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Lunedì, 16 Dicembre 2019

Dio disse: «Ci siano luci nel firmamento del cielo, per distinguere il giorno dalla notte; servano da segni per le stagioni, per i giorni e per gli anni, e servano da luci nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne: Dio fece le due luci grandi, la luce maggiore per regolare il giorno e la luce minore per regolare la notte, le stelle.» (Gn 1, 14-16).

In effetti, proprio dalla lettura e dalla registrazione dei moti del Sole, della Luna – col variare delle sue fasi – e delle stelle, raggruppate in costellazioni – variabili con le stagioni –, l’uomo ricavò il calendario, ossia uno strumento che gli indicava il variare del tempo, anche e soprattutto, almeno all’inizio, in relazione all’attività agricola: il significato primario del calendario, in definitiva, è quello di legare i moti degli astri alle nostre vicende quotidiane. Dai movimenti regolari delle stelle, abbiamo ricavato le nostre unità temporali di misurazione. Il “giorno” – periodo di ventiquattro ore, con alternanza del dì e della notte – è scaturito dal moto di rotazione della Terra intorno al suo asse; la settimana – sette giorni – è derivata dalla misurazione temporale di una singola fase lunare, es. primo quarto; il mese – 30 giorni – è derivato dal periodo di rotazione orbitale della Luna intorno alla Terra, con tutte le sue fasi: Luna Nuova, Primo Quarto, Luna Piena, Ultimo Quarto. Infine, dobbiamo considerare le quattro stagioni: Primavera, Estate, Autunno e Inverno. Da cosa dipendono? Dall’inclinazione dell’asse terrestre (23,27) rispetto al piano orbitale e dal moto di rivoluzione della Terra intorno al Sole. L’asse si mantiene sempre parallelo a se stesso; ciò che cambia giornalmente – è una proprietà geometrica euclidea – durante la rivoluzione del nostro pianeta, è l’angolo tra lo stesso asse e la retta congiungente il centro del Sole con quello terrestre. Questo angolo vale novanta gradi nei due Equinozi – primavera e autunno –, sessantasei gradi e mezzo nel solstizio di Giugno – estate per il nostro emisfero – e centotredici gradi e mezzo nel solstizio d’inverno. Tali valori numerici determinano la durata del dì e della notte – uguale agli Equinozi, massima e minima rispettivamente al solstizio estivo e invernale – e l’intensità della radiazione solare, dipendente dall’altezza del sole sull’orizzonte. Naturalmente, nell’emisfero australe le stagioni sono invertite. Il valore di dodici mesi per l’anno è stato dedotto dal moto lunare; da notare anche – è una scoperta relativamente recente, 1993 –, che l’angolo d’inclinazione dell’asse terrestre è dovuto all’influenza gravitazionale della Luna. Gli studiosi francesi J. Laskar, F. Joutel e P. Robutel che scoprirono questa proprietà, nel 1993, definirono la Luna, come il nostro indispensabile regolatore climatico: senza di essa, in altre parole, non potremmo vivere. Il calendario, dunque, ha radici affascinanti, costituite dalla combinazione e dall’intreccio di una concezione del tempo non solo immanente ma aperta al Trascendente. Il nostro calendario – poi impostosi in tutto il mondo – è il risultato della commistione del moto circolare della Terra attorno al Sole – o se vogliamo, per questo scopo, in modo del tutto equivalente –, del moto apparente del Sole attorno alla terra –, con un insieme di tradizioni storiche, sacre, cultuali, mitiche, delle quali le varie feste ricorrenti erano un simbolo per ricordare all’uomo, che non tutto si esauriva su questa Terra. Il tempo, infatti, oltre alla sua dimensione cronologica – cronos –, aveva anche una sua dimensione spirituale, Kairos. Significative, al riguardo, sono le riflessioni di un grande scienziato, – presidente, tra l’altro, della federazione mondiale degli scienziati – il prof. Antonino Zichichi: «Dalla Babele di calendari, nel 1582, ne viene fuori uno con una precisione di otto parti su dieci milioni: incredibile. (…) Esso è frutto della dimensione mistica del Tempo che fu sentita da Dionigi il piccolo e che spinse i credenti a sincronizzare con la massima precisione la data del Calendario con l’equinozio di primavera. Equinozio legato alla Resurrezione di Cristo». Questa concezione della Festa come simbolo indicante qualcosa oltre se stessa, purtroppo, si sta perdendo, di pari passo con la perdita della dimensione spirituale del Tempo. Illuminanti, al proposito, sono le riflessioni del già citato Cattabiani: «Con l’inizio del nuovo millennio molte tradizioni, ancora vive fino a cento anni fa benché presentassero già segni di disfacimento, sembrano dissolversi nella ormai predominante concezione del tempo lineare e strumentale dove le feste stanno perdendo la funzione di ponti fra la dimensione atemporale e quella temporale e sono ridotte, tranne in ambienti limitati, a comportamenti genericamente e talvolta tetramente festosi o a semplici occasioni di vacanza dal verbo vacare, essere vuoto, privo di impegni e di compere affannose». Ripercorrere, qui, la storia del nostro calendario può essere utile per ridarci consapevolezza sulle nostre radici. L’espressione del moto circolare della Terra attorno al Sole – o, è utile ripeterlo, del Sole, in modo apparente, intorno alla terra come pensavano i nostri avi, tanto per i calcoli è indifferente –, è già racchiusa nell’etimologia della parola “anno”, proveniente dal latino annus. Secondo quanto insegnato da Gaio Ateio Capitone, infatti, gli antichi Romani utilizzavano la particella an per significare “circolo”; da an, poi scaturì Annus –sempre a indicare circolo – e il suo diminutivo annulus, cioè anello, indicante, dunque, l’anello del tempo, figura simbolica del moto orbitale del nostro pianeta.

Gregorianscher_Kalender_Petersdom

Particolare della tomba di papa Gregorio XIII relativo all'introduzione del calendario gregoriano

 

Oggi diamo per scontata l’esistenza del calendario, il nome dei suoi mesi, il numero dei suoi giorni, la coincidenza tra data e stagione- con buona approssimazione ci aspettiamo freddo per il 15 gennaio e caldo per il 15 luglio…-, il considerarlo, più che un dono, quasi un fastidio alla fine dell’anno…sono troppi i calendari che riceviamo! Questa abbondanza, in realtà, offusca e addormenta la nostra ragione, non facendoci più percepire la complessità e il fascino che stanno dietro ad una delle più grandi conquiste intellettuali di tutti i tempi. Il calendario, infatti, lungi dall’apparirci come il frutto di una faticosa conquista durata almeno quarantacinque secoli di storia scritta, ci sembra quasi “naturale”, come un qualsiasi prodotto della Terra, ma non sempre è stato così. La proposizione, apparentemente banale, “Ci vediamo Giovedì alle dieci sotto casa mia”, nasconde un portato metafisico e culturale del quale, purtroppo, non abbiamo più contezza. Tutti i popoli, da sempre, avevano tentato la sincronizzazione dei moti dei grandi luminari-Sole e Luna- con le stagioni, attraverso i calendari, con tentativi quasi riusciti ma lontani dalla perfezione.

Intanto, neanche le specie animali più intelligenti, hanno la benché minima concezione del tempo; immaginiamo, a es, un gruppo di scimpanzè, che fissa un appuntamento per il prossimo fine settimana presso il tal albero per discutere della riforma delle pensioni…L’uomo è il solo essere vivente proiettato contemporaneamente nelle tre dimensioni temporali caratterizzanti la vita: vive nel presente, ricordando il passato, traendone, mediante l’esperienza, ciò che aveva di buono per meglio progettare e vivere il futuro. Per secoli, poi, la conoscenza del calendario è stata un privilegio, appannaggio solo delle classi sociali più nobili e sacerdotali, come nell’antica Roma. Ma procediamo con ordine. La parola “calendario” deriva dal latino Kalendarium, - a sua volta derivata da Kalendae, termine indicante il primo giorno di ogni mese, nel calendario romano-, che altro non era se non il libro dei crediti dei banchieri e di chi prestava denaro, dunque, era un giorno funesto per i debitori: tristis Kalendae, tristi calende, non a caso, era l’appellativo con il quale era conosciuto. In quel tempo, a Roma, vigeva il calendario romuleo-una sorta di calendario lunare, lungo appena 304 giorni- e il mese iniziava con l’osservazione della prima falce lunare nel cielo serale. Poi il re e il pontefice minore, dopo aver compiuto un sacrificio, eseguivano la “chiamata”-dal verbo greco calo -della plebe presso la capanna di Romolo, e annunciavano quanti giorni occorrevano per andare dalle calende alle none: se pronunciavano sei volte la parola “calo”, allora mancavano sei giorni alle none. Come scrive Cattabiani: ”Quanto a calo (Kalo) è un verbo greco che significa “chiamo”, e dunque, sembrò bene chiamare calende”questo giorno in quanto era il primo dei giorni calati, chiamati”. Conoscere la data del calendario, dunque, per secoli è stato un privilegio; ancora nel 304 a. C. la piena parità fra plebei e patrizi non era ancora stata raggiunta, -nonostante che la proclamazione delle Leggi delle XII Tavole era avvenuta oltre un secolo prima (451 a. C.)-, tanto da indurre il liberto plebeo Gneo Flavio a rubare i codici che permettevano di conoscere la data del calendario e a divulgarli a tutti nel foro Romano, cioè pubblicamente. Il motivo è semplice; conoscere la data voleva dire sapere i dies fasti, cioè i giorni in cui era lecito occuparsi di affari giudiziari validi: chi li conosceva era avvantaggiato nella vita sociale. A quel tempo era prerogativa delle classi dominanti: per questo l’atto di Gneo Flavio fu veramente importante; tuttavia, i patrizi continuarono a controllare ancora per quasi tre secoli il potere sul calendario. Quello romuleo, infatti, era largamente impreciso: contando solo 304 giorni in soli tre anni era completamente sfasato con le stagioni e a una data estiva corrispondeva un clima invernale. Una prima correzione fu apportata da Numa Pompilio che nel 700 a.C. aggiunse due mesi-gennaio e febbraio- al calendario di Romolo; si arrivò, così, a un calendario-ancora lunare- di 354 giorni. L’orrore per i numeri pari fece aggiungere un giorno e l’anno passò in questo modo a 355giorni. Con questi accorgimenti le cose andarono meglio; tuttavia, dopo diciotto anni, si tornava al punto di partenza. Questo calendario, infatti, “perdeva”, pur sempre, dieci giorni l’anno rispetto all’andamento stagionale. Ogni tanto si aggiungevano mesi supplementari, ma la confusione era grande soprattutto riguardo a certe cariche pubbliche -come i magistrati-di durata temporale limitata. La confusione durò fino al 46 a.C. quell'anno, infatti, Giulio Cesare tornò dall’Egitto, accompagnato dall’astronomo alessandrino Sosigene e mise fine alla gran confusione. Per sincronizzare la data del calendario con le stagioni fu necessario allungare quell’anno fino a 445 giorni: ultimus annus confusionis, fu l’appellativo con il quale lo stesso Cesare lo battezzò. Curiosamente, il grande oratore Marco Tullio Cicerone- nemico giurato di Cesare- accecato dall’odio anziché elogiare Cesare, lo criticò dicendogli, che dopo aver conquistato tutto sulla Terra, ora voleva dominare anche le stelle…

Era nato, dunque, il calendario Giuliano, che contava -secondo i calcoli di Sosigene- 365,25 giorni, una cifra incredibilmente precisa per quei tempi: ovviamente, quel quarto di giorno non conteggiato era recuperato con l’aggiunta di un giorno ogni quattro anni; si scelse d’inserirlo nello stesso giorno in cui, nel calendario di Numa, s’inserivano i giorni intercalari: al sesto giorno prima delle calende di marzo, cioè il 24 febbraio, che siccome si ripeteva fu chiamato bisextus. Naturalmente, l’anno contenente due volte il sesto giorno prima delle calende di marzo fu chiamato bisestile. Tra i provvedimenti adottati, occorre segnalare lo spostamento d’inizio anno da marzo a gennaio, l’adozione di dodici mesi in sequenze di trenta e trentuno giorni eccetto febbraio che presentava ventinove giorni negli anni normali e trenta in quello bisestile. Cesare aveva realizzato, finalmente, un calendario “scientifico”, slegato dalla Luna, e dagli dei; un calendario accessibile a tutti, adottato universalmente e che era andato avanti per oltre 1500 anni. Curiosamente, come possiamo verificare ancora oggi, non cambiò il nome di alcuni mesi del Calendario romuleo, sicché ci troviamo- in modo illogico, per quel che concerne la numerazione- con “settembre”, ”ottobre”, “novembre” e “dicembre”, che rispettivamente indicano il settimo, l’ottavo, il nono e decimo mese, ma non all’interno del Calendario giuliano, bensì in quello di Romolo…La storia, è noto, ha esigenze diverse, talvolta, da quelle del rigore matematico…Tuttavia quel che contava, cioè la sincronizzazione delle date con le stagioni era assicurata per oltre ventitré mila anni: sui nomi si poteva anche chiudere un occhio! Alla sua morte, per onorarlo il senato Romano sostituì il quinto mese (Quintilis) del calendario romuleo con (Julius), il nostro Luglio, mese di nascita dello stesso Cesare. Parimenti, quando il Senato volle onorare l’Imperatore Augusto, decise di cambiare nome al sesto mese (Sexstilis), con Augustus, il nostro agosto; tuttavia sorse un inghippo. Sexstilis, nel calendario di Romolo, a differenza di Quintilis -ora luglio- contava trenta giorni e non trentuno; questo fatto era intollerabile per i sostenitori di Augusto, così che si fu costretti a togliere un giorno al già piccolo Febbraio per aggiungerlo ad agosto. A quel punto, per non avere tre mesi consecutivi di trentuno giorni, si fu costretti a mettere mano anche alla durata dei mesi da settembre a dicembre. La parità, almeno calendariale, fra Cesare e Augusto, dunque, era stata raggiunta! Oggi conosciamo con notevole precisione la durata del cosiddetto Anno Tropico- quello su cui cerca di sincronizzarsi i nostri calendari e che determina le stagioni-, cioè l’intervallo di tempo intercorrente affinché l’asse terrestre ritorni alla medesima inclinazione, ecco il suo valore: 365,24220 giorni o, tradotto in secondi, 31.556.000.926, dunque oltre trentuno milioni e mezzo di secondi in un anno…Su questo valore, ai nostri tempi agevolmente misurato con gli orologi atomici, gli uomini hanno “ragionato”per oltre quarantacinque secoli, prima di giungere all’attuale risultato del calendario gregoriano. Parliamo, ora, della sua origine. Come detto, il calendario Giuliano aveva già raggiunto una notevole precisione nel calcolo, rispetto l’anno tropico; infatti, a differenza di tutti gli altri calendari- come quelli degli ebrei e degli egiziani, che al massimo duravano sette secoli e mezzo prima di invertire totalmente la data con le stagioni- calendario segna inverno, ma fuori c’è il solleone-, quello Giuliano è il primo la cui validità si conta in migliaia di anni. In effetti, ancora oggi, la differenza con l’Anno Tropico ammonta all’incirca, a “soli” 13 giorni, per questo non è stata –come spiegato bene dal Prof. Zichichi- la sincronizzazione della data con le stagioni, la molla che ha fatto scattare l’esigenza di cambiare il calendario Giuliano, bensì l’esigenza -in rispetto alle disposizioni del Concilio di Nicea risalente al 325 d.C- di sincronizzare fra loro le date dell’Equinozio di primavera e del Calendario: infatti, quel Concilio stabilì che la Pasqua dovesse cadere la prima domenica dopo il primo plenilunio di primavera. Ma quando inizia primavera? Questa è la domanda dalla quale sono partiti il monaco Dionigi, il Piccolo prima e Papa Gregorio XIII poi. Il calendario Giuliano presentava rispetto l’anno tropico un ritardo annuo di 674 secondi, pari a un giorno ogni 128 anni, pertanto entrato in vigore nel 46 a.C. già, ai tempi del Concilio di Nicea presentava un errore di quattro giorni per il calcolo della data dell’equinozio. In pratica, l’equinozio avveniva, quando il calendario Giuliano segnava il 25 marzo; quel Concilio, empiricamente, corresse l’errore, riportando l’equinozio al 21 marzo. Tuttavia, oltre mille anni dopo anche il solstizio invernale era retrocesso al tredici dicembre-giorno di Santa Lucia- al posto del 22 Dicembre. Alla vigilia della riforma gregoriana l’equinozio era caduto, quando il calendario Giuliano segnava il 10 marzo. Ecco come il prof. Zichichi ha splendidamente sintetizzato il problema concernente, la determinazione della data dell’Equinozio primaverile sulla nascita del nostro calendario: ”Il Calendario che usiamo tutti i giorni ha le sue radici nell’equinozio di primavera, non per motivi astrofisici, ma perché il Concilio di Nicea, primo Concilio ecumenico, millesettecento anni fa, aveva stabilito che la Resurrezione del Signore aveva avuto luogo nella prima domenica dopo il plenilunio che segue l’equinozio di primavera. Ecco perché il Concilio di Nicea nel 325 d.C. anticipò dal 25 marzo al 21 marzo l’equinozio di primavera La concezione Mistica del Tempo la sentì nel profondo del suo cuore un piccolo abate Dionisius Exiguus, che millecinquecento anni fa studiò la data dell’Incarnazione di Cristo e della sua Resurrezione”. Possiamo notare, en passant, che se i vescovi a Nicea non avessero scelto di legare la data della Pasqua al moto della Luna, - rispettando, così, il calendario lunare ebraico, in uso all’epoca della Crocifissione di Cristo- preferendo magari una data fissa all’interno del calendario Giuliano, probabilmente avremmo avuto con secoli di ritardo il nuovo, quasi perfetto, calendario gregoriano…

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Prima di vedere le origini del calendario, occorre soffermarsi-brevemente, in un contesto come questo -sulla nascita della scienza; un’avventura straordinaria nella storia del pensiero umano, che ha visto il contributo di molti popoli e culture differenti, pur con la preponderanza- per motivi sorprendentemente teologici, come vedremo- della cultura cristiana medievale. Tanti storici della scienza-di diverso orientamento, come Edward Grant, Thomas Torrance ect- sono giunti a questa conclusione, ma, probabilmente, nessuno come il fisico e monaco benedettino Stanley Jaki, ne ha colto ed espresso lo spirito in un meraviglioso affresco intellettuale, che andrò a illustrare nelle prossime righe. Il primo contributo è dato dal popolo ebraico, che nell’insieme della sua letteratura sapienziale- raccolta nell’Antico Testamento- celebra la stabilità del creato. Significativo è un passo del celebre Libro di Giobbe- emblema della tribolazione umana-, nel quale Jahvè ricorda a Giobbe -assalito dai dubbi-di guardare alla razionalità dell’Universo come segno della Sua presenza e della Sua Provvidenza: “Puoi tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione? Fai tu spuntare a suo tempo la stella del mattino o puoi guidare l’Orsa insieme con i suoi figli? Conosci tu le Leggi del cielo o ne applichi le norme sulla Terra?” Il nocciolo dell’insegnamento sapienziale, dunque, è questo: la perfezione dell’universo riflette la Perfezione di Colui che l’ha creato e che, secondo il Libro della Sapienza, ha disposto tutto con misura, calcolo e peso. L’altro aspetto cruciale riguarda le tre leggi del moto, formulate e pubblicate per la prima volta, tutte assieme, nei Principia di Newton; qui, gli studi di Jaki, suffragati dalle scoperte documentali del fisico e storico della scienza Pierre Duhem, sono di un’acribia insuperata nel determinare come l’uomo, per la prima volta nella storia, giunse a capire e, dunque, a utilizzare la scienza latu sensu. Galileo prima e Newton, poi, - sulla scorta di una grande tradizione medievale- ebbero il merito di distinguere l’Ordine ontologico -appannaggio della filosofia, cioè davano per scontata, come dato originario, l’esistenza degli oggetti naturali-, dagli aspetti quantitativi degli stessi, descrivibili matematicamente. In definitiva, la scienza galileiana-newtoniana, per dirla con le parole di Jaki si occupa dello studio quantitativo degli aspetti quantitativi degli oggetti in movimento, niente di più e niente di meno, perché solo tali aspetti possono ricevere l’aureola scientifica della verifica quantitativa; in ciò consiste il potere eccezionale della scienza, ed anche il suo limite principale. La grande scoperta storiografica di Duhem fu la seguente: la prima legge del moto di Newton, in realtà, in una sua formulazione primitiva precede lo scienziato inglese di oltre trecento anni. La cronistoria è molto interessante e meritevole d’essere raccontata. Newton aveva ripreso la legge inerziale dai manoscritti di Cartesio, senza riconoscergli il merito; questi, a sua volta, aveva nascosto accuratamente di averla appresa, da giovane, quando studiava al Collegio dei Gesuiti di La Flèche. I Gesuiti si rifacevano a una tradizione precedente, appresa all’Università domenicana di Salamanca, a sua volta in debito con la Sorbona del trecento. Molto probabilmente, sia Newton, sia soprattutto Galileo e Cartesio, erano a conoscenza di quell’antica formulazione della legge inerziale utilizzata da Copernico ma anteriore a lui. E’ giunto il momento, finalmente, di riportare, fra le tante, la formulazione più precisa data da Giovanni Buridano a quella che potremmo definire come la radice al principio d’inerzia: ”Si potrebbe dire che quando Dio creò il mondo, mosse ciascuno dei corpi celesti come Gli piacque; Egli impresse a ciascuno di essi un impeto che li mantiene in movimento, così che Egli non ha più bisogno di muoverli, se non esercitando un influsso generale, simile a quello per cui Egli partecipa a tutte le azioni che si producono…E questo impeto che Egli impresse ai corpi celesti non si è indebolito né è venuto meno in seguito, dato che tali corpi non possedevano alcuna inclinazione verso altri movimenti, e dato che non esisteva neppure una resistenza che avrebbe potuto corrompere e reprimere quell’impeto”. Questa idea, espressa in uno dei commentari all’opera cosmologica aristotelica, I Cieli, fu accolta largamente in Europa, grazie anche allo sviluppo ulteriore portato avanti dal discepolo di Buridano, Nicola d’Oresme, prima suo successore alla Sorbona e poi vescovo della città di Lisieux. Per tale ragione, fu facile ai grandi geni, da Copernico a Galileo, passando per Newton, Cartesio e Keplero accettare l’idea decisiva che tutti i corpi sulla Terra, ne condividessero e il moto rotazionale e il moto orbitale. Buridano, in primis, e Nicola D’Oresme, seppur imperfettamente, avevano preparato il terreno culturale adatto alla nascita della scienza, cioè allo studio e al controllo degli aspetti quantitativi delle cose, misurabili in grammi, secondi e centimetri. Nulla nasce all’improvviso, meno che mai le grandi Rivoluzioni…Una riprova di ciò, è data dal fatto che, ancora oggi, nella Biblioteca dell’Università di Cracovia- dove studiò Copernico, esistono diverse copie dell’autografo di Buridano: altre si trovano sparse nelle biblioteche di tutta Europa. La storia, a questo punto, si fa ancor più intrigante e presenta, sullo sfondo, il motivo teologico cui accennavo prima. Vediamo il perché. In realtà, il primo a intravedere il principio d’inerzia era stato un celebre musulmano: Avicenna, famoso e acuto commentatore di Aristotele. Tuttavia, furono proprio i pregiudizi aristotelici-, un panteismo che considerava l’universo divinamente perfetto, sferico e in moto circolare eterno- a non farli percepire l’importanza di quel che aveva compreso, cambiando, così, la storia del mondo…Buridano, infatti, grazie alla sua matrice teologica, la fede nella creazione ex nihilo et in temporibus, in rispetto al dogma espresso nel IV Concilio lateranense (1215), trovò perfettamente naturale supporre che il moto inerziale fosse stato impresso in un momento iniziale, quello della creazione. Diversamente, per ragioni culturali, pensava Avicenna, il quale rifiutava in modo assoluto un punto d’inizio. Parimenti, tutto il mondo culturale greco, Aristotele e Tolomeo compresi- respingeva con forza l’idea di un inizio assoluto del moto. Il mondo “doveva”essere increato, senza fine e senza inizio. Diversamente, per un cristiano era “obbligatorio”credere in tale inizio e, dunque, ricercare in tal senso. Le parole di Jaki, su questo punto, sono illuminanti. “Siccome un cerchio non contiene un punto diverso dagli altri, un movimento circolare non evoca un punto di partenza assoluto. Imprigionato da questa visione del mondo Avicenna non potè trovare in essa un invito ad applicarvi la sua idea di moto inerziale. Fu così che il mondo musulmano perse la sua occasione d’oro di arrivare per primo a formulare una fisica che gli avrebbe permesso il controllo del mondo fisico”. Impressionante e inaspettato…

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