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Arie da mille e una notte nel Centro Storico bruzio.
Si è nel loft protoindustriale adattato a teatrino e chiamato Officina delle Arti.
Introduzione afro, con Josephine, come la Baker, che intona un canto nigeriano di benvenuto. Quindi, direttamente dall’Egitto, movenze, inedite, della danza del ventre, base musicale con influssi etnopop, curate e “importate” da quell’esperta cultrice e danzatrice che è Barbara Carbone.
Accompagnata da sette e più sue allieve la maestra di questa antica espressione d’arte coreutica ha dato prova di saper trasferire nel sud della penisola un mondo fatto di stile, grazia, armonia spiegandone anche l’intrinseco significato; che è quello di un’arte foriera dell’unione di più culture, quella araba ed africana che, profuse con la nostra, italiana, diventano solo ed unicamente mediterranee.
L’alchimia si ripete ed offre l’immagine di una donna che, in quei paesi, trova proprio nell’espressione della danza un modo di affermazione della propria identità ed abilità.
Una cultura “altra”? Forse perché sa offrirsi agli occhi dello spettatore con una spontaneità ed un’apertura oggi a noi sconosciute.
E’ così che, in una vera antica officina, idea nata da Eduardo Tarsia, le arti, quelle etniche, si alternano in una serata magica dove i suoni, i colori, diventano protagonisti di un segnale di fratellanza, serenità, pace.
In una società in cui affiorano odi tra etnie solo l’arte, la cultura possono contribuire all’eliminazione delle differenze, quelle che nascono proprio dalla non conoscenza altrui.

Amedeo Furfaro

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