schieramenti, età, gerarchie e convinzioni. Italiani sopra austriaci e poi sopra ancora ungheresi, dalmati, altri italiani, croati, ancora italiani”. Poi c'erano le trincee, che secondo il giornalista britannico, Robert Kee, “furono i campi di concentramento della Prima guerra mondiale”. Anche se per qualcuno poteva essere una tesi “antistorica”, il giornalista non ritrattò mai la sua tesi. “Quelle lunghe file di giovani infagottati, in divise sempre più sgualcite, gravati da fardelli che pesavano sulle spalle, con un numero al collo e avviati verso lo sterminio che li attendeva oltre i reticolati cosa rappresentavano se non un'anticipazione di Auschwitz o di Buchenwald?” Emanuele Di Stefano, un ufficiale di Ragusa, descrive il luogo:“un caos di tavole, pali e lamiere sosteneva la copertura che era di terra. Si respirava un'aria metifica. Da una feritoia filtrava una luce fioca”,. “Non immaginerai mai in che cosa consista la guardia in trincea, - scrive in una lettera a un amico Costanzo Premuti - la vigilanza allo scoperto, l'agguato teso per lunghe ore, con i piedi nel fango e i gomiti appoggiati a una sporgenza di neve”. Del Boca prova a dare alcuni riferimenti statistici sui morti che l'Italia ha dovuto subire, ufficialmente 677 mila,“ma mancano i morti in prigionia, che furono almeno 100.000, quelli ricoverati negli ospedali psichiatrici, frettolosamente indicati come 'scemi di guerra'”. Ma poi quanto poteva campare un ferito di guerra, un mutilato? Secondo Del Boca,“la maggior parte dei feriti non sopravvisse oltre il terzo anno di convalescenza”. Pertanto secondo il giornalista, è“meglio dire che la guerra mondiale costò all'Italia un milione e mezzo di vittime.

Nel 4° capitolo l'autore rileva la somiglianza tra la conquista del Sud di cinquant'anni prima e la conquista delle cosiddette terre “irredenti” delle regioni dell'Italia orientale:“Gli 'irredenti': terra di conquista come i 'terroni' cinquant'anni prima”. E' stata la propaganda che ha esaltato la prima guerra mondiale come un “sacro conflitto”, destinato a “liberare” le regioni dell'Italia orientale che erano rimaste sotto “il tallone dello straniero” e “anelavano” la riunificazione alla madrepatria. In realtà, “i soldati che il 24 maggio 1915 attraversarono il confine incontrarono una popolazione indifferente, se non proprio ostile”. Il generale Giovanni Comisso si lamentava con la popolazione:“Così ci trattate che siamo venuti a liberarvi? Ci voltavano le spalle...”. Certo c'erano i filo-italiani, in particolare nella borghesia, ma il resto della popolazione, la maggioranza era indifferente, spesso ostile. “Non c'era niente o nessuno da 'liberare'. Quella era una guerra di conquista, destinata a sottomettere le popolazioni friulane e sud-tirolesi che sarebbero state benissimo dov'erano e autonomamente non avrebbero chiesto di cambiare regime”. E se a parole si predicava “il diritto delle genti”, nei fatti ci si prodigava con la forza e la brutalità a sottometterli. Del resto come hanno fatto con “i genitori e i nonni dei 'terroni', giusto una cinquantina d'anni prima, avevano subito la medesima sorte: erano stati invasi. I figli e i nipoti – per obbedienza agli ordini – si trovarono in prima linea per occupare province che, di per sé, non ne avrebbero voluto sapere di un nuovo governo”. Il Sud è stato conquistato con la violenza e la crudeltà, la stessa cosa per Del Boca avvenne nel Nord-Est, anche se “l'invasione risultò meno appariscente”. Il libro riporta episodi gravissimi di fucilazioni di massa come quello sui cittadini di Villese, ad opera dei soldati in grigio-verde e poi i bottini di guerra come quelli nei villaggi sloveni della Bainsizza.

Naturalmente Del Boca ha letto diversi libri-testimonianza, diverse memorie, dove si raccolgono le “voci” della grande guerra. Interessante la bella testimonianza di Giuseppe Filippetta, che riporta le parole di Maria, una donna italiana che preferisce rimanere sotto gli austriaci da italiana, perché sa che l'Austria li tratta bene economicamente. A proposito delle testimonianze, possiedo 3 grossi volumi, su “I Vescovi Veneti e la Santa Sede nella guerra 1915-1918”, edizioni di Storia e Letteratura (Roma, 1991). Ne ho letto alcune pagine, si tratta di lettere scritte dai vescovi veneti, che hanno visto in prima persona, per 41 mesi una delle più terribili guerre della storia. Naturalmente le lettere hanno una notevole rilevanza storica, perché da nessuna altra fonte sinora conosciuta come quella che qui viene riprodotta si ha modo di comprendere che cosa abbia significato quella guerra per le popolazioni del Veneto. Proverò a presentarli quanto prima, naturalmente quando avrò una maggiore conoscenza dell'intera opera curata da Antonio Scottà.

Anche ne “Il Sangue dei Terroni”, Del Boca fa riferimento alla vergognosa faccenda delle fucilazioni facili, ai cosiddetti “plotoni d'esecuzione” per i nostri soldati che non volevano combattere o che cercavano di sfuggire a morte sicura. Cadorna aveva raccomandato che nel suo esercito doveva regnare sovrana una ferrea disciplina”. Pertanto pretendeva “ordine perfetto e obbedienza assoluta”. Tutto questo bisogna ottenerlo anche a bastonate. “Il generalissimo esigeva giustizia sommaria, implacabile e sfrenata. Torto, ragione, ricerca di verità e, soprattutto, certezza nel diritto furono considerati elementi irrilevanti”. Del Boca cita ancora l'unico libro-documento scritto dal titolo: “Plotone d'esecuzione”, edito da Laterza (2014) firmato dal docente universitario di Storia Moderna Alberto Monticone e dal giornalista Enzo Forcella. Nonostante la bibliografia sulla Prima guerra mondiale abbia prodotto oltre 40.000 titoli, questo tema è stato completamente ignorato dai vari storici.“I tribunali militari furono travolti da una fiumana di pratiche. Durante la Prima guerra mondiale, furono istruiti 40.000 processi per reati commessi da soldati. Alla fine del conflitto, 50.000 risultarono ancora pendenti […] Furono pronunciate 4.000 condanne a morte, 15.345 ergastoli[...]”. Praticamente secondo del Boca, l'esercito italiano ha il record assoluto della repressione, accanto alla procedura “ordinaria”, fece largamente ricorso alle esecuzioni “sommarie”.

“Con ottusa ferocia, i vertici militari e politici addossarono ai soldati la responsabilità dei rovesci e delle mancate vittorie sul campo di battaglia. I poveri fantaccini che tornavano alla trincea perdendo sangue, con la testa rotta e le braccia stroncate, dovevano per giunta essere puniti per non aver sconfitto gli avversari”. Ancora peggio erano considerati quelli che cadevano nelle mani dei nemici. Infatti il ministro degli esteri Sidney Sonnino si rifiutò di ratificare uno scambio di prigionieri fra Italia e Austria. Eppure si trattava di soccorrere 250.000 uomini, molti malati. I nostri governanti si giustificarono che accettando lo scambio favoriva la diserzione generale dei nostri soldati, che non avevano voglia di combattere.

Molti soldati morirono nei campi di concentramento, almeno 100.000 e probabilmente potevano essere salvati. Peraltro questi prigionieri dai vertici militari erano malvisti, considerati dei traditori. “Sembrava persino che quei disgraziati dovessero pagare una pena aggiuntiva per essere rimasti vivi, in quel macello di dolore”.

Lo scrittore inglese Robert Conquest, ha definito il secolo scorso, peraltro dando il titolo ad un suo celebre libro: “Il Novecento, il secolo delle idee assassine”, riferendosi in particolare al comunismo e al nazifascismo. Non ci poteva essere un titolo più appropriato. Leggendo il libro del suo connazionale, Jasper Becker, “La Rivoluzione della fame. Cina 1958-1962: la carestia segreta”, è evidente che i comunisti cinesi, guidati da Mao tze Tung, mettendo in pratica le loro scellerate idee, sono stati degli assassini. Becker nei diciassette capitoli del libro descrive i quattro anni di carestia voluta dai dirigenti maoisti. Si tratta di un atto deliberato di barbarie, che va posto sullo stesso piano dei massacri perpetrati da Hitler e da Stalin. Peraltro è un aspetto della Storia cinese, che ancora non è stato spiegato soprattutto al popolo cinese.

Nel testo quello che colpisce maggiormente è la fame e il cannibalismo, conseguenze nefaste dell'ideologia rossa. Secondo Harry Wu, nei campi di detenzione, che dovevano rieducare attraverso il lavoro i cinesi di “destra”, c'erano tra i trenta e i quaranta milioni di cinesi. I prigionieri politici scontavano condanne più lunghe, erano picchiati più spesso e ricevevano razioni di cibo inferiori rispetto agli altri, soprattutto se non raggiungevano gli obiettivi di lavoro fissati. Il tasso di mortalità in questi campi era incredibilmente elevato. In certi campi sopravviveva uno su dieci. Harry Wu è stato uno dei pochi ad uscirne. Nella sua autobiografia, intitolata, “Venti amari”, ricorda che“quasi ogni giorno c'erano corpi che entravano, vivi, e corpi uscivano morti”, c'erano stanze pieni di cadaveri fino al soffitto.

Becker descrive lo stato di disumanizzazione presente in ogni momento, spesso tra i prigionieri si annidava il sospetto e l'invidia. Individui ad un passo della morte, con quelle poche energie rimaste, si trascinavano fino alla porta delle cucina e rimanevano acquattati in attesa del momento in cui arrivava il cibo. “Erano tutti pronti a rubare”, ricorda Han Weitan, e ogni giorno nei tafferugli morivano da tre a cinque persone. Non c'era bisogno fare violenza, per cadere l'avversario bastava uno spintone e farlo morire.

Nell'undicesimo capitolo Becker, fa una dettagliata anatomia della fame. Il corpo a causa della fame si gonfiava e non tornava più come prima. Addirittura la gente che si conoscevano si tastavano l'un l'altro le gambe per verificare quanto si erano gonfiate. “Dal momento che, ufficialmente, in Cina non esisteva la carestia [...] i medici avevano il divieto di spiegare ai pazienti che stavano morendo fame”. I medici dovevano parlare di malattie immaginarie, ed era proibito certificare un decesso per inedia, non si poteva fare neanche nei campi di prigionia. L'edema, venne semplicemente chiamata “malattia numero due”.

Nelle campagne la gente mangiava anche la paglia dei tetti delle capanne, il cotone dei cappotti o dei materassi, le foglie o i fiori degli alberi, o le piume dei polli e delle anatre. I prigionieri raccontavano di aver masticato scarpe e stivali, cinture, cappotti e qualsiasi oggetto in cuoio”. Il succedaneo più dannoso, era un misto di terra ed erbe, chiamato la “terra di Buddha”. Cibandosi di questo intruglio, si moriva per “occlusione intestinale, rendendo impossibile la digestione o l'evacuazione”. Molti nella disperata ricerca di cibo morivano per aver mangiato bacche, foglie o funghi velenosi. Comunque sia bisognava negare a tutti i costi che esisteva la carestia.

Un'altra caratteristica di questo funesto periodo è stato il cannibalismo, che peraltro secondo Becker era esistito da sempre in Cina. Ci sono prove ben documentate anche ufficiali del Pcc che in tutti i villaggi e contee ci sono stati episodi di cannibalismo. “Non solo i contadini mangiavano la carne dei cadaveri, ma la vendevano, e uccidevano e mangiavano i bambini, tanto i propri che quelli degli altri”.

Becker ricorda che anche in Occidente, il cannibalismo, era un atto tutt'altro che sconosciuto, ci sono casi nei campi di concentramento nazisti e in Ucraina durante l'Holodomor.

Per quanto riguarda la Cina, scrive Beker,“la letteratura cinese abbonda di racconti di cannibalismo praticato per puro piacere”. Era diffuso in tempo di guerra, anche come vendetta. Becker racconta che durante la rivoluzione culturale, nella Cina meridionale, nelle scuole, gli studenti, uccidevano il preside nel cortile della scuola e poi ne cucinavano e mangiavano il corpo per festeggiare il trionfo sui “controrivoluzionari”.

Il testo del giornalista inglese dà conto della profonda differenza della vita della città e della campagna in Cina. Paradossalmente il regime comunista introducendo il passaporto per spostarsi, aveva ridotto buona parte della popolazione cinese a livello di cittadini stranieri nella propria terra.

Nelle città le razioni non erano uguali per tutti. La società urbana era nettamente stratificata e alle persone di condizione elevata erano riservate le razioni abbondanti. Come ai tempi dell'imperatore, a un membro dell'amministrazione statale veniva attribuito un punteggio su una scala da uno a ventiquattro in base al grado di lealtà politica[...] le donne ricevevano in ogni caso razioni inferiori agli uomini”. Altro che uguaglianza, tutto era differenziato. Naturalmente il gruppo sociale più tutelato erano i membri del Pcc. Come in Unione Sovietica, potevano acquistare nei negozi clandestini merci e generi alimentari scarsamente disponibili. Spesso i funzionari più alti vivevano in zone speciali delle città, dotate di mense e negozi separati.

La ricerca del cibo per i poveri cittadini cinesi era fondamentale ci si derubava a vicenda anche nelle stesse famiglie, capitava che i mariti rubassero i buoni pasto delle mogli e viceversa. Per il cibo la gente vendeva di tutto, lo Stato acquistava questi beni che poi peraltro rispuntavano nei negozi di antiquariato di Hong Kong.

In quasi tutte le città la gente staccava la corteccia degli alberi e strappava le foglie, tanto che la polizia era costretta a proteggere gli alberi. Dalle strade delle città scomparvero cani e gatti, la gente ormai andava a caccia di topi, passerotti e scarafaggi. In quasi tutte le città la popolazione era affetta da edema. Naturalmente anche i trasporti subirono una battuta d'arresto. Pertanto al calar del sole le strade delle città erano vuote; dominava un'opprimente e spettrale silenzio.

Nell'ultima parte del libro: “La grande menzogna”, Becker descrive la lotta di potere tra Mao e alcuni esponenti del partito comunista, in particolare con Liu Shaoqi, con Zhou Enlai, Lin Biao, Hua Guofeng. Il loro problema era dire o non dire la verità a Mao, potevano fare la fine dell'eretico Peng Dehuai. Alla fine per risollevarsi si decise di far arrivare il frumento dal Canada e dall'Australia. Mao ha fallito, non ha costruito nulla di nuovo, il grande balzo in avanti si è rivelato un fallimento dalle conseguenze catastrofiche. Alla sua morte, i successori non hanno fatto altro che abbandonare il sistema maoista che era fallito, anche se il cambiamento è stato chiamato riforma. In pratica le riforme di Deng, consistettero “essenzialmente nel riportare i contadini alla condizione preesistente alla rivoluzione comunista, una condizione che perdurava da secoli”.

Quanti cinesi morirono in questi anni? E' la domanda che viene posta nell'ultimo capitolo. Si parte da 30 milioni, fino ad arrivare anche a 80 milioni.

Nel libro il giornalista inglese chiama in causa anche l'Occidente che non ha visto o non ha voluto vedere la barbarie che si stava attuando contro il popolo cinese ad opera del Partito comunista. Becker fa alcuni nomi di giornalisti, di politici occidentali che hanno visitato la Cina in quegli anni. Molti furono contagiati dal furore ideologico della Cina maoista, ricordiamo il mondo accademico, gli studenti universitari, ma anche i governanti africani che tentarono di copiare le teorie agricole di Mao e Stalin.

E' stato un “contagio psichico”, quando ogni comportamento razionale viene meno. “Il potere assoluto conquistato da Mao generò nell'intera collettività la fuga in un mondo illusorio. L'unica cosa che stesse a cuore ai milioni di membri del Pcc era assecondare le fantasie del Grande timoniere”. Secondo Becker, “molti sapevano di mentire e che in realtà il Paese era ridotto alla fame. Lo stesso Mao, al vertice di questa piramide di menzogne, era tutt'altro che inconsapevole. Come racconta al suo medico, Li Zhisui 'Mao sapeva che milioni di contadini stavano morendo. Non gliene importava nulla'”.

Quella di Mao e dei dirigenti comunisti cinesi fu“una crudeltà folle e deliberata che ha pochi eguali nella storia. Dopotutto questi contadini non erano schiavi dominati da una potenza straniera, ma i presunti beneficiari della rivoluzione”. Mao voleva modernizzare la Cina, ma invece la riportò indietro di duemila anni prima dal primo imperatore Qinshihuangdi, il più grande tiranno della storia cinese.

 

Ogni anno in occasione dell'anniversario della “strage di Capaci” che comportò l'uccisione del giudice Giovanni Falcone e della sua scorta, si assiste alle solite ripetitive ritualità, perlopiù monopolizzate dai professionisti dell'antimafia. Nel profluvio dei discorsi nessuno però ricorda tra i tanti commenti che,"tra la fine di maggio e i primi di giugno Falcone sarebbe dovuto venire a Mosca per coordinare le indagini sul trasferimento all’estero dei soldi del Pcus". Notizia riportata dallo stesso Il Corriere della Sera del 27 maggio 1992. E tanto meno questi professionisti dell'antimafia se ne guardano bene dall'accennare al recente documentato libro-inchiesta, “Il viaggio di Falcone a Mosca”, scritto da Francesco Bigazzi e Valentin Stepankov, con i contributi di Carlo Nordio e Maurizio Tortorella, edito da Mondadori nel 2015. Il testo tratta dell'inchiesta internazionale che Giovanni Falcone aveva iniziato a seguire sulle tracce dell'”Oro di Mosca”: rubli e dollari versati segretamente al Pci per un valore di oltre 989 miliardi di lire tra il 1951 e il 1991.

Infatti, pochi giorni dopo Falcone sarebbe dovuto volare a Mosca per incontrare Valentin Stepankov. Questi era stato nominato l’anno prima, a poco più di quarant’anni, procuratore generale della neonata Repubblica russa, e aveva subito cominciato a indagare sui fondi che il Pcus aveva inviato all’estero. Qualche mese prima Stepankov era stato a Roma, dove aveva incontrato Falcone; ne erano nate una stima e un inizio di collaborazione, che appunto avrebbe dovuto proseguire con un viaggio di Falcone a Mosca in giugno. Ma quel viaggio non ci fu, e all’indomani dell’attentato Stepankov “disse che gli attentatori, tra l’altro, avevano raggiunto ‘l’obiettivo di impedire il suo viaggio a Mosca”. Francesco Bigazzi che è autore insieme a Valerio Riva, dell'”Oro da Mosca” (1999), con questa nuova pubblicazione ritorna su quegli avvenimenti, pubblicando una serie di colloqui con Stepankov e stralci delle inchieste che il procuratore svolse sugli autori del fallito golpe del 1991 che condusse alla fine dell’Urss, sulla misteriosa serie di suicidi che ne seguirono e sugli inquietanti risvolti finanziari della vicenda.

Dalle carte emerge in primo luogo come i finanziamenti ai partiti fratelli fossero una parte integrante della politica sovietica, al punto che lo stesso Gorbaciov può tranquillamente dichiarare che “Le modalità e i meccanismi con cui si costituiva il Fondo di assistenza internazionale ai partiti e alle organizzazioni operaie e di sinistra mi sono ignoti. A mio parere, tutto si basava sulle informazioni degli esperti di questioni internazionali”.

Nel libro Stepankov racconta con precisione i fatti che riguardano l'inchiesta sulla trasmissione di denaro del Pcus ai partiti fratelli comunisti, e ai movimenti di sinistra stranieri, che avevano avuto inizio a partire dal 1922.

Stepankov racconta con precisione la sua collaborazione con il giudice Falcone, “Stepankov sarà sempre grato - scrive Bigazzi - al giudice Falcone, come ama chiamarlo, per essere stato il primo, e più convinto, magistrato occidentale deciso a collaborare con gli inquirenti dell'appena nata Federazione Russa”. In poco tempo il livello di fiducia arrivò al punto che per la prima volta nella storia dell'Urss,“la Procura generale osa violare gli archivi più segreti del mondo non solo per trovare materiale utile alle proprie inchieste[...]”, ma anche da“consegnare alla procura di un Paese che, fino al giorno prima, si trovava dall'altra parte della cortina di ferro”. C'era tanto materiale che Stepankov voleva affidare personalmente a Falcone, e che dopo la sua morte consegnò ai magistrati romani. Peraltro lo stesso Stepankov, per tenere vivo il ricordo del giudice Falcone, ha pubblicato, una parte cospicua del materiale raccolto, in due libri:“Il complotto del Cremlino” e “GKCP. 73 ore che hanno cambiato il mondo”. Questo materiale è di grande interesse, ha costituito la base per una corretta interpretazione“della complessa problematica legata all''oro di Mosca'. Un meccanismo intricato, dominato da intrighi e spie, Kgb e Pcus”, che Stepankov e i suoi colleghi riescono a sbrogliare. “Si può dire, senza esagerare, che il giudice Falcone lo abbia aiutato a guardare con occhi diversi una questione che in Russia nessuno aveva mai osato affrontare”.

Del resto Bigazzi sottolinea come in nessun altro Paese al mondo era esistito un Partito comunista come quello dell'Urss.“Il Pcus era una struttura sovrastatale, viveva secondo le proprie leggi e non era sottoposto a nessun controllo dall'esterno, inoltre questa sua posizione eccezionale era ribadita nella Costituzione”. Era una condizione eccezionale e privilegiata, mai vista prima, e proprio per questo risiedono le cause di tutte le difficoltà dell'inchiesta. Naturalmente i capi e i funzionari del Pcus, non si piegano al pentimento o alle confessioni, anzi spesso negano di aver versato soldi del partito ai partiti fratelli.

Bigazzi ci tiene a precisare che “una delle caratteristiche più paradossali del Partito comunista sovietico era la sua irriducibile tendenza all'illegalità. Infatti, “Pur essendo 'dirigente e direttivo', detenendo ogni immaginabile e inimmaginabile diritto, il partito preferiva sbrigare i propri affari in gran segreto, e durante tutto il lungo periodo in cui governò incontrastato non uscì sostanzialmente mai allo scoperto. Peraltro, “Le diciture SEGRETO e SEGRETISSIMO precedevano la maggior parte della documentazione di partito”.

Naturalmente anche le finanze erano rigorosamente coperte dal segreto, soprattutto quelle riguardanti il conto n.1 della Vnesheconombank. Nella sezione internazionale del Comitato centrale del Pcus, erano pochi dipendenti a conoscere il conto secretato e quasi tutti i documenti che lo riguardavano erano scritti a mano, le dattilografe non potevano essere ammesse a segreti tanto importanti. E quelli che hanno ricevuto negli ultimi dieci anni un consistente aiuto materiale da parte del Fondo sono stati i partiti comunisti di Francia, Stati Uniti, Italia, Finlandia, Portogallo, Cile e Israele, mentre in quantità minore sono stati finanziati più di novanta partiti in tutti i continenti. “Mandate qualcuno a prendere il tabacco”, i sovietici, lo chiamavano così, con un linguaggio convenuto, il denaro per i partiti comunisti stranieri. Una somma complessiva affluita nelle casse dei partiti di oltre 200 milioni di dollari Usa.

Dopo la morte di Falcone, Valentin Stepankov consegnò ai giudici romani il dossier che riguardava tutte le malefatte dei dirigenti del Pcus e dell'Urss: Un quadro completo che interessa tutti i partiti comunisti del mondo. Una parte riguarda anche il Pci.

Secondo Bigazzi il Pci è senza dubbio il partito comunista occidentale che ha maggiormente beneficiato dell'”assistenza fraterna” del Pcus. “Eppure questi finanziamenti, che potremmo definire 'effettuati alla luce del sole', sono di gran lunga inferiori a quelli che il partito comunista italiano, tramite numerose società di comodo, per non parlare delle cooperative rosse, è riuscito a intascare attraverso operazioni ritenute illegali dagli inquirenti russi”. Nel libro vengono pubblicati documenti che spiegano con estrema chiarezza i meccanismi usati dai dirigenti comunisti italiani per alcune di queste operazioni.

A preoccupare sia Stepankov che Falcone era quell'”economia invisibile”, che avevano creato i vertici finanziari del Pcus, prima di implodere. Risulta chiaramente come alla vigilia della dissoluzione dell’Urss il flusso di denaro all’estero diventi un modo per costruire una via di scampo dai cambiamenti che si profilano. Occorre, recita infatti una nota del Comitato centrale del Pcus del 23 agosto 1990, classificata come “SEGRETISSIMO”, “preparare proposte circa la creazione di strutture economiche nuove, ‘intermediarie’ (fondazioni, associazioni, ecc.), che con un minimo di legami ‘visibili’ con il Comitato centrale del Pcus possano diventare centri di formazione di un’economia del partito ‘invisibile’”. Che cosa c’entra tutto questo con Falcone? Bigazzi lo dice con le parole di un articolo pubblicato il 5 giugno del 1992 nientemeno che da Repubblica: “I rubli che lasciavano l’Urss arrivavano anche alle cosche siciliane. Ecco perché, dicono, se ne interessava anche Falcone”. Ed ecco perché – stavolta è Giulio Andreotti intervistato da Bruno Vespa – “l’attentato a Falcone fu organizzato in modo così spettacolare che, né prima né dopo, la mafia da sola fece niente di simile”.

Il testo racconta dei 1746 suicidi eccellenti dei vertici dell'ex Pcus, registrate in soli 3 mesi.“La grande maggioranza dei suicidi riguarda personaggi che avevano avuto a che fare, ricoprendo talora posizioni di grandissimo rilievo, con quelle immense ricchezze del partito di cui si sono perse le tracce e che forse nessuno è mai riuscito davvero a quantificare”. Al primo posto ci sono gli ultimi due tesorieri del Pcus, Nikolaj Krucina e Georgij Pavlov, entrambi si gettarono nel vuoto dalla finestra di casa. A questo proposito è interessante la “Nota” con misure urgenti di Krucina, redatta a dieci mesi dalla caduta del Muro di Berlino. Come organizzare le attività commerciali del partito all'interno e all'estero. Società miste, concepite per far fuggire capitali dalla Russia e farli scomparire oltreconfine, le famose Joint-venture.“Una vera e propria bibbia dei fondi neri”.

In appendice al libro si trovano due contributi, uno del vicedirettore di Panorama, Maurizio Tortorella e l'altro di Carlo Nordio, procuratore aggiunto di Venezia. Il primo si sofferma sulla montagna di denaro spedita in quarant'anni al Pci fino al suo scioglimento. Si tratta di quasi 1000 miliardi di lire. L'Italia era una destinazione privilegiata del fondo del Pcus, pesava per il 55 per cento dei versamenti. Certo molti hanno negato di questi finanziamenti, ma Martelli, l'ex Guardasigilli in un convegno romano di presentazione del libro “Oro da Mosca”, conferma che Falcone era coinvolto nell'indagine tra Italia e Russia e peraltro secondo il quotidiano russo, “Novye Izvestia”, Falcone era stato invitato a coordinare le indagine dal presidente Francesco Cossiga in persona.

Il 6 giugno sul “Corriere della Sera”, si racconta che perfino le campagne dei comunisti italiani per i referendum sull'aborto e sul divorzio furono pagate dai sovietici.

Carlo Nordio nel suo contributo si occupa della cosiddetta “questione morale”, della cosiddetta “superiorità morale” del Pci, sopravvissuto a Tangentopoli. Secondo Nordio “i democristiani avrebbero avuto molti argomenti per rispedire al mittente le bizzarre argomentazioni della questione morale”, magari “per zittire i moralismi berlingueriani” .Gli ineffabili eredi di De Gasperi secondo Nordio, erano terrorizzati dalla scoperta di analoghi finanziamenti americani.

Concludo con una mia riflessione personale: la fine di Giovanni Falcone, per certi versi mi ricorda quella di Ippolito Nievo, il tesoriere dei garibaldini, che possedeva tutti i registri, i libri-paga della cosiddetta “Spedizione dei Mille” in Sicilia. Nievo era depositario nonché conoscente di numerosi fatti scomodi e segreti di cui era meglio non sapere. Quelle carte compromettenti per qualcuno non dovevano arrivare a Torino e all'estero. E' chiaro che nelle carte emergeva tra tanto altro, il coinvolgimento della spedizione garibaldina del governo Cavour e soprattutto dell'Inghilterra. Pertanto Nievo richiamato dal generale Acerbi, urgentemente a Torino, si imbarcò a Palermo sul piroscafo “Ercole”, che stranamente naufragò nelle acque di fronte alla Calabria. Certo la Storia non si ripete mai identica, ma talvolta qualche analogia si riscontra.

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