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Mercoledì, 08 Luglio 2020

E’ palermitano uno dei pianisti citato al Parlamento inglese, durante il discorso di Lord Lipsey, membro della camera dei Lord del parlamento, in merito al valore di studenti internazionali in Inghilterra. Durante l'intervento Lipsey ha citato alcuni nomi di storie di successo di studenti residenti in Inghilterra provenienti da altri paesi. Tra questi il caso di Giulio Potenza facendo riferimento  al concerto dato per la BBC Radio 3 del 21 Giugno 2016 .Lord Lipsey ha esortato il governo a prendere in considerazione gli effetti finanziari e culturali di un potenziale calo della studenti internazionali con la brexit. Potenza era già salito alla ribalta lo scorso anno quando - in occasione del ‘Martha Argerich project’ di Lugano, festival di fama internazionale che si terrà nel Canton Ticino - era stato definito da Martha Argerich in persona “pianista dal grande talento e dalla grande bellezza espressiva”. 

Ecco il discorso tradotto di Lord Lipsey: "Signori, io  sono presidente del Trinity Laban Conservatoire di musica e danza, che è uno dei quattro grandi conservatori a Londra. Forse il momento più orgoglioso del mio mandato è stato a Giugno, quando BBC Radio 3 ha trasmesso in diretta tre dei nostri migliori pianisti da St John di Smith Square. Nobili, signori dovrebbero notare i nomi perché li risentirete sicuramente in futuro: Giulio Potenza, Gen Li e Jenna Sung. Essi dovrebbero anche notare che questi  non sono nomi inglesi.  Giulio viene dall’Italia. Gen dalla Cina e dalla Corea del Sud Jenna."

A poco più di anno dalla vittoria del Premio Venezia, il talentuoso Alberto Ferro è tornato il 7 e l’8 gennaio a esibirsi nella città di san Marco. Il giovane pianista di Gela ha regalato al pubblico del teatro Malibran una convincente interpretazione dei Canti della Stagione Alta, il troppo raramente eseguito Concerto per pianoforte e orchestra composto nel 1930 da Ildebrando Pizzetti (1880-1968). Dal podio, l’estone Risto Joost ha diretto l’Orchestra del Teatro La Fenice.

La Stagione Sinfonica 2016/2017 del Teatro la Fenice – della quale i concerti sopra citati costituivano il sesto appuntamento – ha un filo conduttore dichiarato: riannodare il panorama musicale italiano più recente a quel Novecento strumentale pre-bellico i cui protagonisti hanno, per ragioni anagrafiche, obbligatoriamente percorso parte della propria parabola artistica negli anni del fascismo. Nel cartellone, infatti, sono state inserite – in ordine di esecuzione – opere di Giovanni Salviucci (1907-1937); Gian Francesco Malipiero (1882-1973); Goffredo Petrassi (1904-2003); Pizzetti; Camillo Togni (1922-1993); Alfredo Casella (1883-1947); Nino Rota (1911-1979); Gino Marinuzzi (1882-1945).

Secondo l’opinione di Giuseppe Pennisi, su molti autori di questo «primo» Novecento italiano – giudicati in blocco, e spesso a torto, compromessi con il regime di Mussolini – ha gravato per decenni una damnatio memoriae che li ha, di fatto, esclusi dai teatri d’opera e dalle sale da concerto. Solo di recente – grazie, per esempio, alle esecuzioni del maestro Francesco La Vecchia e della sua Orchestra Sinfonica di Roma – tale coltre d’oblio si sta felicemente diradando.

Tra i più danneggiati da questa sorta di conformismo culturale – soprattutto in rapporto alla loro qualità di compositori – campeggiano Casella e Pizzetti, quest’ultimo nominato nel 1939 membro della Reale Accademia d’Italia, come peraltro era accaduto in precedenza a Umberto Giordano, Pietro Mascagni, don Lorenzo Perosi e Ottorino Respighi. L’istituzione era nata nel 1929 per «promuovere e coordinare il movimento intellettuale italiano nel campo delle scienze, delle lettere e delle arti, di conservare puro il carattere nazionale, secondo il genio e le tradizioni della stirpe e di favorirne l'espansione e l'influsso oltre i confini dello Stato».

A innescare un ritorno di attenzione verso il Pizzetti operista è stato, con ogni probabilità, l’allestimento avvenuto nel 2009 presso il Teatro alla Scala di Milano di Assassinio nella cattedrale, l’opera tratta dalla pièce omonima di Thomas Stearns Eliot (1888-1965).

Ci auguriamo che questa performance di Alberto Ferro riesca ad attivare un analogo processo virtuoso per il meritevole Concerto per pianoforte pizzettiano. Il Concerto, va detto, è di suo accattivante: è caratterizzato da uno spiccato lirismo – si tratta di Canti, appunto ed è impreziosito da inflessioni modali e climax commoventi.

Presente in sala la sera del 7, ho apprezzato del solista il nitore della tecnica e il calore dell’interpretazione, nonché il controllo del volumi sonori. Credo siano le stesse qualità, accanto alla compostezza della postura, apprezzate dal pubblico di Bruxelles quando, in occasione delle finali della Queen Elisabeth Competition 2015, Alberto Ferro si è cimentato nel Concerto no. 1 di Sergei Rachmaninoff (1883-1943) – la mirabile esecuzione è su youtubeguadagnandosi una standing ovation.

L’empatia con la composizione pizzettiana si è in particolare palesata quando, verso la fine del primo movimento, il pianista siciliano ha suonato una propria cadenza, invero molto solare, composta per l’occasione.

Quanto all’orchestra, l’esecuzione dei Canti – che, fuor di battuta, richiede strumentisti non mediocri – deve averla probabilmente stremata. Nonostante l’impegno e l’entusiasmo profusi dal direttore, la resa della Quinta Sinfonia di Jean Sibelius (1865-1957) proposta nel secondo tempo della serata non è stata brillante. Si è avuta quasi l’impressione che gli orchestrali suonassero controvoglia e non apprezzassero la partitura. Una qualche unità d’intenti si è ritrovata solo nel finale, quello con il celebre «tema dei cigni» che, in una Venezia dalla temperatura sottozero, hanno sì spiccato il volo, ma con le ali alquanto intirizzite.

L’associazione culturale Geophonìe ha pubblicato un volume documentaristico di Giuseppe Basile e Marcello Nitti sul musicista britannico Adrian Borland, tragicamente scomparso nel 1999, realizzato in collaborazione con il padre, Robert Borland. La presentazione ufficiale si è svolta recentemente a Taranto,  presso il Nautilus Caffè.

Giuseppe Basile e Marcello Nitti, documentaristi pugliesi, sono gli autori di questo nuovo saggio di critica musicale che ricostruisce l’intera storia di The Sound e di Adrian Borland valorizzando il patrimonio completo delle liriche da lui composte dall’esordio nel 1980 sino al ‘99 (ISBN 9788890306327, Euro 32,00). Il volume, in lingua italiana, composto di 240 pagine a colori, contiene 138 brani in lingua originale con annessa traduzione italiana, 270 immagini (molte delle quali inedite), interviste esclusive e documentazioni di critica musicale internazionale, recensioni, articoli di stampa europea e commenti raccolti nel corso della carriera del gruppo musicale  e di quella individuale di Adrian.

Disco per disco, da “Jeopardy” del 1980, sino ad “Harmony & Destruction” del 1999, il volume documenta e approfondisce i contenuti “letterari” dell’opera di Borland, che con la sua particolare scrittura riflessiva, unica nel panorama del punk-new wave degli anni ‘80 e successivi, ha conferito dignità ad un genere musicale che per i contenuti testuali è sempre rimasto poco conosciuto e studiato. Il libro offre un importante contributo alla riscoperta dell’arte compositiva di Adrian Borland ed è la storia di una grande vittoria, giunta a distanza. Il valore artistico di queste liriche, infatti, anche se ormai riconosciuto, non era ancora stato adeguatamente divulgato, circostanza che ha indotto Basile e Nitti a realizzare questa preziosa pubblicazione che fa seguito al noto libro del 2007 “80 New Sound New Wave. Vita, Musica ed Eventi nella Provincia italiana degli anni ‘80” (Geophonìe, 9788890306303 ISBN), con cui gli autori esordirono. “E’ di gran pregio il percorso artistico compiuto da Adrian Borland”, dice il gruppo operativo dell’Associazione Culturale, “svelarne e divulgarne l’opera attraverso la lettura delle sue liriche costituisce un’importante iniziativa culturale che andrà a colmare una lacuna editoriale del giornalismo musicale di questi anni”.

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