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Domenica, 05 Luglio 2020

Disco d'esordio per Pierluigi Grottola, di Catanzaro, in arte Apo, per il momento on line. Se fosse accentato, come in greco antico, apò sarebbe il prefisso che indica lungi, da parte, insomma contiene un'idea di separazione. Ma da cosa, ammesso che sia cosí? Forse dalla falsa espressivitá? Non certo dal passato. Nè dal futuro. Perchè tutto è filtrato dal suo presente. Meglio parlarne direttamente col poeta-musicista o musicista-poeta che dir si voglia per intendere, al di lá del significato dello pseudonimo, quali siano i contenuti dell'album a suo nome e, attraverso questi, della sua proposta artistica. Una proposta per certi versi no-age, senza etá, od anche anti-age, e cioè contro una datazione, un senza-tempo nel tempo, fuori dagli schemi, capace di coniugare menestrellare ed elettronica, barocchismi e progressive, medievalismi e minimalismi alla David Sylvian.
Allora, perchè mai Apo?
Ė un significato che ancora non vorrei rivelare. Ma sul sito si può decodificare.

Un cd di 7 brani, per il momento sul tuo sito, www.apomuzik.com, e un video del brano Stronza. Si tratta del risultato di una ricerca svolta su più fronti...
Per quanto riguarda il video è a fumetti, con didascalie da film muto, ha cambi d'immagine non sul battere, giochi di ritardo sincopati tipo jazz. Immagine e musica vi si rimodellano di continuo. Lo si vede anche dal libretto in cui la grafica si pone al confine con la fotografia.

Ma andiamo al disco, alla tua poetica. Se prendiamo a caso i testi del brano Ti porterò lí mi pare si evidenzi una liricitá che guarda ai sentimenti personali, alle relazioni individuali non avulse dal contesto Quali sono state in proposito le letture che ti hanno influenzato?
Rimbaud, Baudelaire, insomma i poeti maledetti, eppoi Majakovski, Cecco Angiolieri... In realtá sono varie le tematiche che si intrecciano. Ho un'anima politica, e anche in brani come Iridescenze ci sono elementi politici e sociali che comunque emergono in modo più o meno esplicito.
L'ironia e la dissacrazione verso il potere esiste anche nella lotta fra sogno e realtá di una societá che impone dei ruoli precisi. 

A proposito di Iridescenze, il cuore autobiografico del verso, che pare risiedere nel rapporto duale con una donna, i suoi occhi, deve fare i conti con una scelta critica verso la societá contemporanea sí da "sottrarre il viso allo sguardo del mondo" .
Io guardo indietro anche perchè ho un rapporto molto difficile con l'oggi. Il brano in questione è comunque quello in cui la poesia la fa da padrona. La poesia la vedo come Valery, un suono in cerca di senso.

Molto poetica è anche Sotto coperta , densa di immagini di mare, di colori nelle descrizioni e di allusioni e metafore. Io ci vedo l'anticamera del film Moby Dick del '56 visto che tu stesso inviti al gioco di pensare liberamente a un qualcosa di rimando. Ma questa tua prospezione letteraria diciamo vintage riguarda anche la tua musica?
Si. I grandi musicisti, autori e interpreti che ci hanno preceduto cosi come i grandi poeti fanno parte del mio bagaglio espressivo.

E c'è anche un tuo modus molto esteso, oltre che compositivo, nella strumentazione usata per fare musica? Negli arrangiamenti?
Certo. Per esempio in Sotto coperta ci sono piano e strumenti classici ma c'è anche l'intervento di una ciaramella. L'armonizzazione è di taglio jazz, ed utilizzo delle chitarre modificate. Mentre in Kupargeltmatmonitinkentain, che è un gramelot in stile Dario Fo, un finto tedesco, mi ispiro alla cultura ebraica, ma ho pensato all'inizio di Money dei Pink Floyd nel mettere all'inizio suoni reali.

La delicata Amore in fiore è un brano da Stil Novo.
E' una ballata deandreaiana in cui si parla di tre donne, Margherita Rosa e Iris, e di un ragazzo alle prime armi, molto orecchiabile.

Nel brano Stronza ti ispiri a Buscaglione ma soprattutto a Paolo Conte.
Anche Conte ha un lato politico, nella sua ricerca di Altrove, al di lá delle apparenze di modi aristocratici. Rifiuta le convenzioni, il suo amore non è borghese. Il viaggio che lui compie è verso luoghi altri. Il sogno ė per lui anticamera di una diversa realtá che si vuol costruire. 

La fune nel pozzo è un brano per certi versi alchemico.
Si fonda su tre parole-ritornello: Malinconia che è lo stato d'animo saturnino, tipico degli artisti; Follia, per gli altri saresti un farneticante a meno che non coltivi le tue idee per ricavarne un risultato una utilitá come chi ha inventato la penicillina, solo allora la follia diventa un salmo di beatificazione, solo se crei un nuovo standard che la imponga nella normalitá; Allegria, quella che ti libera della feccia, dell'aria pesante che ti circonda, che ti lascia addosso la parte leggera,e ciò avviene mentre più strumenti ruotano attorno producendo suoni sintetizzati. 

I testi hanno una loro autonomia, rispetto alla musica che si caratterizza per un accompagnamento d'impasto coeso, il cui tono è in genere di una classicitá che coesiste e convive con un linguaggio più moderno.
Ritengo che se da una parte i testi debbono avere una propria dignitá, l'arrangiamento deve dall'altra esser in grado di veicolare il significato delle parole, per completarle

Il disco è in copyleft?
Si, con Soundreef, l'ho fatto perchè concede alcune libertá, come citare, prelevare versi liberamente, per una diffusione più libera dei contenuti.

Cosa ti aspetti da questa produzione?
R. Anzitutto attenzione, e poter farne una scelta di vita. Per i live ci vorrá dopo l'estate.

Come ormai molti ormai sanno, a Barletta, nell'area dell'Ex Distilleria, sta per sorgere uno dei progetti di maggior interesse culturale e civile a livello internazionale, ovvero la Cittadella della Musica Concentrazionaria, destinata a custodire e a far rivivere migliaia di pagine musicali scritte dal 1933 al 1953 nei Campi di concentramento, sterminio, prigionia, transito, lavori forzati, di tutto il mondo, da musicisti discriminati, perseguitati, imprigionati, deportati, uccisi o sopravvissuti di qualsiasi estrazione professionale, artistica, sociale, religiosa, nazionale. Anima del progetto è il pianista barlettano Francesco Lotoro che ha trascorso più di due decenni della sua vita in giro per il mondo o a recuperare materiali musicali pronti a prender vita sui leggii di orchestre, ensemble e pianoforti e a ''raccontare'' l'orrore e la speranza vissuti da centinaia di musicisti. Una storia di passione e di impegno che oltre alla notorietà internazionale, è valsa al musicista pugliese il titolo di Cavaliere dell'Ordre des Arts et Lettres, conferitogli dal Ministero della Cultura francese e il ruolo da protagonista del toccante docu-film ''Maestro'' del regista argentino Alexander Valenti tratto dal libro “Le Maestro” del giornalista francese Thomas Saintourens.

A Lotoro si deve anche la fondazione dell'Istituto internazionale di Letteratura Musicale Concentrazionaria, a cui spetta il compito di custodire e valorizzare tutto il materiale raccolto finora oltre che di proseguire la ricerca finalizzata a riportare alla luce melodie create per cantare la vita in quelle fabbriche di sofferenza e di morte che sono stati i campi. E proprio all'iniziativa di questo Istituto si deve la realizzazione, lo scorso 4 e 5 giugno, della due giorni di laboratori e concerti “Bravo! Da capo!” rassegna sostenuta dal Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo e dalla Società Italiana Autori ed Editori (SIAE) nell’ambito dell’iniziativa Sillumina-Copia privata per i giovani, per la cultura. Un'iniziativa che grande seguito ha avuto fra Bari, Barletta e Trani, dove si sono svolti gli eventi alla cui organizzazione hanno collaborato anche l’Unione della Comunità Ebraiche Italiane, Last Musik onlus e la Fondazione S.E.C.A.

I laboratori – tenutisi fra il Convitto Nazionale D. Cirillo e l'Istituto Comprensivo Massari Galilei di Bari e il Polo Museale di Trani – hanno visto coinvolti soprattutto gli studenti delle scuole, ai quali è stata data la possibilità di conoscere una importante pagina di storia ad essi ignota, guidati in questo dallo stesso Francesco Lotoro, oltre che da altri validi esperti come l'architetto e scenografo Nicolangelo Dibitonto, il baritono e attore Angelo De Leonardis e il direttore d'orchestra e compositore Paolo Candido, ai quali nella giornata del 4 giugno si è aggiunto a sorpresa anche il regista Alexander Valenti, che ha raccontato la genesi del suo docu-film ''Maestro'', nato dal folgorante incontro con l'omonimo libro di Saintourens. I laboratori hanno fatto da preziosa introduzione ai  concerti “All'ombra delle tue ali” e “Lunga vita alla vita!” che l'Orchestra del Levante, diretta da Francesco Lotoro e Paolo Candido, ha eseguito nei due istituti di Bari e al Polo Museale di Trani, con applauditissimo gala serale di chiusura lo scorso 5 giugno al Teatro Comunale Curci di Barletta,  serata che ha visto la presenza di un foltissimo pubblico, fra cui diversi rappresentanti delle istituzioni.

Pitagora e i pitagorici ovvero i filosofi che al pensatore crotonese si richiamavano,  avevano formulato la teoria basata sulla stretta relazione fra musica e corpi celesti.

L'anima poi, osserva Claudio Casini, "conserva una rimembranza dell'armonia delle sfere, ed è essa stessa armonia" come riporta la citazione aristotelica di Pitagora: "l'armonia è mescolanza e sintesi di contrari, e di contrari è composto il corpo". 

Considerazioni, queste, sorte al cospetto di Pitagora pensaci tu, il nuovo album di Renato Caruso, chitarrista dagli antenati citaristi, i suonatori di cetra, della sua Crotone, che rinsalda le radici col proprio passato attraverso 13 brani che sono "mescolanza e sintesi di contrari". Su queste stesse colonne, in un'intervista del 26 maggio 2016, il musicista aveva infatti espresso i principi della FuJaBoCla, acronimo di Funk Jazz Bossa Classica, generi che lui fonde stilisticamente e acusticamente nella sei corde svariando fra Beatles e Toquinho e fra tecniche che vanno dal fingerstyle agli arpeggi classici, dal tremolo al bluesy.

Ne parliamo con il diretto interessato (n.b. Il cd su Crotone è disponibile presso la Libreria Cerrelli):

Questo nuovo disco prodotto da i/Company/Self in cosa è differente dal precedente Aram?

Lo è nelle idee più chiare mentre il primo era quasi un'esperimento. Questo è più mirato. C'è una visione più ampia, sono piccoli commenti sonori, un lavoro per immagini da compositore ancor più che da chitarrista.

Perchè Pitagora? Perchè forse anche per te la musica ha influsso, persino terapeutico, sull'uomo? 

Oltre a questo, è dedicato a Pitagora per omaggio alla mia Crotone, e poi perchè fu il primo teorico musicale. Forse mi rappresenta perchè ho anche io una doppia formazione, scientifica e musicale.

Se ci si ispira ad una visione data di armonia cosmica, di cui parla Pitagora, e si incasella in modo numerico la musica, non viene  limitata per esempio l'improvvisazione?

Io ho studiato classica ma nei concerti mi capita di improvvisare, di cambiare l'interpretazione, anche se preferisco la carta scritta. L'idea la devo fissare. Mi sento un classico pop, non un jazzista.

Nel primo brano Aladin Samba sento influssi ispanici ed orientali, sia pure su una base ritmica di samba. È il giusto aperitivo del disco...

Esatto. Quello è il mondo che più mi rappresenta. Sono più stili che unisco dall'Africa al Brasile. Io amo quel mondo. Chiamiamolo di contaminazione.

Ti rifai alla letteratura in Flatlandia, ispirato al romanzo ottocentesco di Edwin Adbott, un pezzo molto melodico.

Dopo aver letto il libro mi son venute fuori delle note, in modo naturale. Non saprei spiegarlo.

Vediamo qualche altra traccia. Uno delle più "brasiliane", oltre ad Antonio's Choro,  mi pare Pittrice del sottosuolo, un walzer impreziosito dall'ingresso in scena di una fisarmonica.

Il walzer resta una delle mie forme musicali preferite. A Vienna mi son sentito di casa. E adoro la fisarmonica cosí come tromba e piano.

Napoli Caput Mundi, all'inizio, per la successione di diminuite, richiama il Modugno di 'U pisci spada. Poi l'armonizzazione, dall'andatura lenta, si transgenera in swing. Al contrario Pitagora pensaci tu, che da titolo all'album, è una beguine molto lineare. Dove è che la vedi pitagorica?

Tutto il disco è su Pitagora. Questo brano però è, più di altri, legato ad immagini. Una sorta di colonna sonora. E spero di buon augurio. Stiamo girando il video in questi giorni.

Non stiamo facendo l'anatomia del disco ma solo una breve carrellata su alcuni brani per dare un assaggio al lettore. Al quale raccomando l'ascolto delle cover Quando di Pino Daniele e quella suggestiva di Eric Clapton, Tears in Heaven. Molto nostalgici. In particolare su Daniele, sei riuscito a cogliere questa saudade, maturata tardi, quando non stava giá bene, che secondo me è la caratteristica più elevata di Pino Daniele. Un musicista che hanno peraltro scoperto anche in Brasile, e in lingua portoghese, oltre che nella chitarra.

Forse non volendo, senza un intento preciso, ho fatto sentire la dolcezza di quella melodia che ho lasciata il più possibile semplice, a livello di arrangiamento. Cosí pure con Clapton che ho sempre amato, specie unplugged. E soprattutto in Tears in Heaven. 

Al di lá dello spazio siderale, il corpo vibrante a cui guarda Renato Caruso è la sua chitarra. Magari non sará celeste. Ma è in grado di produrre armonie "per aspera ad astra" Pitagoricamente parlando, s'intende!

 

 

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