Login to your account

Username *
Password *
Remember Me

Create an account

Fields marked with an asterisk (*) are required.
Name *
Username *
Password *
Verify password *
Email *
Verify email *
Captcha *
Reload Captcha
Martedì, 07 Luglio 2020

Serrande sollevate, clienti in fila e negozi sanificati. Il lockdown è ormai un ricordo. Dal 18 maggio i commercianti possono tirare un sospiro di sollievo. O almeno ci provano. La ripresa infatti appare ancora un miraggio. E per alcuni potrebbe essere un obiettivo irraggiungibile. La favola dello smart working non regala un lieto fine a tutti. Se molte aziende grazie a questo strumento hanno e stanno raccogliendo ottimi frutti, alcuni – come i lavoratori in nero e i precari – non ne hanno la possibilità e non vedranno ancora per molto tempo. Cerchiamo di fare il punto sui posti già persi e gli scenari futuri rispondendo a un lettore,

Secondo  il segretario generale dell’Ugl "se non si interviene subito sono a rischio più di un milione di posti di lavoro e l’11% della nostra capacità produttiva potrebbe essere compromessa per sempre".

Dall’ultimo rapporto Istat emerge che il mercato del lavoro è fermo. A marzo è stata registrata una diminuzione dell’occupazione pari a -27mila unità e nel trimestre gennaio-marzo 2020 il calo è di -94mila unità. La diminuzione dell’occupazione coinvolge sia le donne (-18mila unità) sia gli uomini (-9mila) portando il tasso di occupazione al 58,8%. Una variazione piuttosto leggera rispetto a febbraio quando si attestava al 58,9%.

 A subire un calo è soprattutto la ricerca di lavoro, il cui tasso tocca i -267mila unità (-98mila tra le donne e -169mila tra gli uomini). Il tasso di disoccupazione scende all’8,4% (a febbraio si fermava al 9,7%) e, tra i giovani, al 28,0% mentre a febbraio era del 29,6%. A marzo, la consistente crescita del numero di inattivi (+2,3%, pari a +301mila unità) - tre volte più elevata tra gli uomini (+3,9% pari a +191mila) rispetto alle donne (+1,3% pari a +110mila) - porta il tasso di inattività al 35,7% (+0,8 punti). 

Ad aprile 2020, mese di lockdown, si contano 274 mila occupati in meno rispetto a marzo. Lo rileva l'Istat, parlando di una "marcata diminuzione". L'effetto dell'emergenza Covid-19 sul mercato del lavoro "appare decisamente più marcato rispetto a marzo", spiega l'Istituto. "L' occupazione ha registrato una diminuzione di quasi 300 mila unità, che ha portato nei due mesi a un calo complessivo di 400 mila occupati e di un punto percentuale nel tasso di occupazione", viene sottolineato nel commento che accompagna le stime.

Gli inattivi, coloro che né hanno né cercano un lavoro, ad aprile, mese di lockdown, salgono di 746mila unità. L'istituto parla di "un'ulteriore forte crescita dell'inattività".

Ad aprile il tasso di disoccupazione scende al 6,3% dall'8,0% di marzo. Lo rileva l'Istat. Si tratta del minimo dal novembre del 2007. Pesa l'effetto del lockdown, con 484 mila persone in meno che cercano lavoro (-23,9% rispetto a marzo). Il numero dei disoccupati, appunto di coloro che sono a caccia di un impiego, cala a 1 milione e 543 mila. 

Cosi a quasi tre mesi dall'inizio del lockdown e 33.530 morti cade un altro dei divieti ancora in vigore: si torna a circolare liberamente in tutta Italia "senza condizioni", con i cittadini dell'area Schengen e della Gran Bretagna che potranno venire nel nostro paese senza obbligo di quarantena e senza altre restrizioni che non siano quelle in vigore per tutti: divieto di assembramento, mantenimento della distanza interpersonale e uso della mascherina nei luoghi chiusi. "Oggi sembra una conquista - dice il ministro per gli Affari regionali Francesco Boccia - ma ce l'abbiamo fatta con il sacrificio di tutti e senza dimenticare le vittime e gli operatori sanitari che hanno lavorato in modo incredibile".

Oggi dunque inizia la Fase 3, che sarà ben diversa da quanto l'Italia intera è stata costretta a chiudersi in casa ma che non sarà ancora la normalità che tutti conoscevamo prima del 20 febbraio. Una fase più complessa in cui saranno fondamentali, forse più di prima, i comportamenti e il senso di responsabilità degli italiani. Ci saranno poi una serie di novità che riguardano le stazioni ferroviarie. Con un decreto firmato dal ministro dei Trasporti Paola De Micheli, da domani diventa obbligatoria la misurazione della febbre per chi viaggia con l'Alta Velocità o con gli intercity: ci saranno degli ingressi dedicati nelle stazioni e, in caso si abbia più di 37,5°C, non sarà consentito l'accesso a bordo del treno.

La riapertura dei confini regionali non significa però che il virus è sconfitto, come confermano ancora una volta i numeri: a fronte di un incremento giornaliero di 'sole' 55 vittime (il dato più basso dal 2 marzo), sei regioni più la provincia di Bolzano senza morti, meno di 40mila attualmente positivi e 160mila guariti, i contagi tornano a salire. E' vero che il bollettino di ieri scontava i pochi tamponi eseguiti di domenica, ma è altrettanto evidente che l'incremento c'è stato visto che da 178 casi sì è arrivati a 318. Con il nord ovest e la Lombardia che fanno una corsa diversa rispetto al resto d'Italia: 8 regioni (Puglia, Trentino Alto Adige, Umbria, Sardegna, Valle d'Aosta, Calabria, Molise e Basilicata) non hanno nuovi contagiati, altre sette ne hanno meno di dieci mentre Lombardia, Piemonte e Liguria insieme ne hanno 259 su 318, l'81,4% del totale. La Lombardia, da sola, ne ha il 58,8%.

"Da un lato c'è la felicità nel vedere che le nostre città si stanno ripopolando ma dall'altro c'è il senso di responsabilità che noi rappresentanti delle istituzioni dobbiamo avere e chiedere", dice Boccia chiedendo dunque agli italiani di essere ancora attenti, anche perché i costi pagati finora al virus "sono stati altissimi" e non ci si possono permettere errori.

Registrazione obbligatoria, e non volontaria, per chi arriva in Sardegna con un questionario che traccia anche gli eventuali spostamenti interni. Il questionario va compilato on line sul sito della Regione prima della partenza, o attraverso la app "Sardegna Sicura" per il tracciamento dei contatti su base volontaria. E' quanto prevede l'ordinanza, firmata ieri a tarda notte, dal governatore Christian Solinas. Una copia della ricevuta della registrazione dovrà essere allegata alla carta d'imbarco e al documento d'identità.

Statunitense di nascita (New Jersey, 1946), è uno storico dell’arte formatosi alla Yale University (Ph.D. 1975). Vive in Italia da più di 50 anni e dal 1994 è sacerdote a Firenze, dove dirige sia l’Ufficio Diocesano dell’Arte Sacra e dei Beni Culturali Ecclesiastici, sia il Museo dell’Opera del Duomo. Verdon è anche direttore del Centro per l’Ecumenismo dell’Arcidiocesi Fiorentina e direttore scientifico del Centro Ecumenico di Arte e Spiritualità ‘Mount Tabor’ a Barga (LU).

Autore di libri e articoli in italiano e inglese sul tema dell‘arte sacra, è stato Consultore della Pontificia Commissione per i Beni Culturali della Chiesa e Fellow della Harvard University Center for Italian Renaissance Studies (Villa I Tatti); tuttora insegna presso la Stanford University (sezione fiorentina). Scrive per la pagina culturale dell‘Osservatore Romano e tra il 2010-2015 ha ideato ed organizzato mostre d’arte a Torino, Firenze, Seul, Washington, D. C., e New York.
Risiede in Italia, a Firenze dove è Canonico della Cattedrale.
Grazie alla nostra collega Julia Sandra Virsta e stato possibile intervistare Mons.Timothy  Verdon che e stato un ora con tutta la stampa internazionale

Sulla mia domanda perché la statua del David è stata dirottata dalla cattedrale a piazza della signoria, Mons. Verdon mi ha risposto cosi :

Il David, spiega monsignor Timothy Verdon, direttore dell’ufficio di arte sacra della Diocesi fiorentina, venne commissionato al giovane Buonarroti dall’Opera di Santa Maria del Fiore per abbellire l’esterno della Cattedrale e poi “dirottata” in piazza della Signoria pochi mesi prima dell’ultimazione. Fu la particolare situazione politica di Firenze del 1504 che spinse a valorizzare la statua in senso civico, trasformando l’eroe biblico in un simbolo della Libertas repubblicana allora in pericolo». 

Ma vediamo un po la storia di questa statua meravigliosa

Il 16 agosto del 1501 gli Operai di Santa Maria del Fiore e i Consoli dell’Arte della Lana danno incarico al giovane Michelangelo di condurre a termine una colossale statua d’uomo per il Duomo di Firenze, lasciata incompiuta da Agostino di Duccio nell’antica sede dell’Opera in Piazza Duomo. Definiscono quella figura “gigante” senza specificarne l’identità. La commissione a Michelangelo è parte di un programma che prevede 12 colossali sculture da posizionare su altrettanti contrafforti della Cattedrale. Due anni e mezzo dopo, mentre Michelangelo sta finendo di scolpire il “gigante”, il governo della città chiede all’Opera di Santa Maria del Fiore di convocare una riunione, con i massimi artisti e intellettuali fiorentini del tempo, per valutare una nuova collocazione. Due sono le posizioni proposte dal governo di Firenze, attraverso l’araldo Francesco Filarete: l’arengario del Palazzo della Signoria oppure il centro del cortile di Michelozzo, al posto del David bronzeo di Donatello.

Tra queste due posizioni, precisa l’araldo, sarebbe consigliabile di porre il gigante di Michelangelo al posto della Giuditta: “Primo perché l’eroina biblica è simbolo di morte, secondo perché non è pertinente a una città che nelle sue insegne abbia la croce e il giglio, e poi perché non è bello esibire una donna che uccida un uomo, ma soprattutto perché la Giuditta donatelliana è un simulacro che ha portato sfortuna: da quando c’è la sua effigie sulla piazza le cose per Firenze sono andate sempre peggio, fino alla perdita di Pisa”.

E’ il 25 gennaio del 1504, mentre Michelangelo sta finendo di scolpire il David, l’Opera di Santa Maria del Fiore, che gli ha commissionato la celebre scultura per il Duomo di Firenze, convoca i maggiori artisti fiorentini del tempo, tra cui Leonardo da Vinci, perché esprimano un parere riguardo al luogo più adatto dove collocare il “gigante”, così allora era chiamata la statua del Buonarroti.

L’acceso dibattito sarà registrato in un verbale che, in occasione del cinquecentenario della morte di Leonardo, l’Opera di Santa Maria del Fiore ha deciso di esporre in pubblico e dove si potranno leggere i pareri di Leonardo e degli altri grandi artisti presenti a quella riunione, tra cui: Botticelli, Perugino, Filippino Lippi, Andrea della Robbia, Antonio e Giuliano da Sangallo, Piero di Cosimo, Il Cronaca, Lorenzo di Credi e Francesco Granacci

Si tratta di “un documento eccezionale di una stagione fiorentina irripetibile” aveva affermato Antonio Natali, curatore dell’esposizione. Il verbale, conservato nell’Archivio dell’Opera di Santa Maria del Fiore, è stato esposto solo una volta prima d’ora, 80 anni fa, nelle mostre leonardiane del 1939 a Milano. Il prezioso documento e stato in mostra nel Museo dell’Opera del Duomo, nella Sala della Pietà di Michelangelo, l anno scorso dal 12 settembre al 3 novembre 2019, proprio dove, cinque secoli fa, fu realizzato il David, ovvero l’antica sede dell’Opera in Piazza Duomo, progettata da Filippo Brunelleschi.  

Il Consiglio europeo si è limitato a confermare le misure già decise all’Eurogruppo di due settimane fa. In breve, sono stati definitivamente archiviati gli eurobond (o coronabond che dir si voglia) e ogni forma di mutualizzazione del debito, con buona pace di Conte, mentre rimane sul tavolo il cosiddetto Recovery Fund, cioè un fondo che dovrebbe teoricamente sostenere la ripresa economica degli Stati europei. Nello specifico, però, si sa poco o nulla di come funzionerà questo fantomatico fondo.
 

"La crisi ha effetti di contagio in tutti i Paesi e nessuno può ripararsi da solo. Un'economia in difficoltà da una parte indebolisce una forte dall'altra. Divergenze e disparità aumentano e abbiamo solo due scelte: o andiamo da soli, lasciando Paesi e regioni indietro, o prendiamo la strada insieme. Per me la scelta è semplice, voglio che prendiamo una strada forte insieme": lo ha detto la presidente della Commissione Ue, Ursula von der Leyen.  

I 172,7 miliardi proposti dalla Commissione Ue per l'Italia nell'ambito del pacchetto Recovery Fund rappresentano la quota più alta destinata a un singolo Paese. E questo sia in termini assoluti sia per quanto riguarda gli aiuti a fondo perduto che i prestiti. Segue l'Italia la Spagna, con un totale di 140,4 miliardi, divisi tra 77,3 miliardi di aiuti e 63,1 miliardi di prestiti.


E mentre giungono le prime indiscrezioni sul Recovery Fund – l’Italia dovrebbe poter beneficiare di 172,7 miliardi di euro tra stanziamenti, secondo fonti Ue – il presidente del Parlamento europeo David Sassoli prova a mostrare il pugno di ferro nei confronti di Bruxelles e in un’intervista rilasciata al quotidiano La Stampa afferma: “Se il Recovery Plan non sarà all’altezza delle ambizioni, il Parlamento non lo sosterrà”.

 «L'Italia ha oggi bisogno di una immediata disponibilità di risorse finanziarie sufficienti a combattere l'epidemia e difendere imprese e posti di lavoro» ma «il Mes non è una soluzione». Lo ha ribadito il presidente di Fratelli d'Italia Giorgia Meloni in una lettera al Corriere della Sera nel giorno in cui la commissione Ue farà conoscere i dettagli del Recovery Fund.  

«Se in Italia ci fosse un governo con una visione strategica, il nostro premier sarebbe già volato a Washington per parlare dei Diritti Speciali di Prelievo del Fondo Monetario Internazionale, consapevole che le sorti di una grande Nazione come l'Italia non possono dipendere solo da quanto vorranno decidere Francia e Germania in ambito Ue. Ma per operazioni come questa, forse, servirebbe un governo politico, con un chiaro mandato popolare e con la consapevolezza della forza che ha l'Italia nello scenario mondiale»

Secondo il quotidiano il Giornale la Banca centrale europea prepara il “piano B”, che potrebbe scattare nel caso in cui nei prossimi mesi la Bundesbank si ritirasse dal programma comune di acquisto titoli a seguito di un inasprimento della crisi aperta dalla sentenza della Corte costituzionale tedesca del 5 maggio.

Ben quattro fonti hanno affidato all’agenzia Reuters la confidenza sulla manovra allo studio dell’Eurotower, che intende disinnescare la minaccia posta dalla messa in discussione delle manovre portate avanti dal quantitative easing in avanti dalle critiche di Karlsruhe. “Ipotizzando lo scenario peggiore”, nota Reuters, “la Bce avvierebbe un’azione legale senza precedenti contro la banca centrale tedesca, suo principale azionista, per riportarla nel programma, hanno aggiunto le fonti, che hanno parlato a condizione di anonimato”, sottolineando però di aspettarsi che, in fin dei conti, la banca centrale tedesca troverà una strada per scendere a compromessi con l’Eurotower, evitando uno strappo potenzialmente in grado di mandare a terra l’euro.

Secondo insiede Over pure il tanto sbandierato Recovery Fund è un mezzo bluff. Come sottolinea in un’intervista rilasciata a Il Sussidiario Sergio Cesaratto, professore di Economia monetaria europea all’Università di Siena, in realtà c’è ben poco da festeggiare. La verità, spiega il docente, “è che verrà utilizzato il bilancio europeo 2021-27 per restituire ai mercati i soldi che verranno stanziati. L’Italia dovrebbe ricevere di più di quella che è la sua quota di versamenti nel bilancio Ue, quindi semmai a fondo perduto sarà solo la differenza tra queste due cifre”. Probabilmente, sottolinea, “considerando che stiamo parlando del bilancio europeo 2021-27, le risorse non arriveranno subito e dovranno essere restituite abbastanza presto”.

Come sottolinea inoltre Giulio Sapelli su L’Occidentale, sempre di debito si tratta. “Basta saperlo e sapere che le regole del Trattato di Maastricht ci sono tutte e funzionano, Corte Costituzionale Tedesca vigiliante, in accordo con il governo tedesco.” E si continuerà quindi, sottolinea Sapelli, “a non fare investimenti diretti in conto capitale ma condizionati dal Trattato e a ciò che ne è derivato, con tutte le conseguenze del caso. Quindi nulla di nuovo sotto il sole se non la riproposizione di una vicenda storica plurisecolare”. Per accedere al Recovery Fund, inoltre, spiega La Repubblica, “i governi dovranno farsi approvare da Bruxelles un programma nel quale indicheranno come spendere i fondi guardando alle priorità Ue (Green deal e digitale), ai settori più colpiti dalla crisi (turismo e trasporti) e alle riforme che ogni anno Bruxelles raccomanda ai vari governi”. Soldi sì, dunque, ma in cambio di riforme dettate da Bruxelles.

E ancora la Meloni nella sua lettera al Corriere della sera «Il dibattito su dove trovare quelle risorse è quotidiano - ha rilevato Meloni - ma nonostante ciò rimangono strade inspiegabilmente inesplorate. Perché non esiste solo l'Unione Europea tra le possibili istituzioni che potrebbero rendersi utili. Tra l'altro la Ue si sta dimostrando ancora una volta vittima degli egoismi di taluni. Le decisioni tardano ad arrivare - ha sottolineato - non sappiamo per quanto tempo la Bce garantirà il suo supporto, non conosciamo ancora come il recovery fund sarà approvato dalla Ue, ancora di meno sappiamo sulle condizioni di restituzione di un eventuale prestito da parte del Mes (visto che finora si è ipotizzato solo di assenza di condizionalità per l'accesso al Mes, ma mai di che cosa accadrebbe a uno Stato che non rispettasse tempi e modi di restituzione del prestito)».

«Siamo dunque alla mercé dell'asse franco tedesco? si domanda Meloni sulla sua lettera al corriere, Non necessariamente», ha rilevato Meloni. L'Italia, ha spiegato, «è una grande Nazione che oltre a essere membro fondatore delle istituzioni europee, è parte del più ampio sistema multilaterale centrato, nel campo della cooperazione macroeconomica internazionale, sul Fondo monetario internazionale.

Attraverso il Fmi, i suoi 189 Stati membri possono creare nuovi Diritti speciali di prelievo (Dsp), sarebbe a dire attività di riserva internazionali introdotte nel 1969 per generare liquidità internazionale. Non sono un prestito del Fmi, di quelli che attiva la Troika. L'emissione di Dsp - ha sostenuto - non costa nulla, non è soggetta ad alcuna condizionalità e ciascuno Stato membro ne beneficia in ragione della propria quota nel capitale dell'istituzione. Nell'arco degli anni il Fmi ha emesso circa 250 miliardi di euro in Dsp, la maggior parte dei quali per fronteggiare gli effetti della crisi finanziaria internazionale del 2007-2009. Di recente, il «Financial Times» ha proposto l'emissione di nuovi Dsp per 1.250 miliardi di euro. L'Italia ne beneficerebbe per circa 40 miliardi, in virtù del suo 3% di quota: una cifra persino superiore a quella dell'eventuale prestito Mes (ma in questo caso veramente senza condizionalità e soprattutto senza doverli restituire)».

L'emissione di Dsp, ha proseguito Meloni, «richiede l'assenso dell'85% dei voti detenuti dagli Stati membri. Solo gli Stati Uniti, con il loro 17%, hanno diritto di veto su tale decisione. Ovviamente occorre attivarsi politicamente, soprattutto con gli Usa, ma sarebbe una ipotesi almeno da esplorare». Per Meloni «si possono, poi, verificare meccanismi per amplificare ulteriormente la portata finanziaria di questa emissione. L'economista Domenico Lombardi e l'ex segretario al Tesoro britannico Jim O'Neill hanno proposto uno schema per valorizzare tali allocazioni che, per l'Italia, consentirebbe facilmente di attivare una leva di 1 a 5 per incrementare le risorse disponibili fino a 200 miliardi. Perché quindi - si è chiesta il presidente di FdI - non verificare la proposta del «Financial Times» e lo schema Lombardi-O'Neill, magari congiuntamente ai Bond Patriottici proposti da Tremonti? Ci consentirebbe di trattare in ambito europeo con maggiore serenità e quindi con più forza».

Intanto "Salvini ? Ha ragione ma va attaccato", è tutto qui il senso della polemica che ha travolto le toghe. Le parole di Luca Palamara in chat whatsapp con Paolo Auriemma non lasciano molto spazio all'interpretazione e hanno scoperchiato una fitta rete fatta di intrighi e di trame ordite con meticolosa attenzione
 
a intervenire in difesa di Salvini è scesa in campo anche Rita Dalla Chiesa, figlia dell'irreprensibile generale Carlo Alberto Dalla Chiesa, prefetto di Palermo ucciso in un attentato da parte di Cosa Nostra nel 1982.

"Mi inquieta sentire un magistrato dire: 'Ha ragione ma dobbiamo dargli addosso lo stesso'. Questa è la negazione della giustizia", dice Rita Dalla Chiesa in riferimento ai recenti fatti che hanno coinvolto Matteo Salvini. La conduttrice e giornalista non ha mai nascosto le sue idee e se ne è sempre fatta orgogliosa divulgatrice. 
 
La Dalla Chiesa è cresciuta con i valori di lealtà e giustizia che le sono stati trasmessi da suo padre, uomo tutto d'un pezzo che ha servito il Paese, dando la sua vita per rincorrere quegli ideali che ha sempre perseguito contro le mafie e la criminalità organizzata. "Non è simpatia o antipatia. È proprio lo smarrimento di ogni valore etico nei confronti dei cittadini che ancora credono in una giustizia giusta", tuona Rita Dalla Chiesa, che dimostra un senso civico superiore rispetto a certe toghe che manipolano il potere.  
 
 
 

  1. Più visti
  2. Rilevanti
  3. Commenti

Per favorire una maggiore navigabilità del sito si fa uso di cookie, anche di terze parti. Scrollando, cliccando e navigando il sito si accettano tali cookie. LEGGI