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Domenica, 20 Ottobre 2019

Uno dei grandi meriti di papa Francesco durante l’ormai arcinoto colloquio svoltosi a Santa Marta con il giornalista Eugenio Scalfari, riguarda l’aver incalzato il noto interlocutore a definire in cosa crede. Questa, l’imbarazzante risposta di Scalfari: “L’Essere è un tessuto di energia. Energia caotica ma indistruttibile e in eterna caoticità. Da quell’energia emergono le forme quando l’energia arriva al punto di esplodere. Le forme hanno le loro leggi, i loro campi magnetici, i loro elementi chimici, che si combinano casualmente, evolvono, infine si spengono ma la loro energia non si distrugge. L’uomo è probabilmente il solo animale dotato di pensiero, almeno in questo nostro pianeta e sistema solare. Ho detto è animato da istinti e desideri ma aggiungo che contiene anche dentro di sé una risonanza, un’eco, una vocazione di caos”. Inoltre, quasi come per magia e senza spiegare perché, da questo Essere, poi, sorgono le forme e gli enti. Pur nella confusione logica e terminologica oltre ad una chiara ignoranza di leggi scientifiche basilari, a fatica, si “riconoscono”, in questa definizione, alcuni tratti tomisti, vedi anche l’uso della maiuscola per indicare l’Essere, probabile retaggio della passata cultura cattolica di Scalfari.

Parafrasando il noto proverbio “la montagna ha partorito il topolino”, si resta stupiti nel costatare come uno dei più acclamati intellettuali nostrani basi il suo ateismo “razionale”su una serie di enunciati senza né capo né coda! Uno degli errori più evidenti è quello definito dai logici greci come metabasis eis allo genos, cioè la confusione dei piani:, in generale, non si possono paragonare grandezze esprimibili in grammi, centimetri e secondi, come l’energia, con concetti come Essere, forma, legge che, diversamente, sono qualitativi. Con un esempio tutto sarà più chiaro. Se dico: “Il tavolo è lì”, non posso poi chiedermi quanto pesa o quanto è lunga la è del verbo essere! Il nostro linguaggio, per mezzo del quale esprimiamo il reale, è un tessuto di parole che possono o no entrare in relazione tra loro: questa relazione, dunque, non è casuale, ma deve sottostare alle regole della grammatica. La possibilità del collegamento fra le parole per mezzo delle quali costruiamo i nostri enunciati, tutti, anche quelli usati da Scalfari, viene dal verbo essere, che permeando ogni cosa, funziona come un connettivo universale, trasversale a tutti i generi. In questo modo, dire l’Essere è un tessuto di energia, è un vero non senso; in filosofia, come nelle scienze galileiane, la precisione, anche terminologica, è d’obbligo: pertanto, dire energia significa, inequivocabilmente, dire, dopo la famosa scoperta di Albert Einstein (1879-1955), che l’Essere è un tessuto di mc2, cioè di massa moltiplicata per la velocità della luce al quadrato! Non c’entra assolutamente nulla! Inoltre, che un così alto esponente della cultura razionalista, fedele seguace dello spirito e della lettera del “secolo dei lumi”, -e, dunque, teoricamente informato su tutti gli ultimi sviluppi della Scienza -parli di energia caotica e indistruttibile, a oltre un secolo e mezzo dalla scoperta della termodinamica, ha del paradossale! Le sue affermazioni sembrano copiate pari pari dall’Anti-During di Engels (1820-1895), che scrisse: ” La materia senza moto è inconcepibile come il moto senza materia. Perciò il moto non si ferma e non si distrugge, come la materia stessa”. Lo stesso Engels, poi, dall’opera, Dialettica della materia, come disse lo storico della scienza, fisico e monaco benedettino Stanley Jaki (1924-2009), non perdeva occasione per tacciare di imbecillità i creatori della termodinamica, Clausius e Thomson (Lord Kelvin), dato che avevano affermato che l’universo stava esaurendosi. Parafrasando E. Bloch (1885-1977), se l’Ideologia precostituita e le scoperte scientifiche non concordano, tanto peggio per le scoperte, con buona pace dei proclami inneggianti la ragione illuminata, castigatrice dell’oscurantismo cattolico! Quanto al Caos e al suo significato comunemente inteso di totale arbitrio di un sistema, in scienza, semplicemente, non esiste, anzi. Oggi, giustamente, si parla di caos deterministico, che è la negazione stessa del caos, poiché è determinato, anche se noi non siamo in grado di misurare con esattezza le condizioni iniziali di un dato sistema. Il merito di aver precisato il caos deterministico va al matematico e meteorologo Edward Lorenz (1917-2008). Così il prof. Zichichi, ne ha sintetizzata l’opera: ”Una vera teoria matematica del Caos dovrebbe avere come base un sistema di equazioni che, partendo da condizioni rigorosamente identiche, riuscisse a dare risultati completamente diversi. Questo sarebbe il vero, autentico, rigoroso, Caos matematico. Finora nessuno è mai riuscito a costruirlo. Quindi, dal punto di vista matematico, il Caos non esiste”. Diversamente, la speculazione sull’Essere è la più alta mai raggiunta dall’umanità ed è massima in San Tommaso d’Aquino(1225-1274). Per l’aquinate, Dio è ipsum Esse per se subsistens, il Quale partecipa il suo essere, chiamandolo all’esistenza, a ogni ens non subsistens, cioè a ogni cosa creata, uomo compreso. La concezione scalfariana, poi, nega, ma può farlo solo a parole, anche un altro pilastro, che la nostra ragione coglie, essere radicato nelle cose: l’agens agit simile sibi, cioè il fatto constatabile da tutti, che ogni agente produce qualcosa che gli è simile in qualche modo. Un esempio evidente è dato dalla somiglianza tra genitori e figli; chissà quante volte, nella nostra vita, abbiamo detto: è tutto suo padre o è tutta sua madre! Il creato nel suo insieme, dunque, dalle stelle alle piante, da noi stessi al gattino col quale giochiamo, reca in sé un’impronta dell’agente che lo ha fatto. Se guarderemo alle cose in maniera profonda e non superficiale, coglieremo in esse quegli aspetti che sono il riflesso dell’Altro che le ha fatte…In soldoni, il principio di causa così come, a fortiori, quello di non-contraddizione non può essere negato. Il padre gesuita Guido Sommavilla in modo insuperabile, così sintetizzò questo concetto: ”Aristotele ha ricondotto tutta la varietà dei pensieri umani logici a tre ultimi o primi principi: 1) identità (contraddizione) 2) causalità 3) finalità (…) Quelli stessi che hanno negato, in base ai nuovi principi, validità all’uno o all’altro dei tre principi, o a tutti e tre (per esempio, Hegel, Marx, Engels, Lenin), l’hanno, di fatto, negata mediante discorsi (…) tutti impastati dei principi che si impugnavano. Per accorgersene basta aprire a caso una qualsiasi pagina, per esempio della Scienza della logica di Hegel”. Scalfari, dunque, è in buona compagnia…Cosa c’entra Cartesio(1596-1650) in tutto ciò? E’ presto detto. La chiarificazione migliore, in questo campo, la diede il grande filosofo e sacerdote stimmatino Cornelio Fabro (1911-1995), a proposito del quale, sono più che mai attuali le parole dette quasi venti anni fa dallo scrittore Eugenio Corti: ” Minimo come sono, m’è capitato più volte di chiedermi (e me lo chiedo tuttora) come mai il mondo cattolico non abbia utilizzato —per difendersi— il mirabile strumento messo a sua disposizione da Padre Cornelio Fabro, con l’analisi ineccepibile del progressivo asservimento della teologia cattolica alla linea di pensiero Kant—Hegel—Heidegger (asservimento nel nostro secolo operato soprattutto dal gesuita tedesco Karl Rahner, un personaggio che in campo teologico ha messo in moto una frana per certi aspetti analoga a quella avviata da Maritain in campo politico)”. Fabro, in una monumentale opera in due volumi, Introduzione all’ateismo moderno, descrisse in maniera puntuale le tappe che portarono dal cogito cartesiano all’inevitabile ateismo dei giorni nostri: percorso compiuto non soltanto da Scalfari, ma anche, ormai, dalla classica “casalinga di Voghera”. Sintetizzando al massimo, il filosofo stimmatino mostrò come il cogito- Io penso- equivalesse al volo- (Io voglio)-, dunque Cartesio non fu costretto a quella scelta dall’evidenza delle cose, ma unicamente dalla sua volontà. In questo modo l’Io fu assolutizzato e anziché essere scolaro delle cose, cioè dell’esse -come asserivano gli scolastici-, divenne il paradigma alla luce del quale, tutto il resto doveva essere interpretato: persino il Creatore e la morale non furono più considerati oggettivi, ma solo come contenuti della coscienza umana e a essa subordinati! Fu il trionfo del soggettivismo- più volte condannato da papa Francesco- e, quindi, Scalfari, così come la “casalinga di Voghera”, sono “legittimati”, nel bazar delle ideologie moderne, a costruirsi liberamente il loro dio, secondo i gusti e le sensibilità personali, in maniera assolutamente indipendente dai dati dell’esperienza comune. Invece, il Concilio Vaticano I aveva insegnato, che Dio si può conoscere naturalmente, per mezzo di un’inferenza spontanea, dall’evidente ’insufficienza del reale che ci circonda, per poi risalire a Lui, attraverso il principio di causa. A inceppare questa risalita dalle cose create al Creatore, mediante la causa, si è inserito prepotentemente il cogito-volo cartesiano. Tale meccanismo è stato sintetizzato efficacemente, dal teologo e filosofo Don Piero Cantoni: ”Ovunque vi è un passaggio logico da fare può intervenire la volontà per bloccare il cammino dell’intelligenza”. In pratica, è il ritratto preciso di quel che avviene ai nostri giorni. Questo è il contesto nel quale siamo chiamati, dal Padre Celeste, a lavorare e a collaborare con Lui Se non riusciremo a leggere l’ora presente, come i cani, abbaieremo alla Luna. Magari sarà un bell’abbaiare, nel quale, come narcisi, ci specchieremo sicuri e tronfi del nostro agire da duri e puri, che non si piegano davanti a niente e nessuno: ma avremo fallito nel nostro compito principale: evangelizzare il nostro prossimo, partendo da come egli è, ora e qui, e non come ci piacerebbe che fosse. Questo, credo, è quanto papa Francesco sta cercando di dirci.

cop stiamo freschi lomborg

 

Spesso i giornali, i notiziari televisivi lanciano grida allarmistiche sull’ennesima emergenza ambientale imputabile al riscaldamento globale e ai gas serra. Il panorama è sempre lo stesso: enormi cifre di morti per il caldo, enormi blocchi di banchisa che si staccano dai poli, orsi polari e pinguini prossimi all’estinzione, uragani d’insolita violenza, oltre straripamenti e inondazioni a tutte le latitudini.

In pratica da anni si predica, “paura, terrore, disastri”, “E’ un repertorio diffuso ovunque e generalmente utilizzato in tutto lo spettro ideologico, concludeva in un rapporto l’Institute for Public Policy Research (IPPR), in manifesti e giornali scandalistici, in riviste popolari e in materiale informativo di governi e gruppi ambientalisti. E’ caratterizzato da un lessico esagerato o estremo, toni di urgenza e taglio cinematografico. Usa coloriture quasi religiose i concetti di morte e di fato, e adotta un linguaggio pressante e assertorio”.

Recentemente perfino il COMECE, l’organismo che raccoglie le Conferenze episcopali cattoliche dell’Unione Europea, in un seminario arriva alle stesse conclusioni dando la colpa di tutto questo all’uomo occidentale, che continua a bruciare combustibile fossile e divora le risorse in modo scriteriato. Per questo è necessario introdurre legislazioni vincolanti per mettere gli uomini in riga.

In un libro, che ho appena finito di leggere, viene sfatato questo atteggiamento di eco catastrofismo, ci pensa Bjorn Lomborg, con il suo “Stiamo freschi”. Perché non dobbiamo preoccuparci troppo del riscaldamento globale, pubblicato da Mondadori qualche anno fa. Lomborg lui stesso uomo di punta dell’ecologismo mondiale, è autore del molto discusso, L’ambientalista scettico, prende posizione contro l’ecocatastrofismo e confuta le tesi di certe associazioni ambientaliste, in particolare di Al Gore. “La paura da cambiamento climatico ha sempre eccitato la fantasia delle persone, come se si fosse davanti a un “evento a luci rosse”, scrive Lomborg.

Con dati alla mano il professore di statistica danese dimostra che il presunto riscaldamento globale è il frutto più di “slanci emotivi che di scelte scientificamente ponderate”. Il protocollo di Kyoto è troppo costoso e produce soltanto piccoli benefici, infatti ammesso che tutti i Paesi attuassero le sue direttive, i cambiamenti climatici sarebbero lievi: la temperatura si ridurrebbe di un impercettibile 0,5 C. Invece di spendere ingenti risorse finanziarie con molto meno si possono risolvere i gravi problemi che attanagliano la grande maggioranza della popolazione: fame, povertà, malaria, l’AIDS, la mancanza dell’acqua potabile, le fognature.

E Lomborg si chiede:“perché siamo stranamente concentrati sui cambiamenti climatici quando ci sono altri ambiti in cui esistono grandi bisogni e potremmo fare davvero tanto con i nostri sforzi?”. Come Al Gore concorda che abbiamo una missione generazionale, ma certamente la priorità non è il “global warming”, ma i problemi sociali. Non possiamo fare tutto, come pensano i politici, affetti da ideologia, non è realistico. Bisogna concentrarsi sui bisogni concreti e immediati della nostra generazione, “quelli che possiamo risolvere con facilità e senza grandi somme di denaro,prima di cercare di fronteggiare il problema a lungo termine dei cambiamenti climatici, che sarà così terribilmente caro e avrà ben pochi effetti benefici”

Lomborg essendo professore di statistica riesce a dimostrare con numeri e tabelle che addirittura il caldo fa più bene del freddo e sfata certe “leggende” delle morti per caldo nel continente europeo. Se le temperature aumentano non è una catastrofe, neanche l’aumento del livello del mare che viene drammatizzato agli occhi del pubblico. Come la favola delle Maldive sommerse a causa del riscaldamento che ci propina Greenpeace. Altro evento catastrofico propagandistico dell’ideologia ambientalista è quello degli uragani, e viene riproposto quello di Katrina a New Orleans. Forse la questione principale dei tanti morti a causa degli uragani, ma anche delle inondazioni dei fiumi è che oggi “molte più persone vivono in zone assai vulnerabili, disponendo di una maggior quantità di beni. In Florida, le contee di Dade e di Broward hanno oggi molto più abitanti di quanti ne avessero nel 1930 tutte le 109 contee che si estendono dal Texas alla Virginia, lungo le coste del golfo del Messico e dell’Oceano Atlantico”. Infatti alcuni ricercatori si sono chiesti se per caso nella prima parte del secolo le cose sono andate meglio solo perché c’erano meno persone e meno beni da danneggiare. E qui mi vengono in mente i disastri causati dall’alluvione di tre anni fa a Scaletta e Giampilieri nella Riviera Jonica messinese.

Per Lomborg basterebbero alcuni semplici provvedimenti pratici per far calare i danni totali del 90% circa e le perdite si ridurrebbero almeno della metà mettendo in atto misure poco costose e accessibili. Mentre Kyoto secondo Lomborg potrebbe farli abbassare soltanto dello 0,5% circa, mentre una semplice politica di prevenzione potrebbe ridurli del 50%, cioè cento volte di più. Quello di Katrina è “disastro annunciato”, bastava fare prevenzione.

Bjorn Lomborg sostiene con forza nel suo saggio brillante e documentato (26 pagine di note e ben 40 pagine di bibliografia) che le politiche climatiche non sono l’unica opzione. Ridurre l’anidride carbonica, non avrà conseguenze significative su nessuno dei problemi come la fame, la povertà o la malaria. “Esistono politiche sociali che ci consentirebbero sia di sfruttare i benefici del riscaldamento globale, riducendo le morti dal freddo, sia di contrastare quelle da caldo, meno numerose ma in crescita, grazie a città rese più fresche dalla presenza di acqua, parchi e superfici chiare, e grazie a una maggiore disponibilità di aria condizionata e di assistenza medica”.

Lomborg ama portare l’esempio degli orsi polari, che secondo gli ambientalisti stanno morendo a causa del riscaldamento, nel 1° capitolo sfata questo mito: “per ogni orso polare che salviamo grazie a Kyoto, possiamo salvarne più di ottocento abolendo la caccia”.

A questo punto ci sarebbe da chiedersi perché bisogna saltare sul carrozzone della catastrofe, come hanno fatto anche i vescovi della COMECE, e illustrare in modo parziale i tanti aspetti del riscaldamento globale e sfruttare la paura del disastro? Per vendere più giornali, attirare spettatori e ricevere attenzione? Probabilmente per ragioni ideologiche. Lo scrive su la NuovaBQ.it Riccardo Cascioli, riferendosi all’organismo ecclesiastico europeo, E’ questo uno degli esempi più eclatanti di quel “cristianesimo ideologico” denunciato da papa Francesco la settimana scorsa: una spruzzatina di spiritualità per dare una veste cristiana all’ideologia dominante, la citazione di un salmo o di una lettera di San Paolo per seguire ideologie alla moda senza dare nell’occhio. Come negli anni ’70 si seguiva il marxismo, oggi si segue l’ecologismo e diventa “profetico” installare pannelli solari per scaldare la parrocchia”.( R. Cascioli, Quando i vescovi diventano meteopatici, 24.10.13, LaNuovaBQ.it) Scorrere le relazioni svolte al seminario, è quantomeno sconfortante - scrive Cascioli - E’ la ripetizione di luoghi comuni, peraltro superati dalla realtà, spacciati per scienza indiscutibile (…)”. Perché allora l’organismo che riunisce tutti gli episcopati dell’Unione Europea sposa questa linea? Si domanda Cascioli, “I motivi possono essere vari, ma al fondo c’è una scelta essenzialmente ideologica, una riduzione delle Scritture a puro moralismo. Senza rendersi conto che l’ideologia ecologista è profondamente anti-umana e per ciò stesso anti-cristiana. L’uomo è infatti visto come un corpo estraneo rispetto all’ambiente che lo circonda, è il nemico della natura,  che – va da sé – senza la nostra presenza vivrebbe in perfetto equilibrio. C’è dietro una concezione negativa dell’uomo, tipica di un certo protestantesimo che, non a caso, genera forti tendenze totalitarie: se l’uomo, infatti, è intrinsecamente cattivo c’è bisogno di una autorità statale forte per limitare al massimo i danni che può fare. Che siano anche i vescovi cattolici a seguire questa strada non è decisamente una bella testimonianza. Forse gli episcopati nazionali dovrebbero vigilare meglio sulle attività che a proprio nome vengono effettuate in ambito europeo”. (Ibidem)

Gregorio XIII


Già dal medioevo-trecento- in tanti, grazie alla diffusione di precisi orologi meccanici nelle cattedrali, si erano accorti di uno sfasamento, ormai visibile, tra Anno Tropico e Calendario Giuliano, con conseguenti problemi e per la data della Pasqua e per la recita del breviario ecclesiastico; s’imponeva, dunque, alla vigilia del cinquecento, la riforma del Calendario. Dopo alcune proposte ritenute insoddisfacenti, si occupò del problema Papa Leone X, che durante il quinto concilio lateranense (1512-1517) fece trattare il problema, pur senza giungere a una conclusione. Uno dei grandi promotori dell’impresa fu il vescovo e matematico Ignazio Danti, che meglio di ogni altro convinse il papa della necessità, ormai improcrastinabile, della riforma del calendario Giuliano. Copernico aveva scoperto che la durata dell’Anno Tropico è variabile e Ignazio Danti l’aveva calcolata con una precisione mai vista prima di allora. Il Calendario Giuliano, sulla scorta dei calcoli di Sosigene, considerava la misura dell’Anno Tropico in 365 giorni e sei ore esatte; il Danti, scoprì, invece, il valore di 365 giorni 5 ore 48 minuti e 46.48 secondi: questa differenza provocava lo sfasamento del calendario con l’equinozio di primavera. Ignazio Danti aveva fatto costruire una grande meridiana nella Basilica di San Petronio a Bologna, con la quale aveva osservato i due solstizi del 1576. Costruì pure la meridiana della Torre dei Venti, in Vaticano, -primo nucleo della futura Specola vaticana-, con la quale secondo una vecchia tradizione- mostrò al Papa lo sfasamento tra Calendario Giuliano e data dell’equinozio. In pratica, al 21 marzo calendariale il raggio di Sole toccava la linea meridiana in un punto distante oltre mezzo metro da quello corrispondente al vero Equinozio. Papa Gregorio XIII istituì così una Commissione incaricata di vagliare i vari progetti di riforma calendariale pervenuti. Fra tutti, fu scelto quello di un medico di professione e astronomo per passione, calabrese: Luigi Giglio (Aloisius Lilius, 1510.1574). Il progetto-presentato postumo dal fratello Antonio- si basava sui seguenti punti cardine: 1) calcolo della durata dell’Anno tropico sulle tavole alfonsine, che dalla scoperta di Copernico - nell’impossibilità di ottenere un valore esatto-, consideravano una durata media dell’Anno Tropico, accuratamente calcolata. 2) Data dell’Equinozio fissata al 21 marzo, invece del ventiquattro come richiesto da una pletora di studiosi. 3) Calcolo dell’Epatta- età della Luna al primo gennaio- al fine di avere la data precisa del plenilunio di primavera. Prima si usava il ciclo metonico che combinava diciannove anni solari con 235 mesi lunari; il grande medico calabrese si accorse che anche questo ciclo era sfasato di quattro giorni e redasse apposite tabelle di correzione che allegò al progetto.

In pratica, per riportare l’equinozio in fase col calendario propose:

L’immediata soppressione dei giorni dal 5 al 14 ottobre 1582 compreso; poiché l’anno Giuliano ha un eccesso di settantotto decimillesimi di giorno l’anno, propose di togliere, rispetto alla normale procedura giuliana, tre anni bisestili ogni 400 anni mantenendo bisestili tutti gli anni divisibili per 400. In questo modo sono stati bisestili, ad esempio, il 1600 e il 2000, ma non il 1700,1800 e 1900. Ci fu solo un piccolo errore non corretto; in effetti, i settantotto decimillesimi cui facevo riferimento, moltiplicati per 400 non danno 3 ma 3,12: questa piccola discrasia comporta una differenza di ventisei secondi annui tra calendario gregoriano e Anno Tropico, che equivale a perdere un giorno ogni 3323 anni (!) e a portare all’inversione delle stagioni dopo ben 610 mila anni! Per tutte queste ragioni, il progetto fu approvato e lungo i secoli, gradatamente, si è affermato in tutto il mondo. Possiamo ottenere un calendario ancora più perfetto? Sì, ma sempre dal calendario gregoriano. Sentiamo Zichichi: ”Dobbiamo togliere dal Calendario Giuliano 3,12 giorni ogni quattro secoli non tre. Il calendario gregoriano resta quindi con 0,12 giorni in più ogni 400 anni. Il che fa tre giorni ogni diecimila anni. La concezione mistica del Tempo porta quindi al calendario perfetto la cui regola è: ”I giorni dell’anno sono 365, più uno ogni quattro anni, meno tre ogni quattro secoli, e meno tre ogni diecimila anni”.

E pensare che queste poche righe sono il condensato del pensiero di molti uomini lungo cinquanta secoli…

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