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Giovedì, 04 Giugno 2020

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Export artistico o cervello in fuga? Come definire Migaso, questo cantautore rock del terzo millennio che produce con Stephane Gerber i propri brani oltralpe, imbracciando chitarre e capeggiando la band dei Briganti? Più semplicemente potrebbe bastare dire che è un mediatore musicale della lingua italiana in quel di Parigi.

Eccolo nel nuovo cd dal titolo Luminescenza edito dalla Mml Music, disponibile in digital download e su tutte le piattaforme streaming, dare un saggio della propria idea di un rock luminoso come quel meccanismo chimico dal quale la luce fiorisce dalla materia, ad alta tensione elettrica, che scuote all’ascolto, spinge al movimento, alla visione a tratti psichedelica. Un rock che sa essere melodicamente bluesy quanto basta anche su una scansione sostenuta del beat, come in alcuni momenti del brano d’apertura che dà il titolo all’album, dal vago sapore hendrixiano. Come del resto l’accattivante La rosa nera, immagine che delinea il senso di un amore appassito eroso dal tempo e dalla routine. Già perché i temi trattati nel mondo di Migasolandia sono immersi nel reale e popolati da personaggi veri quali Marie-Angela, la donna moderna, canzone intinta di twist & punk con tessuti sonori brit pop. Non c’entra Munch in L’urlo v.2.1, rifacimento di un pezzo già inciso in passato, che non esprime terrore od orrore; c’è più Ginsberg per alienazione e rabbia davanti a un mondo che va sempre più giù. C’entra il sud, anche come testo, in Il brigante, impegnata ballata popolare transmutata in rock con un’operazione sapiente che ricorda per qualche verso la capacità che fu della PFM di riadattare De Andrè. A Libero!, con in jam session il chitarrista Norbert Kriep a far da ospite, segue la composizione Inferno, in cui Migaso intona il suo isolato intrappolamento nel girone postdantesco della vita. Il tormento di un uccello chiuso in gabbia ma soprattutto il volo di un pensiero è protagonista in La canzone di Leo, forse il tema che resta più impresso per scorrevolezza vocale e strumentale, piacevole anche nel riattacco finale del riff. Dopo un pre(post?)ludio si evidenzia l’altra faccia, quella romantica, morbida e dura, del frontman and partners, nel viaggio interstellare di Sono stato sulla luna. Dalla galassia di suoni sprigionati piovono, come meteoriti, cellule ritmico-melodiche di segno Led Zeppelin (e primi Litfiba) ma marcate Briganti e, naturalmente, vergate da Migaso, poeta italico del rock insediato dal Tirreno meridionale fin sulle rive della Senna.

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Dai bronzi di Riace al guerriero bronzeo Talos, raffigurato sul famoso vaso presente al Museo Jatta di Ruvo di Puglia, il passo e' abbastanza breve. Ma l'accostamento si ferma dinanzi alla natura dei soggetti rappresentati, belle impossibili ma comunque umane le sembianze delle due statue affiorate dai fondali del mare di Calabria, un automa il gigante che fu guardiano di Creta su mandato di Minosse. Questo colosso pare l'antenato dei robot anche se, come Achille, aveva un punto debole nel tallone, quasi un androide, che la fantascienza ha ereditato dal mito. Di Talos, nel Festival, si parla spesso, al di la' della sigla, calando la metafora di questo warrior nella realta' dei vari spettacoli. Eh gia', perche', anche guardando al rush dei tre giorni finali, fra il 13 e il 15 settembre, l'organizzazione della kermesse diretta da Pino Minafra pare essersi disposta a testuggine a difesa dell'idea di multilaboratorio creativo con al centro le bande musicali e del piu' ampio progetto di riscatto culturale di un territorio attraverso la produzione di eventi unici e non ripetibili in copia conforme altrove: musica d'interazione, secondo diversificate opzioni, dall'orchestra al piccolo gruppo, dalla corale all' ensemble "doppio". Brillano prodotti doc come quella creatura camaleontica, spaziante fra jungle latin swing e free, che e' la Minafric Orchestra. Con  il rinforzo del quartetto vocale delle Farawalla, la formazione erede del Sud Ensemble di Minafra produce climax da arcano Mediterraneo, recupera le origini del suono e del canto,  rivisita ab ovo ed ex novo angoli del passato musicale dei Sud sonori in cui il Talos e' incastonato. Salvo poi dar spazio allo scat del bandleader che, come un collodiano Cab Calloway, ci ricorda che la musica e' anche estemporaneita'. Nella stessa serata del 13 la performance di Luciano Biondini e Xavier Girotto, fisarmonica e sax, segnati dal morso dell'improvvisazione, estasi e trance per una musica di scavo del profondo, ricerca ipogeica di un Melos dalle forti radici argentine, cascate di note all'unisono o parallele ampiamente sopra il pentagramma sorrette dall'incalzante telaio ritmico della fisa, per poi invertire i ruoli quando Jirotto imbraccia il baritono, e la mente va alla Revolucion de tango di Mulligan e Piazzolla. Ancora un duo, nella successiva serata del 14, il chitarrista Roberto Taufic e il clarinettista Gabriele Mirabassi. Ma ci si e' intanto spostati nel Brasile di Pixinguinha, Chico Buarque, Guinga,  a delineare il continente dove fioriscono samba cancao, choros, valsa brasileira, quello del nordeste, ma anche Rio e saudage bahiana. Il tutto offerto con stile impeccabile e raffinata eleganza di taglio jazz. Intenso anche il concerto in chiesa di Vincenzo Deluci col Coro Novum Gaudium dell'Abbazia di Noci. "Senza tempo", questo il titolo, riprende uno Stabat Mater gregoriano con voci femminili su base elettronica e della tromba riadattata di Deluci che utilizza effetti come il loop consentendo ai suoni di sovrapporsi sul continuum dato dal modo-bordone; su quest'ultimo il canto corale si libra, infrangendosi sulle pareti del complesso domenicano, determinando un inedito gioco di sponda acustico. Il lamento della tromba non angoscia semmai apre alla riflessione e all'ascolto "sensibile". E' il tempo che si frantuma in cellule sonore, si riduce all'essenza, annulla la distanza siderale fra medio evo e contemporaneita', lascia che la musica decolli, concreta e sublime. Oltre al saggio finale della Talos Master Band di Schiaffini e ai due applauditi "solo" del fisarmonicista Vince Abbracciante e dell'istrionico chitarrista uzbeko Enver Izmailov, la chiusura "a tema" della rassegna e' idealmente affidata a momenti di spettacolo di
viscerale carnalita' ed energia, quelli dell'esibizione della Kocani Orkestar che ha chiuso la kermesse in un "combinato disposto" tutto balcanico con i Taraf de Haidouks, artefici, sempre in piazzetta Le Monache, di una coinvolgente contaminazione del pubblico. Insieme le due bande sono irresistibili, stregano gli astanti con un ritmo ruvido e incalzante, il sortilegio e' come risvegliasse lo spirito dell'antenato Talos  per aleggiare sulla danza collettiva improvvisata, sotto il palco, dai giovani pronipoti ruvesi. E' qui la festa. Alla Fiera dell'Est!

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La citta', per il Festival che ha il nome leggendario e mitico di Talos, secondo il progetto di Pino Minafra, direttore artistico, e' stata "seminata" da bande musicali per un'intera settimana nella prima meta' di settembre, come anteprima di questa edizione del festival incentrata su Melodia, Ricerca e Follia. Bande, di varia estrazione e provenienza, insiemi in quanto ideali format per una interazione umana e artistica. Non solo taranta. Le Puglie, Ruvo offrono un campionario di musica creativa, improvvisata, popolare, jazz. E' una Fiera del Levante di suoni venuti da oriente, mediterraneo, Europa, resto del mondo. Dal 12 al 15, poi, la kermesse entra nel vivo, e alle collaterali mostre fotografiche, alle presentazioni di libri, come quello di Giancarlo Schiaffini "E non chiamatelo jazz" edito da Auditorium e "Infolding Story" di Sebi Tramontana,  ai documentari, "La Voce. Stratos" di Affatato e D'Onofrio, ai convegni sul patrimonio bandistico, si aggiungono i concerti, anello forte della lunga catena di eventi inanellata nella cittadina ai piedi dell'Alta Murgia.
Schiaffini e Tramontana, nella suggestiva cornice del Convento dei Domenicani, inscenano, in "Win & Slap", un dialogo di tromboni a distanza e ravvicinato, fra strumenti che assumono vocalita' fisica tramite gorgoglii, sussurri, lamenti, bla bla, grida di un raccontare privato, quasi un discorso diretto di due Io narranti in un improvvisato canovaccio di note.
"Senza confini. Ebrei e zingari" e' il successivo spettacolo di Moni Ovadia che
reinterpreta canti della diaspora dei due popoli erranti. E alla sua maniera attorale riassume al numeroso pubblico una storia che e' cronaca d'oggi pensando a rom e sinti, e al passato degli ebrei. Quella zingara e' una cultura che usa strumenti trasportabili per la propria musica itinerante. Ma errare non e' esilio. Non c'e' un luogo da cui si fugge. E' una visione di vita che ha nella musica la migliore espressione artistica individuale e collettiva, che fu elaborata da Django Reinhardt, ovviamente, ma anche i russi sono stati abbondantemente fermentati dalla musica tzigana. Come storicamente i romeni. E Ovadia e la collaudata band ne sono accreditati ambasciatori sul palcoscenico di piazzetta Le Monache.
In chiusura spazio alla poesia magica di  Gianluigi Trovesi e Gianni e Coscia. Il loro e' in viaggio a 360 gradi nello spazio mitteleuropeo e nel tempo (a)storico  attraverso i "veicoli" clarino e fisarmonica. Da Offenbach a Weill alla tradizione blues il duo offre una rilettura di un tempo perduto che e'  un amarcord  inventivo e ironico, c'e nostalgia ma e' un umore velato, e se ne viene piacevolmente cullati. Il bis finale e' un dolce valzer di citazioni, ammalia  la memoria che riaffiora, per tratti salienti, fra riff popolari ed melodie circensi, echi barocchi e profumi di una volta. Il festival continua.

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