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Mercoledì, 18 Settembre 2019

Circa 100 milioni di anni fa l’Africa, staccatasi dal Sudamerica, iniziò la sua deriva andando successivamente a collidere con l’Europa ed originare con l’orogenesi alpina le nostre montagne. In tempi molto più recenti, circa 30 milioni di anni di anni fa, nell’area che comprende la Valsesia la spinta dell’Africa causò il ripiegamento dell’intera crosta terrestre, spingendola verso l’alto e facendo risalire le sue parti più profonde con tutto il sistema di alimentazione del supervulcano. Questo è avvenuto in corrispondenza della Linea Insubrica che a partire da Ivrea percorre tutte le Alpi lungo il limite tra la zolla africana e quella europea.

Così, grazie a questo processo qui descritto in modo molto semplice, oggi possiamo osservare direttamente quello che succedeva nella crosta terrestre sotto al vulcano fino a profondità di circa 25 chilometri: lo si vede percorrendo in discesa la valle, lungo il fiume Sesia, da Balmuccia (la parte più profonda del vulcano risalita in superficie) fino a Prato Sesia. È una situazione unica al mondo e continuare a studiarla consentirà di migliorare la comprensione dei sistemi magmatici con evidenti benefici per il monitoraggio dei vulcani attivi”.

La presenza del supervulcano nelle valli del Sesia, abbinata alla vasta area di Wilderness rappresentata dall'area montuosa del Parco nazionale della Val Grande che si estende tra Ossola e Lago Maggiore, ha portato nel settembre 2013 al riconoscimento da parte dell'Unesco del Sesia Val Grande Geopark. Questo ha consentito all’Italia di essere il primo Paese in Europa, il secondo al Mondo per numero di Geoparchi; un richiamo per studiosi e turisti da tutto il mondo che possono visitare le grandi ricchezze geologiche, naturalistiche, storiche e culturali.

 

Nel cuore delle Alpi occidentali, nella parte più settentrionale del Piemonte al confine con la Valle d’Aosta e la Svizzera, c’è il fossile di un supervulcano e noi saremo lì, scenderemo a vederlo da vicino durante La Settimana del Pianeta Terra” ha affermato Alice Freschi, Presidente Associazione Geoturistica Supervulcano Valsesia al Corriere del sud, annunciando la spettacolare escursione che vedrà protagonista il Supervulcano scoperto nella Valle del Sesia ed in programma durante La Settimana del Pianeta Terra organizzata, solo in Italia, dalla Federazione Italiana Scienze della Terra. “Saremo ai piedi del Monte Rosa – ha proseguito Freschi– e vedremo il S. Monte di Varallo uno dei sette Sacri Monti riconosciuti dall’Unesco come Patrimonio dell’Umanità di grande valore artistico. Entreremo in un vero Museo all’aperto con continue e straordinarie opere lungo l’escursione. Ammireremo i vigneti ed i terreni strettamente legati alla presenza del supervulcano.

Il merito della scoperta di questa realtà geologica – è infatti qui esposto il sistema di alimentazione di un vulcano, caso unico al mondo - va ai professori Silvano Sinigoi dell’Università di Trieste e James E. Quick della Southern Methodist University di Dallas, che da oltre trent’anni studiano la geologia del bacino del Sesia.

In Valsesia da oltre cento anni si sapeva infatti dell’esistenza di rocce vulcaniche  ma non ne era chiara l’origine e che tutte avessero all’incirca la stessa datazione”.

La storia ha inizio circa 290 milioni di anni fa quando sulla Terra esisteva un unico ed enorme continente, la Pangea, che comprendeva tutti i continenti come li conosciamo oggi. La zona della futura Africa, ancora attaccata a quello che è ora il Sudamerica, era teatro di eruzioni vulcaniche disastrose, spesso esplosive.

“È una situazione straordinaria unica al Mondo. Vedremo direttamente e da vicino quello che accadde milioni di anni fa nella crosta terrestre sotto al vulcano fino ad una profondità di 25 chilometri, nel cuore delle Alpi” dichiara Freschi...

“Qui, circa 280 milioni di anni fa e dopo quasi dieci milioni di anni di eruzioni – ha concluso Freschi -  dove si era formato un grosso complesso vulcanico è avvenuta la catastrofe: il vulcano è collassato formando una voragine di almeno 15 chilometri di diametro. In poco tempo sono stati sparati in aria più di 500 chilometri cubi di materiale piroclastico, nubi ardenti e ceneri, che hanno sicuramente oscurato il cielo per anni.

Mentre il Brain Training (l’allenamento del cervello) è diventato solo di recente un tema attuale, l’importanza dell’attività fisica gode già da tempo di una consolidata considerazione nella nostra società.

L’allenamento fisico non è solo un ‘must’ per i più giovani o per gli amanti del corpo palestrato, per chi vuole sfoggiare addominali o muscoli definiti. Lo sportha assunto un ruolo sempre più importante nella vita quotidiana anche di tutti coloro che hanno deciso di abbracciare la filosofia di uno stile di vita corretto e che vogliono unire ad una buona alimentazione anche del sano movimento.

Partendo dai benefici sul funzionamento del cuore e dagli equilibri cardiovascolari, fino ad arrivare ai muscoli tonificati e al miglioramento del funzionamento generale del nostro organismo, l’attività sportiva è diventata uno strumento chiave del quotidiano, per mantenersi attivi e in salute, non solo per chi avanza con l’età. Sull’importanza di praticare sport c’è un gran consenso generale: l’invigorimento fisico porta a vivere una vita più lunga e sana e serena.

Con occhi ancora un po’ pieni di sfiducia viene invece visto il brain training, l’allenamento del cervello. Sulla sua efficienza le opinioni si spaccano in tendenze opposte, anche se lo stesso cerca con le filosofie di nuova generazione di farsi largo tra la folla e raggiungere un posto in prima fila, accanto alla cura e al mantenimento del corpo.

La parola 'brain training' è stata coniata nel 1980 da Siegfried Lehrl, psicologo tedesco che si è occupato nei suoi studi della misurazione e delle variazioni delle prestazioni mentali sia nelle persone sane che in quelle malate. Anche se l’introduzione di una parola apposita risale solo a tempi recentissimi, l’idea in sé risale già a tempi più antichi.

A differenza di un computer che memorizza dati e informazioni e impara una sola volta tutto ciò che deve, il cervello è molto più simile ad un muscolo che obbedisce alla stessa regola di base di tutti gli altri muscoli del nostro corpo: "use it or loseit". L'idea in sé potrebbe sembrare deprimente, ma l'analogia va oltre: comportandosi esattamente come un muscolo, il cervello può essere portato non solo a tornare in forma, ma anche ad avere una prestazione notevolmente migliorata.

Secondo diversi studi, il cervello raggiunge tra i 16 e i 25 anni d’età il suo livello maggiore di intelligenza e capacità di prestazione. Giochi e Rebus come Sudoku o le parole crociate vengono considerati dei passatempi interessanti e utili per le persone che vogliono tenere sveglia la mente.

Copertina_Marchesini_La psicologia e san Tommaso

Una delle tendenze culturali più insidiose degli ultimi decenni è stata senz'altro la formidabile ascesa della psicanalisi freudiana che è entrata a pieno titolo, in un arco di tempo relativamente breve, come magna pars della cultura mainstream. Libri di e su Freud affollano ormai gli scaffali di intere librerie mentre i suoi approcci e i suoi canoni interpretativi sono diventati nel frattempo intellettualmente condivisi sia dalla classe medica che dall'uomo della strada. Cinema, teatro e letteratura, da parte loro, hanno contribuito in modo tutt'altro che marginale a fare da preziosa cassa di risonanza a questa operazione (letteramente esplosa negli anni intorno alla Contestazione del 1968) rinnovando continuamente l'attualità dello studioso austriaco. Duole ammettere che a fronte di questo vero e proprio attacco frontale all'origine e allo scopo della natura e della persona umana che - nell'ottica freudiana - venivano ridotte unilateralmente alla sola dimensione materialistica (peraltro deformata) la risposta della comunità cristiana è stata per tanti, troppi anni un imbarazzato silenzio. Ben venga quindi questo volume di Roberto Marchesini (cfr. La psicologia e san Tommaso d'Aquino. Il contributo di padre Duynstee, Anna Terruwe e Conrad W. Baars, D'Ettoris Editori, Crotone 2013, pp. 88, Euro 9,90) che proseguendo un cammino avviato anni fa con lo studio e la diffusione degli scritti (inediti in Italia) dello psichiatra e psicologo austriaco Rudolf Allers (1883-1963), continua a proporre al grande pubblico, come agli specialisti, possibili voci alternative - scientificamente plausibili - ma decisamente fuori dal coro rispetto alle scuole psicanalitiche tuttora dominanti (e riconducibili non solo a Freud, ma anche allo psichiatra svizzero Carl Gustav Jung (1875-1961)). Come spiega infatti il Segretario Generale della Federazione Internazionale delle Associazioni Mediche Cattoliche (FIAMC), Ermanno Pavesi, nell'“Invito alla Lettura” (pp. 9-14) che apre l'opera, la 'lezione' di Jung - accolta da numerosi discepoli e feconda di rilevanti conseguenze pratiche - è consistita perlopiù nel sostenere che “solo il distacco dal cristianesimo avrebbe consentito di scoprire la complessità dei dinamismi psichici e la loro conflittualità” (pag. 10), sancendo così l'addio a ogni residua possibilità di accordo tra i dati della Rivelazione e la moderna psicologia del profondo.

Contro questa interpretazione, però, si sono ammirevolmente battuti, fin dalla seconda metà del Novecento, due psichiatri cattolici olandesi, Anna Terruwe (1911-2004) e Conrad Baars (1919-1981) che hanno invece “riconosciuto la validità dell'antropologia di Tommaso d'Aquino” e hanno cercato, conseguentemente, “di conciliarla con le teorie della psicologia del profondo moderna” (pag. 14) arrivando a inquadrarne anche i principali disturbi clinici. Si tratta quindi di un lavoro pionieristico, ancora troppo poco noto in Italia e invece decisamente da rivalutare come scrive – a seguire – lo studioso argentino Martin F. Echavarrìa nella successiva “Presentazione” (pp.15-22). Ancora oggi, in effetti, “le filosofie, e in particolare le antropologie sulle quali si fondano la maggior parte delle scuole di psicoterapia, sono non soltanto lacunose, ma in generale apertamente contrarie alla sana ragione e a quello che sull'uomo ci insegna la Rivelazione” (pag. 16). Il dato fondamentale della centralità del libero arbitrio nelle azioni umane, ad esempio, o la dimensione costitutiva dell'essere umano quale “animale familiare” (pag. 20) che nasce e cresce all'interno di una famiglia, per citare solo due punti tra i tanti, vengono regolarmente oscurati dai 'professionisti' della psiche odierna secondo cui, tendenzialmente, la colpa o il male non derivano mai (o quasi mai) dal singolo che agisce contro ragione (e contro natura) ma dall'ambiente che lo circonda e lo plagia, dalla 'società', dalla 'scuola', dalle 'strutture', dallo 'Stato' eccetera. La famiglia quale prima cellula della società, nonché luogo essenziale di apprendimento del reale, poi, rappresenterebbe uno di quegli ostacoli da rimuovere per il 'libero' sviluppo del singolo e quindi qualcosa (comunque di 'culturale' e di costruito, non di biologico e preesistente) da combattere in ogni modo.

Ripercorrendone la biografia e la produzione bibliografica l'Autore spiega che i due studiosi olandesi si sono formati alla scuola del padre redentorista Willem Jacobus Antonius Joseph Duynstee (1886-1968), teologo morale di vaglia (fu docente e poi rettore dell'Università Cattolica di Nijmegen) che tenne coraggiosamente le posizioni dottrinali in anni certo non facilissimi per il cattolicesimo olandese. Fu grazie ai suoi iniziali studi critici, d'impostazione tomista, sulla teoria della repressione freudiana che Terruwe e Baars poterono in seguito elaborare dei solidi modelli clinici che, riprendendo la dottrina delle passioni dell'Aquinate, riuscivano a dare comunque conto dei risultati della più recente esperienza clinica mostrando come delle riflessioni più tardi confluite anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica promulgato da Giovanni Paolo II (1992) potessero essere suffragate anche da un punto di vista strettamente psicanalitico. Il bello è che, come spiega ancora Marchesini approfondendo la categoria ermeneuticamente-chiave, da un punto di vista terapeutico, degli 'atti liberi' - ovvero quelli determinati direttamente dalla volontà - “il concetto di peccato originale é fondamentale sia dal punto di vista antropologico e psicologico che da quello morale e penale” (pag. 66) nonostante la società contemporanea – come noto – si fondi in larga parte sull'assunto opposto, seguace com'è, in questo ma non solo in questo, dell'idea giustificazionista del pensatore ginevrino Jean-Jacques Rousseau (1712-1778) “secondo la quale l'uomo sarebbe buono per natura e senza peccato originale”. Anche qui, però, ricordando l'indimenticabile, e ancora di san Tommaso, “contra factum non valet argomentum”, le evidenze della realtà sembrano essere decisamente diverse rispetto all'ideologia di comodo. Chiudono l'opera una sintetica “Postfazione” del teologo domenicano padre Giovanni Cavalcoli e un'utile “Appendice” con la descrizione schematica di alcuni princìpi aristotelico-tomisti e della loro applicazione clinica. Il risultato finale è un riuscito 'antidoto' al pensiero unico e una salutare, c'è da sperare che sia solo agli inizi, inversione di tendenza nei nebulosi sentieri della psicanalisi dei giorni nostri.

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