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Lunedì, 13 Luglio 2020

Il Coronavirus con annessa crisi economica e la Libia sono le due questioni più importanti della vita politica italiana. La Libia riguarda la politica estera e il virus la politica interna. Comprensibilmente oscurata dall’emergenza sanitaria, la questione nordafricana ha continuato ad evolversi però nel silenzio generale favorendo azioni e manovre nell’ombra o quantomeno al riparo degli sguardi dell’opinione pubblica

In Libia ci sono due governi che si combattono da anni. Il governo di Tripoli è appoggiato dall’Italia e il governo di Tobruk è sostenuto da Egitto, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti. Prossima a cadere sotto assedio, Tripoli ha chiesto aiuto militare a Conte, che ha rifiutato per ragioni costituzionali: l’Italia non può utilizzare la guerra per dirimere le controversie internazionali. E così Tripoli ha chiesto aiuto a Erdogan, che ha accettato. Nel volgere di poche settimane, la Turchia, che ha il secondo esercito più grande della Nato, ha ribaltato i rapporti di forza

Mentre accadeva tutto questo, l’Italia era paralizzata dal virus e il governo Conte non ha potuto investire energie sufficienti in Libia, con il risultato tangibile che i suoi interessi sono stati difesi dalla Turchia.

Ma vediamo come quando era Gheddafi che era salito al potere nel 1969, come era la situazione in Libia  : lui ha portato avanti ideali nasseriani, figli del panarabismo socialista che in quegli anni ha instaurato diverse nuove repubbliche in nord Africa ed in medio oriente. L’idea di società del rais, illustrata nel suo Libro Verde del 1977, appare laica e con diversi richiami alla “democrazia delle masse”. Ma in questa visione, c’è anche spazio per un importante ruolo dell’Islam. Gheddafi non ha mai nascosto la portata centrale della religione musulmana nel suo progetto di unificazione del mondo arabo. Tanto è vero che nel 1992 lo stesso rais ha rivelato di un’offerta da parte di alcuni gruppi fondamentalisti volta a consegnargli il titolo di “califfo”.

L’estremismo islamico in Libia è ancora oggi un fenomeno molto presente e che incide in diverse regioni. Ma le sue radici affondano tra gli anni Ottanta e Novanta, quando i gruppi jihadisti hanno iniziato a radicarsi bene sul territorio sopratutto nell’est del Paese nordafricano. Ben presto i gruppi islamisti sono diventati i principali avversari del rais Muammar Gheddafi, il quale poi a metà degli anni Novanta ha lanciato una dura repressione

Per avere un’idea del dilagare dal fondamentalismo islamico in Cirenaica, basti pensare che tra gli anni Novanta e il 2000 un miliziano di Al Qaeda su cinque operante in Iraq era di origine libica e, in particolare, proveniente dall’est del Paese. La città di Derna è quella che storicamente in assoluto ha sempre fornito un gran numero di foreign fighter alla causa islamica. Le scuole terroristiche in Cirenaica sono divenute tra le più importanti ed al contempo pericolose di tutto il medio oriente.

Intanto ai giorni nostri dopo la morte e l era di Gheddafi e dopo tante guerre tra di loro, la guerra civile in Libia oggi è ufficialmente entrara in una nuova fase. La mossa Russa, con l’invio degli otto caccia nell’ aeroporto di Tobruk e nella base di Al Jufra, lo certifica ulteriormente.

Serraj, a capo dell’unico governo riconosciuto come legittimo dall’ONU, ha dalla sua parte la Turchia, che ha mandato in Libia circa 3 mila miliziani siriani che combattono a fianco delle forze turche nel nord della Siria, oltre che droni armati che hanno permesso di distruggere alcune difese aeree nemiche. Dall’ altra parte, Haftar ha l’appoggio di Russia, Emirati Arabi Uniti ed Egitto e di qualche altro paese, come la Francia.

Si staglia all’orizzonte uno schema incredibilmente lineare, che prevede il disinteresse a stelle e strisce in Libia che invece hanno scelto la Grecia come neo hub nel Mediterraneo, i tentennamenti francesi, che scontano anche una crisi politica interna per Macron, e la consueta irrilevanza italiana che vede il porto di Taranto spostarsi in mani orientali.  

Intanto quel che è certo è che lo scacchiere da guerra civile libica, dove l’infuenza dell’Europa si sta assottigliando, potrebbe essere incanalato verso una nuova fase dove a regnare sarebbe l’interventismo di chi ha pesato con parsimonia e tattica le sue mosse e le sue contromosse. I pozzi della mezzaluna petrolifera controllati da Haftar sono un obiettivo conclamato, assieme all’ircocervo di equilibri che questo risiko porterà in dote.  

Mosca e Ankara si preparano ad una spartizione della “tunica” libica così come da modus operandi siriano. Se fino a ieri le truppe fedeli al Generale Khalifa Haftar, l’uomo forte della Cirenaica da troppi mesi in procinto di prendersi Tripoli, avevano registrato molti ko anche grazie all’uso dei droni turchi, da domani lo scenario potrebbe cambiare anche in virtù dei Mig russi giunti dalla Siria.

La guerra che si sta combattendo è iniziata ad aprile dello scorso anno per volontà di Haftar, che allora controllava l’est della Libia e dei pezzi di sud. Haftar aveva ordinato alle sue milizie di attaccare Tripoli, la capitale del paese, controllata da Serraj e dalle milizie alleate del suo governo. Nei piani di Haftar, l’attacco avrebbe dovuto portare rapidamente alla caduta di Tripoli, grazie anche all’appoggio delle milizie della città che avevano mostrato segni di insofferenza verso il governo di Serraj. Le cose però non era andate come aveva sperato il maresciallo: le milizie di Tripoli non avevano cambiato schieramento, e grazie anche alle forze di Misurata, città libica molto importante e molto influente, Serraj era riuscito a rimanere al potere e a respingere l’offensiva.

Dopo molti mesi di stallo nei combattimenti, dove la posizione di Serraj era comunque rimasta sempre molto in bilico, la situazione ora sembra essere cambiata. Solo nell’ultima settimana le milizie di Serraj hanno conquistato un’importante base aerea a ovest di Tripoli (la base di al Watiya) usando i droni della Turchia per distruggere le difese aeree della Russia, alleata di Haftar. Le forze di Serraj, con l’aiuto dei turchi, hanno inoltre preso il controllo di al Asaba, una cittadina di grande importanza strategica che si trova un centinaio di chilometri a sud di Tripoli.

Pare proprio che, tra il 20 gennaio e il 3 maggio 2020, la Germania abbia deciso di vendere armi per 308,2 milioni di euro all’Egitto e per 15,1 milioni di euro agli Emirati Arabi Uniti. La notizia, diventata nota grazie a un’interrogazione parlamentare del partito Die Linke (la sinistra), è stata rilanciata da Deutsche Welle e dall’agenzia di stampa DPA, che hanno preso visione di un documento del ministero dell’Economia tedesco con le voci di spesa militari. Queste fonti di stampa hanno fatto notare che la Germania vende armi agli amici di Haftar, che poi le girano al coriaceo generale che assedia Tripoli dal 4 aprile 2019, dove c’è un ambasciatore italiano, Eni e molto altro. Non vorremmo mai dire che la Germania sostiene indirettamente Tobruk però è lecito affermare che, se la Merkel vende armi a coloro che armano Haftar, non fa un favore a Conte ma neanche alla missione Irini targata Ue e Onu che ha il compito di far rispettare l’embargo di armi alla Libia

Intanto da ieri in Libia si intensifica l'offensiva del Governo di accordo nazionale di Tripoli contro le forze del maresciallo della Cirenaica, Khalifa Haftar. Conquistata la base di Al Watiya, l'aviazione del premier Fayez al-Sarraj si è concentrata nelle ultime ore sulla città di Tarhuna, 80 chilometri a sud-est della capitale, ritenuta nevralgica per l'uomo forte di Bengasi.

Dall'alba secondo l agenzia Agi, i jet libici, sostenuti dai turchi, hanno fatto piovere decine di missili contro le postazioni dei miliziani che puntavano a conquistare Tripoli. Solo oggi, secondo il comando dell'operazione Vulcano di Rabbia, sono stati distrutti quattro sistemi antiaerei russi Pantsir-S1. Un duro colpo non solo per l'uomo forte della Cirenaica ma anche per i suoi due principali sponsor: Emirati e Russia.

Il portavoce dell'autoproclamato Esercito nazionale libico, Ahmed al Mismari, ha annunciato una "ritirata di 2-3 chilometri da tutte le linee del fronte a Tripoli per consentire agli abitanti della capitale di muoversi liberamente per le cerimonie della fine del Ramadan".I media pro-governo Tripoli parlano   invece di uno sfaldamento delle milizie, divise tra quelle della Cirenaica e quella di Qani che a Tarhuna combatteva al fianco di Haftar e pare si stia distaccando.

Sul fronte politico, Ankara pregusta la vittoria finale. "Il nostro intervento in Libia ha permesso un significativo rovesciamento degli equilibri del conflitto a favore di Fayez al Serraj", ha dichiarato il ministro della Difesa, Hulusi Akar. Da Tripoli, invece, il ministro dell'Interno, Fathi Bashaga, indica gli Emirati come "causa principale della crisi". "Non ci sarebbe stata alcuna crisi in Libia se gli Emirati avessero interrotto le loro interferenze dannose nei nostri affari interni, il loro sostegno ai golpisti e il loro rifornimento di armi", ha twittato Bashaga in risposta a un tweet del ministro degli Esteri emiratino, Anwar Gargash, che invece accusava le fazioni in lotta in Libia di mirare solo a "vittorie sul piano tattico" e rinnovava l'invito a un cessate il fuoco per una soluzione politica.

 

 

  

Il fondo ideato da Francia e Germania potrà trasmettere risorse fino a 500 miliardi di euro ai "settori e alle regioni più colpite" dal coronavirus, "sulla base dei programmi di bilancio dell'Unione europea e in linea con le priorità europee". In questo senso viene incontro alle richieste di Italia e Spagna, che sono i Paesi che riceveranno piu' aiuti, non sotto forma di prestiti, come volevano i Paesi del Nord Europa, ma sotto forma di dotazioni, o trasferimenti.

Questi soldi verranno raccolti attraverso l'emissione di bond emessi a livello europeo, che dunque potranno essere comprati anche la Bce, fino a un limite del 50% dell'emissione. I soldi non verranno prestati ma trasferiti, probabilmente a partire dal 2021, ai Paesi più colpiti dal coronavirus.

Faccio un esempio - spiega un analista - se l'Italia, per esempio, dovesse ricevere 100 miliardi dal fondo, nei prossimi 20 anni aumenterà il proprio contributo al bilancio Ue di 2-3 miliardi l'anno. Ora 3 miliardi per 20 anni fanno 60 miliardi, cioè 40 miliardi in meno dei 100 miliardi ricevuti. In pratica il fondo funziona in base a un principio di solidarietà che pero' non e' solidarietà al 100%. Ora la commissione dovrà fare la sua proposta e vedremo se si allineerà a quella franco-tedesca o meno".

Il piano da 500 miliardi di euro, partorito dall'asse Parigi-Berlino e che la commissione Ue adesso dovrà trasformare in una sua proposta, ha un impianto solidaristico ma non come quello degli eurobond, cioè non garantisce al 100%, a livello europeo, il pagamento dell'ammontare ricevuto e degli interessi. Si tratta comunque di una proposta che dovrà essere discussa, accettata dai 27 Paesi dell'Ue e fatta propria dalla commissione

La proposta Merkel-Macron di un fondo da 500 miliardi di euro da agganciare al bilancio pluriennale 2021-2027 è una sfida diretta al partito dell’austerità più spinta.  Troppo, per la Cancelliera che del rigore sui conti è stata la prima promotrice, per mantenere stabile l’Unione e portare alla frattura tra area “nordica” e Europa mediterranea

La Merkel ha provato a mettere nell’angolo i falchi più rigoristi dell’Unione Europea cercando una posizione di mediazione in asse con Emmanuel Macron, ma Germania e Francia dovranno sudare ancora prima di incassare il via libera definitivo a qualsiasi forma di Recovery Fund desiderassero sviluppare.

I falchi ora puntano a ottenere di più: trasformare il Recovery Fund in una sorta di Meccanismo europeo di stabilità parallelo, rendendo un vero e proprio Vietnam il percorso dei Paesi mediterranei, dalla Grecia all’Italia, per l’ottenimento di strumenti comuni di risposta alla crisi. La loro fedeltà alle regole europee è talmente ostentato da non nascondere il piano di fondo, ovvero il rifiuto di qualsiasi spesa nazionale per risolvere una crisi economica che pensano impatterà principalmente fuori dai loro confini.

La realtà è molto più complessa dato che è l’intera Unione a rischiare l’osso del collo in questo contesto: e lo stesso Recovery Fund, in fin dei conti, potrebbe non bastare. Una volta di più si conferma la natura dell’austerità e dell’irrigidimento sui conti come veri nemici dell’Europa e del suo progresso: perfino la Merkel se ne rende conto. Ma il fantasma del rigorismo l’ha evocato lei, per prima, oltre dieci anni fa.

Giorgia Meloni non usa giri di parole per tuonare contro l'Ue, dopo l'intesa raggiunta tra Francia e Germania sul Recovery fund.....Ma ci si rende conto che, con l'uscita della Gran Bretagna, l'Italia è essenziale per tenere viva l'Europa? Non ci fanno un piacere, senza di noi è finita".

Ma l'accordo tra Emmanuel Macron e Angela Merkel - volto ad arricchire il bilancio europeo pluriennale tramite uno strumento "ambizioso, temporaneo e mirato" da 500 miliardi - non ha convinto del tutto la leader di Fratelli d'Italia. E proprio per questo vuole vederci chiaro: "Ci sono problemi di metodo e di merito". E definisce la situazione "surreale" poiché effettivamente si sta discutendo di ciò che i due Paesi hanno deciso "nell'ambito del loro trattato di Aquisgrana che nulla ha a che fare con l'Europa". Pertanto a suo parere è da valutare come un patto "per una sorta di 'super-Stato' all'interno della Ue che si muove non per fare beneficienza, ma per interessi dei rispettivi paesi".

Giorgia Meloni, nell'intervista rilasciata al Corriere della Sera, ha parlato della manifestazione fissata per il 2 giugno, quando il centrodestra unito scenderà nelle piazze d'Italia per protestare contro l'esecutivo giallorosso al momento in carica. Si stanno studiando tutte le possibili modalità di protesta alternativa, non tradizionale, nel rispetto delle regole per dare voce agli italiani delusi da un governo "che ancora non ha pagato la cassa integrazione a 2 milioni e 600 mila italiani, né in 70 giorni i 600 euro alle partite Iva. E intanto pensa alle sanatorie per gli immigrati e a moltiplicare le poltrone".

Intanto il nostro Paese resta nella "black list" ufficiosa di molti Stati europei. L’Austria, ha detto oggi Kurz, "ha un numero basso di infezioni da coronavirus" e questo "è molto gratificante". "Le misure, anche difficili, prese in modo repentino per contenere la pandemia e l'alto livello di disciplina della popolazione – ha aggiunto - hanno funzionato". Per questo motivo "è possibile ripartire prima di altri Paesi che hanno reagito in modo meno energico".

"Aprire il confine con l'Italia sarebbe irresponsabile". Il cancelliere austriaco Sebastian Kurz lo ha ribadito oggi in un’intervista al Tiroler Tageszeitung

Sullo sfondo c’è il braccio di ferro sui corridoi turistici "Covid-free". L’obiettivo di Vienna, evidentemente, è quello di far restare in Austria migliaia di vacanzieri tedeschi che in altri tempi avrebbero raggiunto le sponde del Garda o la Riviera Romagnola

Nonostante le rassicurazioni del capo della Farnesina, che lunedì scorso dopo una riunione dedicata ai flussi turistici in Ue con gli omologhi di Germania, Austria, Croazia, Cipro, Grecia, Spagna, Portogallo e Slovenia, aveva annunciato che in Europa non ci sarebbero stati "corridoi turistici creati sulla base di accordi bilaterali", l’Italia rischia di rimanere tra le mete sconsigliate per passare le prossime vacanze.

Già all’inizio di maggio la Bild pubblicizzava le spiagge della Croazia come alternativa "Covid-free" per salvare le ferie. Il Paese secondo il tabloid tedesco ha messo in atto "misure stringenti e tempestive per combattere il virus". Non solo. Nei giorni scorsi si vociferava che sul tavolo ci fosse anche la possibilità di aprire corsie preferenziali per le isole greche o per le Baleari.

 
 
 

E' corsa contro il tempo sulle misure del decreto rilancio che ancora attende di essere pubblicato in Gazzetta Ufficiale. E se dal governo si sottolinea come il testo andrà in Gazzetta a breve il centrodestra va all'attacco e Matteo Salvini annuncia una manifestazione in piazza per il 2 giugno.

Giorgia Meloni, promotrice dell'iniziativa, assicura che sarà preso ogni genere di precauzione per evitare rischi, in questa fase ancora delicata di uscita dal lockdown. "Il prossimo 2 giugno ci sarà ben poco da festeggiare. Eppure noi abbiamo deciso che ci saremo, per dare voce a milioni di italiani che chiedono libertà e orgoglio. Ci saremo con metodologie che ci permettano di rispettare norme e prescrizioni che spesso la sinistra non ha rispettato", precisa la leader di Fratelli d'Italia, che si augura di trovare un'ampia partecipazione da parte di tutte le opposizioni. "Ci auguriamo che l'iniziativa possa essere condivisa e sostenuta anche dalle altre forze politiche del centrodestra, a cui ci unisce una stessa sensibilità di fondo e una stessa idea dell'Italia, che proveremo a realizzare non appena sarà finita questa fase di 'sospensione della democrazia' e gli italiani potranno scegliersi un nuovo governo", spera la Meloni.

"Su richiesta dei tanti italiani che ci hanno scritto stiamo lavorando per trovarci insieme in piazza il 2 giugno a Roma, ovviamente con tutte le misure di sicurezza. Saremo senza bandiere ma a fianco degli italiani. Non è possibile che il decreto Rilancio ancora non sia stato pubblicato", dice Salvini al termine dell'incontro con gli altri vertici del centrodestra.

Non sarà una manifestazione di protesta, ma di proposta, raccolta di idee, saremo in tante città, anche a Roma, a distanza, in sicurezza". Così Matteo Salvini, intervistato a 'Primo canale.it', riferendosi alla manifestazione delle forze del centrodestra del 2 giugno. "Ci stiamo autotassando dall'inizio dell'epidemia, sui nostri stipendi, useremo quei soldi anche per una iniziativa il 2 giugno, daremo il nostro piccolo, ma penso per molti, importante, contributo", ha aggiunto il leader della Lega.

Parlando della pandemia, Salvini ha ribadito la sua posizione sulla necessità di chiarimenti da Pechino. "Ci sono 120 Paesi al mondo, in tutto il mondo, in tutti i continenti, che chiedono spiegazioni alla Cina sui ritardi nell'allarme per la pandemia, su eventuali contagi, sugli esperimenti nei laboratori, e non sono tutti amici di Salvini sovranisti leghisti o gente strana, ma l'Italia tace" ha detto il leader del Carroccio. Per Salvini "non è il momento in cui tacere, anche perché questa pandemia, oltre che migliaia e migliaia di morti a cui va il nostro quotidiano pensiero, rischia di portare a una crisi economica enorme".

"Le conseguenze economiche ce le porteremo dietro per anni", dice Giorgia Meloni, riferendosi alla crisi causata dall'emergenza Covid-19. "E per affrontarle servirà un governo degno di questo nome, che abbia rispetto per il lavoro e la libertà degli italiani. C'è un'Italia dimenticata a cui il governo finora ha chiesto moltissimo, promesso molto e dato pochissimo, in molti casi zero ma nei loro confronti il cappio della burocrazia, dei mutui, delle tasse e delle bollette da pagare non si taglia. L'unica 'semplificazione' che hanno visto finora è stata la regolarizzazione di 600mila clandestini con la scusa dei raccolti agricoli", attacca la leader di FdI. "Tanto bella da far piangere il ministro Bellanova che forse non sa quante centinaia di migliaia di italiani piangono di notte, di nascosto dai loro figli, a cui non sanno se potranno garantire un futuro.

Tanto fondamentale da essere diventata, dicono i ben informati, merce di scambio per il voto dei parlamentari renziani a favore di un ministro (Bonafede) che nel frattempo aveva fatto scarcerare qualche decina di boss mafiosi. Vogliamo dare voce alle famiglie, a quei milioni di commercianti, ristoratori, albergatori, gestori di bar o stabilimenti balneari, che non sanno se e come riaprire la loro attività", ribadisce la Meloni riferendosi alla manifestazione del prossimo 2 giugno. "A chi ancora aspetta la cassa integrazione e agli autonomi e partite Iva che non hanno ancora ricevuto il bonus da 600 euro. Il tutto mentre Conte moltiplica marchette e poltrone e arriva addirittura a prorogare di altri sei mesi lo stato di emergenza per continuare a governare a colpi di Dpcm, task force e conferenze stampa, senza confrontarsi con il Parlamento, concedendoci di volta in volta questa o quella libertà. Come se fossimo suoi sudditi. La libertà, caro Conte, non si concede", attacca ancora la Meloni. "La libertà si riconosce perchè è innata nel profondo dell'uomo, nel suo costruirsi una famiglia, nel suo vivere il lavoro e l'impresa. Ora gli italiani hanno voglia di rialzare la testa", conclude.

Il decreto "Rilancio", la cui pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale dovrebbe avvenire ormai a breve, cambia di nuovo le regole in fatto di finanziamenti a fondo perduto, stavolta escludendo non solo le partite Iva iscritte agli Ordini, ma anche i lavoratori dipendenti. Un giro di vite non indifferente che lascia fuori una ricca platea di potenziali beneficiari della prestazione, in un momento in cui sono tanti i professionisti che hanno subìto grandi danni economici.

L’ultima bozza diffusa prevede l’esclusione dei professionisti iscritti agli Ordini dalla possibilità di richiedere il contributo, concesso a chi ha subìto una riduzione del fatturato ad aprile 2020 pari a due terzi rispetto dell’ammontare dei ricavi di aprile 2019. Nella versione precedente si prevedeva che tale contributo andasse a soggetti esercenti attività d’impresa e di lavoro autonomo, titolari di partita Iva, purché i ricavi non fossero superiori ai 5 milioni di euro (riferiti al periodo d’imposta 2019).

Si allunga, dunque, l’elenco degli esclusi. Già nelle precedenti versioni del provvedimento venivano fatti fuori i professionisti con reddito inferiore a 50mila euro, poiché destinatari del reddito di ultima istanza istituito dal decreto "Cura Italia". Si aggiungono ora all’elenco anche i lavoratori dipendenti (ovvero chi, oltre a svolgere attività di impresa e di lavoro autonomo e di reddito agrario con partita Iva è anche dipendente presso un’altra azienda) e, come abbiamo detto, i professionisti iscritti a una cassa previdenziale privata.

Intanto dalla parte Europea “Pompate denaro nel sistema finchè serve”. Nelle decise parole di Ursula von der Leyen in occasione del discorso in cui ha annunciato l’attivazione della clausola di sospensione delle regole del Patto di stabilità su debito e deficit pubblici c’è tutta l’enfasi delle grandi svolte.

Via libera agli Stati, dunque. La prima, storica sospensione del Patto di stabilità avviene sotto la mordente crisi del coronavirus, che sta mettendo sotto pesante sforzo il sistema economico europeo e sta facendo venire a galla le contraddizioni e le debolezze dell’architettura comunitaria. Le divisioni, l’inazione e le incertezze hanno fatto molto male: tutti abbiamo ancora nelle orecchie le parole confuse con cui Christine Lagarde ha abdicato al ruolo di garante della Bce, al prestigio politico conquistato in otto anni da Mario Draghi, salvo poi cercare di rimediare annunciando un piano di stimoli da 750 miliardi di euro. La Commissione targata von der Leyen ha esitato a lungo, risparmiandosi la caduta di stile di dichiarazioni fuori luogo, prima di prendere una scelta che apre scenari impronosticabili. Per almeno tre diversi motivi.

In primo luogo, si conferma l’impressione della “fine di Maastricht”.Intanto la Lagarde ora chiede la revisione del patto di stabilità..“Penso che questa crisi sia una buona occasione di modernizzare il Patto di stabilità e di crescita, oggi sospeso”: la più recente presa di posizione della governatrice della Banca centrale europea Christine Lagarde è netta, le famose “regole” europee dovranno essere aggiornate e ristrutturate prima che la sospensione della loro validità per il 2020, decretata dalla Commissione, abbia fine.

Parlando a un pool di quotidiani europei tra cui il Corriere della Sera l’ex direttrice del Fondo monetario internazionale sottolinea che l’economia europea ha subito uno choc “notevole” dalla pandemia di coronavirus e dalla susseguente fase di acuta crisi produttiva, e si dichiara pronta a proporre misure alternative.

Da un lato, Lagarde difende l’operato dell’Eurotower dalle critiche arrivate dalla Germania tramite Corte costituzionale di Karlsruhe, sottolineando che il piano di acquisto emergenziale (Pepp) non crea asimmetrie tra gli Stati: “Il Pepp – ha dichiarato- è un programma di acquisti mirati e limitati nel tempo, che risponde a circostanze eccezionali. Anche le altre istituzioni europee hanno preso misure eccezionali in questa crisi”.

 

 

 

 

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