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Martedì, 14 Luglio 2020

Sarà il Consiglio di Stato di Turchia a determinare la sorte del complesso di Santa Sofia a Istanbul, secondo quanto dichiarato nei giorni scorsi dal presidente turco Recep Tayyip Erdogan. Il presidente della Turchia ha affermato che il Consiglio di Stato si esprimerà domani 2 luglio sulla possibilità che Santa Sofia - ora museo statale e patrimonio Unesco - venga ritrasformata in edificio di culto come moschea. Erdogan ha più volte espresso la volontà di riconvertire l'edificio, inizialmente costruito come cattedrale nell'allora impero romano d'Oriente nel 537, tramutato in moschea il 29 maggio 1453 e poi in museo nel 1935. Il 29 maggio scorso, presso il museo di Santa Sofia si è tenuta la lettura di una sura del Corano e una sessione di preghiera per ricordare il 567mo anniversario della conquista ottomana di Costantinopoli. I disegni di Erdogan sul futuro di Santa Sofia incontrano l'opposizione delle frange più secolari della popolazione turca. (Res)

Santa Sofia  è uno dei principali monumenti di Istanbul. Si trova nel distretto di Fatih, nel mahalle di Sultanahmet. Dedicato alla Sophia (la sapienza di Dio), dal 537 al 1453 l’edificio fu cattedrale Greco-cattolica e poi ortodossa e sede del Patriarcato di Costantinopoli, a eccezione di un breve periodo tra il 1204 e il 1261, quando fu convertito dai crociati a cattedrale cattolica di rito romano sotto l'Impero latino di Costantinopoli.

Ortodossi e Stati Uniti contro la conversione in moschea di Hagia Sophia L’ex cattedrale di Santa Sofia ha funto da sede e simbolo della cristianità ortodossa dal 537 al 1453, rappresentando la massima espressione dell'architettura bizantina ed il cuore dell’impero romano d'oriente. Dopo la presa di Costantinopoli, l'edificio fu trasformato in moschea e tale rimase fino alla fine dell’era ottomana e all'ascesa della repubblica. Kemal Ataturk, il padre della Turchia moderna, laica e con lo sguardo rivolto ad Occidente, decise di convertirla in un museo per mostrare agli alleati europei quanto fosse netta la rottura con il passato.

Secondo Pompeo, mantenendo lo status di museo Santa Sofia continuerebbe a essere per la Turchia "un esempio del suo impegno al rispetto delle tradizioni religiose e delle diverse storie che hanno contributo alla Repubblica di Turchia" e rimarrebbe accessibile a tutti. "Gli Stati Uniti considerano il cambio di status di Santa Sofia come un danno all'eredità di questo edificio notevole e di un'abilità non superata, così raro nel mondo moderno, nell'ottica di servire l'umanità come un quanto mai necessario ponte tra coloro che appartengono a differenti tradizioni religiose e culture", ha affermato Pompeo
 
Con una mossa che ha scioccato gli Stati Uniti e la Chiesa greco-ortodossa, il presidente Recep Tayyip Erdogan vuole convertire di nuovo l'edificio al culto musulmano. Già per la festa che celebra la conquista di Costantinopoli da parte degli ottomani, il 29 maggio, il leader turco ha consentito che fra le sue mura si tenesse di nuovo la preghiera. Erdogan spera di mantenere il sostegno dei conservatori e forse anche distrarre dai guai economici innescati dal coronavirus. Il crollo del turismo, in particolare, ha colpito con durezza proprio Istanbul, la città natale del presidente e la sua base di consenso maggiore. Ma sia il Dipartimento di Stato americano che la chiesa greco-ortodossa hanno esortato Erdogan a riconsiderare il piano.

Hagia Sophia ha un «significato spirituale e culturale per miliardi di credenti in differenti fedi in tutto il mondo», ha sottolineato l'ambasciatore del dipartimento di Stato per la libertà religiosa: «Chiediamo al governo turco di mantenerla come patrimonio dell'Unesco e nello stato attuale di museo». Il patriarca di Costantinopoli, Bartolomeo I ha ribadito invece al Washington Post che è «rattristato» dalla proposta di conversione. Ma per il presidente dell’Akp, Numan Kurtulmus, l’edificio «è la prova delle nostre rivendicazioni in questa regione, è la spada del nostro diritto di conquista». Il riferimento è all’usanza ottomana di convertire in moschea il principale tempio di una città quando veniva conquistata.

Lo status laico della struttura ha iniziato a diventare fonte di insofferenza per una parte dell'opinione pubblica e del mondo politico nell'ultimo decennio, in concomitanza con la progressiva re-islamizzazione della società portata avanti dall’Akp. Gli eventi ed i segnali che hanno preceduto la storica decisione di Erdogan sono stati molteplici: dal 2013 ai muezzin è consentito cantare internamente il richiamo alla preghiera (adhān) dai minareti dell'edificio per due volte al giorno, il 1 luglio 2016 è stato consentito l'utilizzo dei minareti per cantare il primo adhān rivolto all'intera città in occasione della notte del destino (Laylat al-Qadr), per la prima volta in 85 anni, mentre il 13 maggio ed il 21 giugno 2017 hanno avuto luogo, rispettivamente, una grande manifestazione dell’Anatolia Youth Association dinanzi l’edificio per chiederne il ritorno a moschea e la recita del Corano al suo interno in diretta televisiva, su Trt, sempre in occasione della notte del destino

Il 27 marzo dell'anno successivo viene dato l'annuncio storico da Erdogan in persona: Santa Sofia sarà convertita in moschea. La proposta del presidente turco, però, riceve un primo ed importante stop dall'Unesco: essendo la struttura in questione un patrimonio dell’umanità ed essendo la Turchia contraente della convenzione per la protezione del patrimonio mondiale, qualsiasi proposta di modifica dovrà prima essere sottoposta all’attenzione dell’ente e ricevere da questi l’approvazione.

La prima reazione alla notizia della riconversione, quando ancora era a livello ufficioso, è arrivata da Atene, dove si continua a ritenere il complesso di Santa Sofia come un elemento caratterizzante dell'identità nazionale greco-ortodossa. Era stata proprio questa intromissione a spingere il presidente turco ad apparire in televisione, sui canali Trt, per rompere il silenzio e confermare le indiscrezioni, condendo il tutto con delle minacce: “Stanno dicendo: Non trasformare Santa Sofia in una moschea. Comandate voi la Turchia, o noi comandiamo la Turchia? Non è la Grecia ad amministrare questa terra, perciò dovrebbe evitare di fare simili commenti. Se la Grecia non sa qual è il suo posto, la Turchia saprà come rispondere”.

Il giugno si è consumata l'ennesima forzatura: per la prima volta un imam ha condotto la lettura del Corano all'interno della basilica, per di più in diretta televisiva nazionale, come a sigillare il gesto di fronte a tutti gli abitanti della grande nazione. Istanbul è sede del patriarcato ecumenico di Costantinopoli, una delle cinque sedi principali stabilite dal concilio di Calcedonia del 451, e le reazioni da questo fronte non si sono fatte attendere: i vertici della Chiesa greco-ortodossa hanno definito il gesto una “incredibile provocazione”. Secondo il governo di Atene, “un atto anacronistico e incomprensibile, che dimostra mancanza di rispetto verso i cristiani ortodossi di tutto il mondo”.

Il piano di Erdogan, com'era prevedibile, ha ottenuto, da una parte, l'effetto di avvicinare l'intero mondo politico turco all’Akp e, dall'altra, di provocare la reazione della cristianità ortodossa, le cui chiese hanno iniziato ad esercitare pressioni sui rispettivi governi affinché, a loro volta, si rivolgessero ad Ankara. L’8 giugno, l'influente metropolita Hilarion, direttore del dipartimento per le relazioni esterne del patriarcato di Mosca, ha spiegato ai microfoni di Rossiya-24 che “ogni tentativo di cambiare lo status di museo della cattedrale di Santa Sofia condurrà a dei cambiamenti che romperanno il fragile equilibrio inter-confessionale, oggi esistente”. Hilarion ha auspicato, quindi, che la struttura continui a conservare la sua condizione museale e che non venga riconvertita in moschea.

Simili, ma più pesanti, dichiarazioni sono state rilasciate il 30 giugno dal patriarca ecumenico di Costantinopoli, Bartolomeo I, che ha avvisato Ankara delle possibili ripercussioni dell’evento dal punto di vista della convivenza fra cristiani e musulmani in tutto il pianeta: “La potenziale conversione di Santa Sofia in una moschea metterà milioni di cristiani in tutto il mondo contro l’islam”.

La Casa Bianca non è rimasta indifferente alle richieste di aiuto delle chiese orientali, anche perché Donald Trump ha cercato di presentarsi come un difensore della cristianità sin dalla campagna elettorale del 2016. Il 25 giugno, Sam Brownback, l'ambasciatore degli Stati Uniti per la libertà religiosa nel mondo, ha utilizzato Twitter per inviare un messaggio ad Ankara: “Santa Sofia è rivestita di un enorme significato spirituale e culturale per miliardi di credenti di diverse fedi in tutto il mondo. Ci appelliamo al governo della Turchia affinché ne preservi lo status di patrimonio dell'umanità Unesco e la mantenga accessibile a chiunque come museo”.

La risposta del governo turco è arrivata il giorno successivo per voce del viceministro degli esteri, Yavuz Selim Kıran, che ha replicato così al tweet di Brownback: “Hagia Sofia è un dono di Maometto II. Ogni decisione sul suo utilizzo è un nostro affare interno”.

Haghìa Sophia. E’davvero un luogo straordinario e unico al mondo: qui cadde nel 1453 l’Impero Romano d’Oriente. Da allora le croci sono state cancellate o rimosse e molti mosaici sono stati stuccati e coperti dalle eleganti decorazioni delle moschee. Si trova esattamente di fronte alla moschea Blu, motivo per cui si decise “politicamente” di trasformare la Basilica in un museo che oggi rappresenta la sintesi di due universi culturali: Islam e Cristianesimo. Un equilibrio delicato che oggi, rischia di essere sbilanciato dai venti politici che vorrebbero farla ritornare moschea.

Aya Sofya fu fatta costruire da Costantino come cattedrale della nuova capitale, ma fu conclusa solo dopo la sua morte, al tempo di Costanzo II che la fece ingrandire e diventare chiesa episcopale di Costantinopoli. Dopo un incendio fu riedificata da Teodosio II, e riconsacrata nel 415. Della basilica teodosiana sussiste ancora un piccolo edificio circolare laterale, la sacrestia. Nel 532, Giustiniano I, dopo l’incendio scoppiato in seguito alla rivolta di Nika, si impegnò a ricostruire la Basilica come la “più sontuosa dall’epoca della Creazione”.

Fu l’imperatrice bizantina Teodora, moglie di Giustiniano, ad insistere perché la Basilica di Santa Sofia fosse ricostruita ancora più grande, occupando anche parte dello spazio dell’Ippodromo di Costantinopoli, nel quale aveva avuto luogo la rivolta contro il marito. Giustiniano la accontentò. Fece arrivare materiale prezioso da ogni parte dell’impero: otto colonne di marmo verde da Efeso, otto colonne di porfido dal Tempio di Giove Eliopolitano di Baalbek, altre colonne di granito dall’Egitto.

Mise in campo squadre di diecimila operai al seguito degli architetti Artemio di Tralle (Aydin) – patrizio di Costantinopoli che l’impero durante la minorità di Teodosio II – e Isidoro di Mileto il vecchio, famoso architetto e matematico e fu incaricato da Giustiniano anche del restauro delle mura di Dara in Siria. L’imperatore stesso partecipò alla costruzione della Basilica suggerendo varie soluzioni ai problemi pratici incontrati. Per costruire la cupola, Giustiniano fece arrivare da Rodi mattoni di una terra particolarmente leggera, sui quali era scritto: “È Dio che l’ha fondata, Dio le recherà soccorso”.

La meravigliosa Basilica fu completata il 27 dicembre del 537. Per quattordici giorni si susseguirono le preghiere, le celebrazioni e le distribuzioni pubbliche di denaro. Si tramanda che, alla consacrazione della chiesa, l'imperatore disse: “Gloria a Dio che mi ha fatto degno di questo! Ti ho superato, oh Salomone!”. L’incoronazione dell’imperatore si svolgeva nell’ambone. Il primo ad essere incoronato in Santa Sofia fu Costante II nel 641 mentre il primo a ricevere la corona dalle mani del patriarca fu invece Leone I nel 457. Il trono veniva posto per l'occasione al centro dell’ombelico di porpora, una grande lastra di porfido circolare, circondata da altri dischi di colore diverso, a opus alexandrinum ancora visibile nella parte sudoccidentale della navata. Durante la Quarta crociata, con la presa di Costantinopoli nel 1203, Hagia Sophia venne saccheggiata e furono trafugate la Sacra Sindone, una pietra della tomba di Cristo, il latte della Vergine Maria e le ossa di numerosi santi.

Nel 1453, I Turchi conquistarono Istanbul mentre era in corso la messa del mattino. Entrarono a Santa Sofia, massacrarono la plebe, sequestrarono nobili e benestanti come merce da riscatto, uccisero i sacerdoti e fecero a pezzi l’icona sacra della Madonna, violarono la tomba del doge Enrico Dandolo (una pietra grigia, ancora visibile nella tribuna meridionale) che era stato tumulato in Santa Sofia nel 1205, e ne dispersero le spoglie.

Una leggenda racconta che quando entrarono i Turchi una parete si aprì davanti al sacerdote che vi stava officiando Messa: vi entrò con il sacro calice mentre il muro si richiudeva alle sue spalle. Sempre secondo la leggenda, ne sarebbe uscito solo quando Costantinopoli sarebbe tornata cristiana. Maometto II quando entrò a cavallo a Santa Sofia rimase senza parole, cosi come scrive lo storico Tursun Bey: “La cupola gareggia con le nove sfere del cielo [..], le pareti sono ricoperte, in luogo di intonaco, da frammenti di vetro e oro, cosicchè nessuno possa scoprirne le connessure; il pavimento è rivestito di marmi colorati tanto che chi guarda dalla terra al cielo ha l'impressione di vedere il firmamento, e chi guarda dal cielo alla terra ha l'impressione di vedere l'oceano ondoso .. Nella cupola un abile artista ha raffigurato un uomo che da qualsiasi parte lo si osservasse sembrava guardare l’osservatore”.

Erdogan a piu fronti, oltre l Agia Sophia, fascontri diplomatici con la Francia cosi tra i due Paesi, che si accusano a vicenda di giocare “un gioco pericoloso”, si sono intensificati nelle ultime settimane, con Parigi che ha puntato il dito contro Ankara per le ripetute violazioni dell’embargo Onu – peraltro denunciate anche dalla Germania – e tacciato il governo turco di essere un ostacolo al raggiungimento di un cessate il fuoco in Libia. Parigi ha anche chiesto un meccanismo di crisi che impedisca il ripetersi di un incidente tra navi da guerra turche e una imbarcazione francese nel Mediterraneo, episodio su cui sta indagando la Nato.

Dopo il trojan nel telefono di Palamara, spuntano altre intercettazioni. Risalgono a 7 anni fa e coinvolgono soggetti differenti: Silvio Berlusconi, il magistrato Antonio Esposito e il relatore-magistrato Amedeo Franco.

Le intercettazioni ambientali riguardano un commento alla sentenza che condannò al carcere Silvio Berlusconi nel 2013. Amedeo Franco - durante una conversazione telefonica con il Cav - ammette che è stato condannato ingiustamente e che tutto "è stato pilotato dall'alto". La sentenza definitiva riguardava una presunta appropriazione indebita di diritti tv. Ma così - e ora lo dimostrano pure i documenti e gli audio - non è stato.

Le carte oggi pubblicate in esclusiva da Il Riformista e gli audio choc mandati in onda a Quarta Repubblica fanno rabbrividire. Il magistrato - a modo suo - chiede scusa a Silvio Berlusconi per quel processo così fazioso. "A mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia - dice Amedeo Franco -. Tutti i miei colleghi e anche i suoi che pure non la supportano sono convinti che questa cosa sia stata guidata dall'alto. Lei doveva essere condannato a priori perché è un mascalzone".

la vicepresidente del gruppo Forza Italia al Senato, Licia Ronzulli. "Quanto andato in onda stasera a Quarta Repubblica è semplicemente sconvolgente, doloroso. L'audio del dottor Franco sulla sentenza di condanna a Berlusconi, reso pubblico da Il Riformista, evidenzia che la democrazia è stata truccata, alterata al punto da cambiare il corso della storia politica italiana, nonché da minare l'equilibrio tra i poteri dello Stato. E' semplicemente vergognoso che una certa magistratura utilizzi il proprio potere a fini di lotta politica, è un danno fatto non solo al presidente Berlusconi, alla sua famiglia e a Forza Italia, ma a tutti i cittadini che da stasera hanno la riprova che purtroppo esiste anche una giustizia non giusta. Ricordiamoci che se Berlusconi è fuori dal Senato è a causa di questa sentenza ingiusta e che oggi scopriamo essere pilotata".

 
Forza Italia chiede ora che si faccia una commissione d’inchiesta. Si tratta di una richiesta legittima e doverosa, che non le sarà concessa per il coordinato e congiunto intervento del Partito servo degli interessi stranieri e di quello dei manettari spinti. inoltre anche fosse concessa una commissione questa sarebbe nelle mani dei nemici della libertà e della democrazia e non condurrebbe a nulla. Abbiamo visto come l Commissione d’Inchiesta sulle Banche non abbia concluso praticamente nulla, anzi abbia permesso molte coperture proprio perché manovrata da una maggioranza "insabbiatrice".  

Le rivelazioni di Quarto Grado e Il Riformista unite alla sentenza definitiva civile sul caso dell’evasione fiscale completamente inesistente mostrano che tutti gli eventi del triennio 2011-2013 non furono altro che un colpo di forza vikkento. Con quell'atto fu annullata la politica italiana, stravolta  completamente la democrazia e fummo condannati ad un decennio di governi sotto tutela europea e dei poteri “Forti”, salvo la brevissima stagione del governo Giallo Verde. Ora i “Poteri forti” interni hanno nomi e cognomi, e quelli stranieri che li manovrano come dei pupazzi, ora sappiamo come  hanno operato. Non è un caso che La Repubblica ed il Corriere,mettano questa brutta , orribile, vicenda in secondo piano. Eppure un governo eletto dagli italiani fu rovesciato con delle accuse che, a distanza di 10 anni, si sono rivelate false e con giudici che ora mettono in luce la non correttezza del giudizio penale. Eppure Berlusconi ha scontato una condanna penale, per quelle accuse. Chi lo potrà ripagare? Chi ripagherà l’Italia dove la Democrazia è stata cancellata ed azzerata, consegnandola ad una tecnocrazia pasticciona e comandata da Bruxelles, Francoforte e Berlino? Cosa dobbiamo pensare ora del caso Palamara, delle accuse a Salvini e del processo giusto? Ed i casi Bibbiano e Bologna? Quante persone ritengono che oggi in Italia chi va in tribunale sia giudicato in modo corretto?

"È un complotto e non c'è dubbio". Piero Sansonetti, direttore del Riformista, spiega a Nicola Porro a Quarta Repubblica i dettagli dello scoop del suo giornale, che ha anticipato le carte in mano alla difesa di Silvio Berlusconi che proverebbero come la sentenza di condanna del 2013 nel processo Mediaset-Agrama per frode fiscale sia stata "pilotata dall'alto". Parole, queste, pronunciate in una intercettazione choc dal giudice Amedeo Franco, che era relatore della Cassazione in quella sentenza.

Il tribunale civile di Milano però ha smontato le accuse di frode fiscale a Berlusconi: nessuna fattura gonfiata, nessuna interposizione fittizia è emersa riesaminando le carte del processo. Mediaset aveva infatti avanzato una richiesta di risarcimento contro lo stesso Agrama, con i giudici che hanno riconosciuto come nessuna fattura era stata gonfiata all'epoca sulla compravendita dei diritti su alcuni film americani.

Ed ecco cosa e stato pubblicato al Riformista in esclusiva dello scoop che hanno fatto anticipato dalla quarta Repubblica da Nicola Porro  : «Berlusconi deve essere condannato a priori perché è un mascalzone! Questa è la realtà… a mio parere è stato trattato ingiustamente e ha subito una grave ingiustizia… l'impressione che tutta questa vicenda sia stata guidata dall’alto… In effetti hanno fatto una porcheria perché che senso ha mandarla alla sezione feriale? … Voglio per sgravare la coscienza, perché mi porto questo peso del… ci continuo a pensare. Non mi libero… Io gli stavo dicendo che la sentenza faceva schifo…».

In una seconda conversazione, sempre registrata, il dottor Franco sosteneva che «sussiste una malafede del presidente del Collegio, sicuramente…». E riferiva voci secondo le quali il presidente Esposito sarebbe stato “pressato” per il fatto che il figlio, anch'egli magistrato, era indagato dalla Procura di Milano per… “essere stato beccato con droga a casa di…”. E poi diceva ancora: “I pregiudizi per forza che ci stavano… si potesse fare…si potesse scegliere… si potesse… si poteva cercare di evitare che andasse a finire in mano a questo plotone di esecuzione, come è capitato, perché di peggio non poteva capitare…Questo mi ha deluso profondamente, questo… perché ho trascorso tutta la mia vita in questo ambiente e mi ha fatto… schifo, le dico la verità, perché non… non… non è questo, perché io … allora facevo il concorso universitario, vincevo il concorso e continuavo a fare il professore. Non mi mettevo a fare il magistrato se questo è il modo di fare, per… colpire le persone, gli avversari politici. Non è così. Io ho opinioni diverse della… della giustizia giuridica. Quindi… va a quel paese…».

Fermiamoci qui. continua il giornale di Sansonetti, Che vi pare? In piena magistratopoli c’è una nuova conferma che è più grande di tutte le precedenti. Spesso, molto spesso, la giustizia non ha niente a che fare con la giustizia. Le sentenze, qualche volta, o spesso – non possiamo saperlo – sono decise al di fuori dei processi e per motivi che non hanno niente a che fare con l’accertamento della verità. Talvolta in questo modo si rovinano vite. O reputazioni. Stavolta addirittura si è rovinato un partito e deviato il corso della politica nazionale. State sicuri che nessuno sarà chiamato a rispondere. Però fa rabbia. Figuratevi, Chi scrive mai ha votato per Berlusconi e mai e poi mai lo voterà. Lui è di centrodestra e io sono di sinistra, perché dovrei votarlo? Però sapere che è stata fatta con questi metodi vigliacchi la battaglia contro di lui, beh, sapere questo provoca dolore e paura.  
 
Il ‘processo Mediaset‘ nei confronti di Silvio Berlusconi per frode fiscale? Fu “un plotone d’esecuzione”. A dirlo il relatore in Cassazione, il magistrato Amedeo Franco, in una registrazione di cui è venuto in possesso Il Riformista  

Ci sono le prove che la sentenza che condannò Berlusconi al carcere, nel 2013, e che diede il via al declino precipitoso di Forza Italia, era una sentenza clamorosamente sbagliata. E perdipiù c’è il forte sospetto che lo sbaglio non fu dovuto solamente a imperizia dei giudici, ma – forse: scriviamo dieci volte forse – a un disegno politico del quale è difficile stabilire con precisione gli autori.

Prima a grandi linee e poi nel dettaglio. Scrive il Riformista, Berlusconi, come ricorderete, è stato condannato una sola volta (negli altri 70 processi che ha subito è sempre stato o archiviato o assolto o prescritto). Questa condanna – definitiva – risale al 1 agosto del 2013 (allora Forza Italia viaggiava sopra al 21 per cento dei voti). La sezione feriale della Cassazione che emise la sentenza di condanna era presieduta dal magistrato Antonio Esposito (che oggi è un editorialista del Fatto di Travaglio). Relatore era il magistrato Amedeo Franco.

A sette anni di distanza emergono delle novità molto importanti, contenute in un supplemento di ricorso alla Corte Europea (contro la sentenza della Cassazione) presentato giorni fa dagli avvocati di Berlusconi (Andrea Saccucci, Bruno Nascimbene, Franco Coppi e Niccolò Ghedini). Le novità essenzialmente sono due: una sentenza del tribunale civile di Milano che ribalta la sentenza penale; e una dichiarazione del dott Amedeo Franco – ripeto: relatore in Cassazione – che racconta come la sentenza di condanna di Berlusconi da parte della Cassazione fu decisa a priori e probabilmente teleguidata. Per questa ragione era una sentenza molto lacunosa dal punto di vista giuridico.  

La vicenda riguarda l’unica condanna in via definitiva dell’ex premier e leader di Forza Italia, condannato dai giudici della sezione feriale della Cassazione nell’agosto 2013 a 4 anni di reclusione per frode fiscale nel processo sui diritti Mediaset (di cui 3 coperti da indulto).

È successo che dopo la sentenza, scrive Sansonetti, il dottor Franco (cioè, ricordiamo di nuovo, il relatore in Cassazione) incontrò Berlusconi e commentò la sentenza e l'andamento del processo. Berlusconi non era solo, quando incontrò Franco, c’erano dei testimoni a questo colloquio, e uno dei testimoni registrò. Tra poche righe ricopiamo parte della trascrizione di questo colloquio. Prima vi diciamo che gli avvocati di Berlusconi sostengono che in questi anni non hanno usato la registrazione per rispetto del magistrato, che era rimasto in attività. L’altr’anno però il dottor Franco è morto, e ora gli avvocati di Berlusconi hanno deciso di usare la registrazione e l'hanno depositata nel ricorso alla Cedu. Qui mi limito a trascrivere un po’ di frasi. Sono frasi che fanno accapponare la pelle, specie se si pensa che questo magistrato non è uno qualsiasi, è stato il relatore nel processo a Berlusconi e, ragionevolmente, ne ha chiesto inutilmente l’associazione.  
 

All'indomani delle rivelazioni choc del magistrato (ora scomparso) Antonio Tajani manda un chiaro messaggio alla Commissione Europea, scrivendo direttamente alla presidente Ursula Von der Leyen.

L'ex presidente del Parlamento Europeo e attuale numero due di Forza Italia chiede l'aiuto anche dell'Ue per fare chiarezza su una vicenda torbida, che sette anni fa – con la susseguente entrata in vigore della Legge Severino – ha allontanato il Cavaliere dal Parlamento, rendendolo non più candidabile in Italia.

ll popolo uiguro e altre minoranze prevalentemente musulmane nella Regione Autonoma Uiguro dello Xinjiang, in Cina, stanno subendo persecuzioni intollerabili e sponsorizzate dallo Stato.

Esistono ora una serie di prove crescenti, relative all incarcerazione di massa, l'indottrinamento, la detenzione stragiudiziale, la sorveglianza invasiva, il lavoro forzato e la distruzione di siti culturali uiguri, compresi i cimiteri, insieme ad altre forme di abuso. Le stime del numero di persone internate vanno dalle centinaia di migliaia alla sconcertante cifra di tre milioni.

Nonostante le ripetute richieste, Xi Jinping e il governo della Repubblica popolare cinese non hanno permesso un'indagine indipendente su queste presunte atrocità.

Un nuovo rapporto pubblicato oggi presenta prove convincenti e allarmanti circa il drammatico declino dei tassi di natalità tra le comunità di minoranze etniche nella Regione dello Xinjiang e una politica statale invadente di prevenzione delle nascite, compresa la sterilizzazione femminile. Ciò può indicare che il governo cinese sta perseguendo e applicando una politica coordinata per ridurre la popolazione dei gruppi minoritari.

Il mondo non può rimanere in silenzio di fronte allo svolgimento di atrocità. I nostri Paesi sono vincolati da solenni obblighi di prevenire e punire qualsiasi sforzo per distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso "in tutto o in parte".

Pertanto, ci impegniamo in un'azione politica urgente in ciascuno dei nostri Paesi. I nostri governi devono sostenere una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per stabilire un'indagine internazionale, imparziale e indipendente sulla situazione nella Regione dello Xinjiang; devono agire per garantire che possano essere prese le appropriate determinazioni giuridiche sulla natura delle presunte atrocità; e non devono tralasciare alcuno sforzo nel perseguire un'azione politica rapida e decisa per prevenire l'ulteriore sofferenza del popolo uiguro e di altre minoranze in Cina.


Vi sono gravi indizi che il governo cinese stia agendo per ridurre drasticamente le nascite nelle minoranze musulmane dello Xinjiang. È quanto emerge in un rapporto rilasciato oggi dall'Alleanza interparlamentare sulla Cina (IPAC) e nella sua versione italiana dal Global Committee for the Rule of Law "Marco Pannella” (GCRL).

La ricerca, condotta dal Professor Adrian Zenz - uno dei maggiori esperti mondiali sulla situazione delle minoranze nella regione autonoma uigura dello Xinjiang - rileva che: I tassi di crescita della popolazione sono diminuiti dell'84% nelle due più grandi prefetture uiguri tra il 2015 e il 2018 e sono ulteriormente diminuiti nel 2019.

Documenti governativi del PCC prescrivono senza mezzi termini che chiunque violi i piani di controllo delle nascite per la popolazione uigura può essere punito con l'internamento in campi di "addestramento" e descrivono una campagna di sterilizzazione di massa femminile nelle aree rurali.

Secondo l'autore del Rapporto, i dati forniscono la prova più forte finora che le politiche di Pechino nello Xinjiang potrebbero configurare uno dei criteri di genocidio citati nella Convenzione ONU del 9 dicembre 1948 per la Prevenzione e la Repressione del Delitto di Genocidio, il punto d) dell'Articolo II: "Misure miranti a impedire nascite all'interno del gruppo [mirato]”.

In risposta a queste rivelazioni, i membri dell'IPAC hanno rilasciato una dichiarazione che promette un'azione politica in ciascuno dei 15 parlamenti rappresentati nell'IPAC, tra cui quello italiano con i due Co-Chair Lucio Malan (Forza Italia) e Roberto Rampi (Partito Democratico), e i suoi membri attuali Enrico Borghi (Partito Democratico), Andrea Delmastro Delle Vedove (Fratelli d'Italia), Paolo Formentini (Lega) e Roberto Giachetti (Italia Viva).

A tal proposito i due Co-Chair, in cooperazione con il GCRL, annunciano una conferenza stampa che si terrà mercoledì 1 luglio alle ore 12 presso la Sala Nassirya del Senato della Repubblica, alla quale parteciperanno - oltre ai membri IPAC - l’Ambasciatore Giulio Terzi di Sant’Agata, Presidente del GCRL e già Ministro degli Esteri, Dolkun Isa, Presidente del Congresso Mondiale Uiguro, Elisabetta Zamparutti, Tesoriera di Nessuno Tocchi Caino, e Laura Harth, Rappresentante del Partito Radicale Nonviolento Transnazionale Transpartito e Coordinatrice del Consiglio scientifico del GCRL.

L’IPAC promuoverà una azione coordinata per avviare un'indagine urgente delle Nazioni Unite sul trattamento dei musulmani uiguri e di altre minoranze in Cina, e per istruire i tribunali competenti a stabilire se si sono verificati o meno crimini contro l'umanità o il genocidio.

La dichiarazione dei 30 Co-Chair dell'IPAC (di cui segue una versione completa) afferma: Il mondo non può rimanere in silenzio di fronte alle atrocità. I nostri Paesi sono vincolati da solenni obblighi di prevenire e punire qualsiasi sforzo per distruggere un gruppo nazionale, etnico, razziale o religioso "in tutto o in parte".

Pertanto, ci impegniamo in un'azione politica urgente in ciascuno dei nostri Paesi. I nostri governi devono sostenere una risoluzione dell'Assemblea generale delle Nazioni Unite per stabilire un'indagine internazionale, imparziale e indipendente sulla situazione nella Regione dello Xinjiang; devono agire per garantire che possano essere prese le appropriate determinazioni giuridiche sulla natura delle presunte atrocità; e non devono tralasciare alcuno sforzo nel perseguire un'azione politica rapida e decisa per prevenire l'ulteriore sofferenza del popolo uiguro e di altre minoranze in Cina.  

Dichiariazione di Giulio Terzi e Laura Harth, GCRL:   E’ di fondamentale importanza l’esistenza di un gruppo di legislatori anche in Italia impegnato sulla miriade di questioni che oggi riguardano i nostri rapporti con la Repubblica popolare cinese, e invitiamo tutti i Senatori e Deputati di coscienza a partecipare alla conferenza stampa che si terrà questo mercoledì. Le atrocità descritte anche in questo rapporto contro la popolazione uigura non possono lasciare indifferente nessuno e spingono ad un’azione forte e decisiva.

La campagna di sterilizzazione di massa delle donne rivelata dal Professor Zenz attraverso documenti ufficiali della autorità cinesi si aggiunge a precedenti rapporti circa la separazione forzata dai bambini dei loro genitori rinchiusi nei campi e ai matrimoni inter-etnici forzati; indicazioni forti della presenza di elementi costitutivi del crimine di genocidio secondo la Convenzione ONU del 1948. La Repubblica italiana, che per tanto tempo è stata promotrice nell’acquisizione e l’affermazione di diritti al livello internazionale - a partire della Corte penale internazionale - non si può e non si deve tirare indietro dinanzi a queste nuove prove aggiuntive sulle atrocità commesse dal Partito comunista cinese. Sono passati quasi tre anni da quando a Dolkun Isa fu impedito da agenti della Digos di entrare al Senato della Repubblica a denunciare l’apertura dei campi d’internamento nello Xinjiang. Contiamo che questa volta abbia la possibilità di denunciare le violazioni dei diritti fondamentali nella sua patria, senza che nessuno glielo impedisca.

La reciprocità e il rispetto delle convenzioni sui diritti umani sottoscritti da entrambi i Paesi va rivendicato in modo assoluto anche nei rapporti bilaterali, soprattutto a seguito della sottoscrizione dell’Accordo sulla Via della Seta. Speriamo pertanto che questo appello per un’azione decisiva al livello internazionale per accertare quanto stia realmente accadendo nello Xinjiang - così come in Tibet, a Hong Kong, e nella Cina intera - possa essere accolto anche dalle forze di maggioranza governativa, soprattutto di fronte al rifiuto continuo cinese - come rilevato ancora la settimana scorsa da oltre 50 esperti indipendenti ONU - di aprire a indagini indipendenti sul suo territorio, questione tornata con prepotenza anche per quanto riguarda la pandemia del COVID19.

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