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Martedì, 18 Giugno 2019

Alla luce del drastico peggioramento delle condizioni di sicurezza nella capitale libica Tripoli, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, venerdì scorso ha chiesto con urgenza il rilascio immediato di rifugiati e migranti dai luoghi di detenzione. Molti di questi Centri si trovano in aree teatro di scontri continui.

In seguito all’inasprirsi del conflitto in Libia all’inizio di aprile, oltre 9.500 persone sono state costrette alla fuga. Tuttavia, si stima che siano oltre 1.500 i rifugiati e i migranti bloccati in Centri di detenzione che si trovano in aree interessate dalle ostilità.

“Queste persone sono in una situazione di grande vulnerabilità e pericolo. Sono fuggite da conflitti o persecuzioni nei propri Paesi solo per ritrovarsi intrappolate in nuovi scontri”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“I rischi per le loro vite crescono ora dopo ora. È necessario metterli in salvo con urgenza. Per intenderci, è una questione di vita o di morte”.

Fra i Centri di detenzione che si trovano in prossimità degli scontri vi sono quelli di Ain Zara, Qasr Bin Ghasheer e Abu Sleim, tutti a sud di Tripoli.

La settimana scorsa, l’UNHCR ha cercato di assicurare il trasferimento di rifugiati detenuti vulnerabili da tali Centri a luoghi più sicuri, fra i quali il Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) gestito dall’UNHCR, nel centro di Tripoli.

Alla data di venerdì 12 aprile, l’UNHCR aveva potuto effettuare il trasferimento di soli 150 rifugiati vulnerabili dal Centro di detenzione di Ain Zara al GDF.

Gli sforzi profusi dall’UNHCR per assicurare ulteriori trasferimenti di rifugiati vulnerabili da altri Centri di detenzione sono stati ostacolati dall’impossibilità di accedervi e da problemi di sicurezza.

Gli scontri stanno ostacolando gli spostamenti mentre l’instabilità delle condizioni di sicurezza comporta sia la difficoltà di accedere alle strutture interessate dal conflitto per mettere in salvo i rifugiati, sia quella di organizzarne il trasferimento in aree più sicure.

Quale ultima misura salva-vita, non avendo ottenuto il rilascio dei detenuti, l’UNHCR, insieme ai propri partner, giovedì scorso ha tentato di ricollocare tutti i 728 rifugiati e migranti detenuti nella struttura di Qasr Bin Ghasheer al Centro di detenzione di Zintan, lontano dal conflitto.

Nonostante il Centro di Zintan non sia assolutamente adeguato, si trova in un’area più sicura ed è accessibile da Qasr Bin Ghasheer. International Medical Corps (IMC), partner medico dell’UNHCR, gestisce inoltre una clinica sul posto che permette di assistere in tempi rapidi rifugiati e migranti.

Tuttavia, rifugiati e migranti hanno rifiutato di essere trasferiti chiedendo invece di essere evacuati al di fuori della Libia. Attualmente, le possibilità di evacuazione dalla Libia sono estremamente ridotte.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati rivolge un appello alla comunità internazionale affinché solleciti tutte le parti coinvolte nel conflitto a conformarsi agli obblighi di diritto internazionale e sostenga le misure necessarie a porre fine alla detenzione, promuovendo, allo stesso tempo, soluzioni per la popolazione vittima del conflitto in Libia, fra le quali corridoi umanitari per evacuare i più vulnerabili fuori dal Paese.

Le condizioni attuali in Libia continuano a evidenziare che il Paese rappresenta un luogo pericoloso per rifugiati e migranti e che quanti fra essi sono soccorsi e intercettati in mare non devono esservi ricondotti. L’UNHCR ha chiesto ripetutamente che si metta fine alla detenzione di rifugiati e migranti.

Dopo mesi di silenzio torna alla ribalta il caos libico. Non sono servite le conferenze internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite, le tribù che si fronteggiano pensano solamente alla conquista del potere che al momento sembra un ballottaggio tra le truppe di Khalifa Haftar, a capo del governo della Cirenaica, che stanno marciando verso Tripoli e quelle del primo ministro Fayez al Serraj a capo del governo libico con sede a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. Ne parliamo con Alexandre Del Valle, politologo e giornalista francese di origini italiane autore di numerosi saggi tra i quali Comprendere il caos siriano (D’Ettoris editori, 2017) e il recentissimo Il complesso occidentale. Piccolo trattato di de-colpevolizzazione (Paesi edizioni, 2019) e che sarà in Italia per un giro di conferenze (Roma e Milano).

Il mondo occidentale sembra stare a guardare questa guerra combattuta alle sue porte, è proprio vero?

L’Italia sta col governo dell’ovest, di Tripoli con rapporti pragmaticamente abbastanza buoni per bloccare i flussi migratori dei clandestini; mentre la Francia, in funzione anti italiana, sta col generale Haftar nell’est e lo sta armando. Il generale Haftar, nazionalista, è aiutato dagli Emirati, dall’Egitto e anche dalla Russia. L’Onu appoggia il governo di Serraj di Tripoli e l’Italia mantiene buoni rapporti per bloccare i flussi migratori. C’è una grande rivalità internazionale fra questi attori e una rivalità tra islamisti dell’ovest e anti islamisti, nazionalisti all’est. Invece della rivalità sciiti sunniti che manca in questo teatro, c’è una rivalità tra nazionalisti appoggiati dai Russi e armati dagli Emirati e dall’Egitto e, dall’altro lato, l’Onu che assieme alla Turchia appoggiano Tripoli. Quello che sappiamo è che il generale Haftar controlla i principali pozzi di petrolio che ha conquistato in questo ultimo anno e ha bisogno di controllare anche la capitale per commercializzare il petrolio dei pozzi. Chi  non controlla la capitale riconosciuta internazionalmente non può commercializzare facilmente petrolio e gas.

Gli Stati Uniti come si pongono in questa vicenda politico-militare?

Gli americani hanno preoccupazioni diverse e delegano alla Francia, all’Inghilterra e all’Italia il controllo di queste zone. Sono gli attori regionali come gli Emirati, vicini all’America e alla Francia, che hanno una grande forza militare anche superiore a quella Saudita e del Qatar, assieme all’ Egitto si sono impegnati contro i Fratelli musulmani e il loro scopo è quello di bloccare le forze pro Fratelli musulmani che si sono schierate a fianco del governo di Tripoli e delle milizie di Misurata.

La situazione libica appare piuttosto complessa simile a quella siriana ma con parti apparentemente invertite con il nostro paese dalla parte degli islamisti……

Il governo italiano è pragmatico, sta con chi controlla i flussi migratori o lo aiuta a farlo, la Francia è molto vicina agli Emirati Arabi. Mentre François Hollande era l’uomo dei sauditi, Sarkozy era l’uomo del Qatar, il presidente francese attuale è piuttosto l’uomo degli emirati. Adesso attorno a Tripoli e alle milizie di Misurata ci sono forze radicali, anche del Daesh e di Al-Qaeda che stanno aumentando e sono rinforzate dai jiadisti che fuggono dalla Siria e dall’Iraq. La Libia sta recuperando i flussi dei jiadisti dal vicino oriente e questo è un problema.

C’è in tutto questo un collegamento col nostro passato coloniale, una paura di essere accusati di neo-colonialismo?

Questo è un argomento importante perché molti intellettuali africani si appoggiano a questi sensi di colpa dell’Occidente. Ma questo adesso non vale più, la decolonizzazione è stata fatta e alcuni paesi non sono stati né colonizzati né colonizzatori ma si comportano allo stesso modo. Ad esempio gli Emirati non hanno mai colonizzato l’Africa e viceversa, Yemen e Marocco sono paesi che non hanno la stessa storia della Libia o l’Algeria. Gli Stati Uniti erano una colonia. La Turchia non è stata colonizzata dall’Europa, anzi è stata la Turchia a colonizzare l’Europa per secoli e si comporta in modo imperialista nell’Africa del nord e nel vicino oriente bombardando i Curdi, volendo annettersi un pezzo di Siria e di Iraq, sostenendo i Fratelli musulmani in Libia. L’argomento della colonizzazione non vale più e sono nozioni sorpassate, la realtà attuale è diversa. Dobbiamo toglierci di dosso il senso di colpa che ci impedisce di avere un’analisi geopolitica. Altro aspetto: i leader africani da molti anni sono indipendenti, possono fare ciò che vogliono, sono corrotti, hanno affamato i loro popoli e questo non per colpa nostra. Non è colpa nostra se questi dittatori hanno sfruttato le risorse senza condividerle facendo arricchire solamente le proprie famiglie. L’Europa ha volte fa degli errori, ma, ad esempio, la Francia era contraria all’intervento in Iraq nel 2003, ma se un europeo o un americano fa un errore geopolitico questo non è riferibile a tutti gli uomini bianchi o a tutti gli europei. La grande assurdità dell’analisi geopolitica fondata sul senso di colpa post-coloniale è di mettere tutti i paesi europei sullo stesso livello come se ci fosse un’omogeneità totale. I francesi hanno fatto la colonizzazione, la tratta degli schiavi con i neri nei Caraibi, però, nello stesso momento altri bianchi, europei e cristiani, è quello che spiego nel mio ultimo libro, erano vittime della schiavitù. Ad esempio gli slavi. La parola slavo viene da schiavo. I balcani, i russi, gli ucraini erano riserve di schiavi per l’impero tartaro e per i turchi. Tutti siamo stati lo schiavo o il sottomesso di qualcun altro, è stupidissimo accusare tutti gli europei di ciò che fanno alcuni e inoltre accusare i discendenti delle colpe dei predecessori. È totalmente contrario ai diritti dell’uomo e anche al diritto e alla giurisprudenza delle democrazie. Quello che definisce la democrazia moderna è proprio la responsabilità individuale e non si deve pagare per il passato o per gli antenati, altrimenti si torna alla morale di tribù.

Il suo ultimo lavoro Il complesso occidentale è un testo teso alla de-colpevolizzazione dell’occidente?

Certo è proprio il sottotitolo: piccolo trattato di de colpevolizzazione che rende bene la mia idea che nessuna politica si può fare col senso di colpa e il nostro peggior nemico non è il terrorismo islamico o la concorrenza industriale cinese, ma l’odio di sé stesso, dell’uomo bianco europeo che si odia come per espiare i peccati passati. Si sente talmente colpevole e pensa di doversi far perdonare il passato scomparendo, rinunciando ad una politica identitaria. Accettando tutte le imposizioni e soprattutto l’immigrazione. Se l’uomo bianco non fosse suicida farebbe venire immigrati dall’Europa dell’est, i figli di europei dall’America latina, molti italiani che vorrebbero tornare ma non possono. Privilegiare gli africani cristiani e non i musulmani, magari gli indiani induisti che fuori dal proprio paese non provano a far convertire nessuno. Il solo fatto che si privilegi un’immigrazione maggioritariamente islamica è quasi la prova che ci odiamo e vogliamo sparire. Il peggior nemico dell’Europa è il suo senso di colpa che per farsi perdonare la colonizzazione passata accetta di essere colonizzato oggi addirittura organizzando la propria auto colonizzazione. Per uno psichiatra sarebbe affascinante da studiare, siamo nella malattia collettiva, il senso di colpa collettivo è una patologia sociale che ritiene che l’unico modo peri espiare i propri peccati imperdonabili sarebbe suicidarsi. Ne parlo alla fine del mio libro: è come l’uomo depresso che quando sembra che stia meglio è il momento precedente al suicidio. Quando decide di uccidersi ritrova una certa coerenza. L’uomo bianco sta attraversando una fase di suicidio paragonabile a quella del depresso grave.

Vediamo un barlume di speranza?

Un messaggio di speranza c’è, ma al 50%. Da quando c’è Trump in America o Salvini in Italia o altri come Kurz in Austria, sembra che il politicamente corretto cominci a declinare, la parola comincia a liberarsi, alcune cose si possono dire. La sinistra non domina più al 90%, magari solo al 60. Dall’altra parte il fatto che solamente persone molto controverse, a volte volgari, di basso rilievo intellettuale, considerati come provocatori, il fatto che siano gli unici che osano sfidare il politicamente corretto sminuisce la loro opera. Anche le persone più tranquille dovrebbero farlo. In passato anche i più moderati non erano politicamente corretti, un secolo fa nessuno lo era, tutti erano patrioti, anche le persone più bilanciate. Quindi siamo solo ad un piccolo inizio però non dobbiamo lasciare solamente ai populisti più radicali il monopolio del politicamente scorretto, dovrebbe anche svilupparsi una filosofia politicamente scorretta, una geopolitica politicamente scorretta, ragionevole, ma decolpevolizzata.

«Le alleanze della Lega a livello europeo non avranno ripercussioni sull'esecutivo gialloverde. Perché io non commento quello che fanno gli alleati. Quando il mio amico Luigi Di Maio va a Parigi a incontrare qualcuno che può mettere in difficoltà il governo italiano io non commento, tengo per me le mie riserve perché abbiamo tanto da fare al governo. Poi ognuno si sceglie le sue alleanze», ha aggiunto. «Sono stanco del dibattito fascisti, comunisti, destra e sinistra, non ci interessa e non interessa a 500 milioni di cittadini europei. Noi guardiamo al futuro, il dibattito sul passato lo lasciamo agli storici».

Matteo Salvini punta alto per le prossime elezioni europee del 26 maggio. «L'obiettivo è diventare il primo gruppo europeo, il più numeroso. Abbiamo l'obiettivo di vincere e cambiare l'Europa», ha detto il segretario della Lega durante la conferenza stampa "Verso l'Europa del buonsenso. I popoli alzano la testa" a Milano.

E da Milano,riunisce il primo nucleo della nuova piattaforma politica che, come sostenuto dallo stesso vice premier, auspica di diventare la prima forza politica dell’Europa.

Tre gli esponenti che hanno accompagnato il ministro dell’Interno nella nascita di questo nuovo soggetto politico: il tedesco Jorg Meuthen (Afd), Olli Kotro (Finn Party) e Andres Vistisen (Dansk Folkeparti). Segno che l’Italia ha trovato intanto nell’asse dell’Europa centrale un primo grande alleato dopo aver incassato il sostegno di Rassemblement National e dei sovranisti austriaci. Per Salvini è questa la "nuova Europa" dove non c’è spazio per i "nostalgici" e nemmeno per i "burocrati e i buonisti", colpevoli di "affossare il sogno europeo". Perché l’idea è che l’Europa non debba essere distrutta, ma ridefinita.

La piattaforma secondo il quotidiano il Giornale non ha ancora una forma estremamente chiara. Mancano alcuni punti che a detta degli stessi esponenti presenti deve essere adattata a seconda delle sensibilità che si uniranno nel movimento. Quello che è certo, però, è che alcuni cardini dell'agenda politica sono chiari: lotta all'immigrazione clandestina, rafforzamento dei confini; tutela delle identità nazionali e riconquista di alcune competenze lasciate all'Europa e ai soggetti internazionali, come quella legata al commercio, su cui Salvini ha ribadito la contrarietà a lasciare tutto a organismi internazionali, come lo stesso Wto. Anche in questo caso, il programma riprende punti essenziali dei programmi sovranisti di tutto il mondo, iniziando dagli Stati Uniti di Donald Trump.

Ma è sulla sicurezza che si punta forte. Lo hanno fatto capire gli esponenti dei partiti presenti e l'ha ribadito Salvini in conferenza stampa, affermando che "il pericolo per l’Europa non viene dal passato, ma dal terrorismo islamico". Un problema già citato dal ministro dell'Interno alla riunione degli omologhi nel G7 di Parigi. Per Salvini è necessario "riscoprire le radici giudaico cristiane” tralasciate in questi anni e lancia un messaggio chiaro: “Con la Lega al governo e con questa famiglia in Europa, la Turchia non entrerà mai nell'Ue".

E per quanto riguarda le elezioni europee, mentre gli alleati della piattaforma puntano ancora sull’idea di Salvini leader - "sarebbe un ottimo presidente della Commissione europea" fa sapere il Meuthen - il vice premier declina "faccio il ministro in Italia". E sulle possibili alleanze post elettorali, Salvini chiude ai socialisti ma lancia la sfida ai popolari: "Decidano cosa fare". Con l'idea di essere il primo gruppo del prossimo Parlamento europeo

«Le polemiche locali ci interessano poco - dice a proposito delle critiche mosse negli ultimi giorni dal M5s - Noi stiamo preparando una nuova Europa. Con tutto il rispetto per la sensibilità di chiunque, stiamo lavorando per il futuro dei nostri figli» ha aggiunto Salvini durante la conferenza 'Verso l'Europa del buonsenso!'

«Oggi a questo tavolo non ci sono nostalgici estremisti, gli unici nostalgici sono a Bruxelles oggi», ha aggiunto Salvini. Alla conferenza sono interventi anche Jorg Meuthen (Alternative fur Deutschland - Efdd), Olli Kotro (The Finns Party - Ecr) e Anders Vistisen (Dansk Folkeparti - Ecr). «La notizia - aggiunge Salvini - è che stiamo allargando la famiglia e iniziamo a lavorare a un nuovo sogno europeo. Oggi per molti l'Europa è un incubo». «Non ci sono cattive compagnie al tavolo. Le cattive compagnie sono quelle che governano l'Europa».  

Il ministro Lorenzo Fontana, intervistato da La Stampa, commenta così l'indiscrezione pubblicata dallo stesso quotidiano di Torino secondo cui Luigi Di Maio sta cercando di spostare al centro l'asse del M5S per acquisire il ruolo di "ago della bilancia" qualora la maggioranza tra Ppe, Pse e liberali non dovesse avere i numeri sufficienti.

"Forse vogliono fare da stampella alle forze tradizionali per non diventare irrilevanti in un gruppo laterale. Mi auguro non lo facciano, non sarebbe una bella prospettiva", dice il leghista Fontana che definisce una "contraddizione" questa possibile svolta dal momento che, in Italia, i pentastellati si sono posti come forza anti-austerity. Secondo La Stampa le bordate di Luigi Di Maio contro il Convegno delle Famiglie tende a strizzare l'occhio agli elettori di sinistra, mentre quelle contro l'alleanza tra Lega ed Afd hanno il voluto intento di accreditare, presso Angela Merkel, il M5S come forza di governo credibile e marcatamente lontana dalla tradizionale contrapposizione destra-sinistra.

Su questo punto, Fontana ribatte: "Il problema è che AfD oggi si trova nel gruppo Efdd, dove ci sono anche i 5Stelle. Ora alleati sono loro e quindi l'attacco mi pare surreale e fuori luogo. Quando è avvenuto in Baviera quell'episodio cui fa riferimento Di Maio, loro - spiega - erano insieme in Europa e non hanno detto nulla". La Lega, al di là di queste polemiche, prosegue nella costruzione di un polo sovranista unito. “Oggi - dice Fontana - si parte con un incontro che vuole rappresentare la volontà dei tre gruppi eurocritici, Efdd, Enl ed Ecr: in cui ognuno lancerà il progetto di unità di tutti i gruppi identitari che vogliono riformare l'Europa". "Verranno annunciati - continua - dieci articoli in cui si sottolinea che l'Ue non può imporre vincoli che soffocano le economie dei Paesi senza tener conto delle diverse storie e tradizioni e della tipicità dei valori economici, favorendo alcuni paesi a discapito di altri".

Intanto "Se non abbassi le tasse, il Paese non cresce". Salvini non ci gira troppo intorno. D'altra parte l'assioma è piuttosto semplice. Eppure trova resistenze all'interno del governo gialloverde. In primis da parte del ministro dell'Economia Giovanni Tria secondo il quale, per avere la tassa piatta sul reddito, bisogna alzare le imposte sul consumi. "Questa prospettiva non esiste - mette le mani avanti il vicepremier leghista - non aumento le tasse ai consumatori e ai commercianti". Allo stesso modo, garantisce, non ci sarà alcuna patrimoniale. "A Bruxelles vaneggiano - commenta - e anche in certi corridoi romani".  

"La flat tax - spiega in una intervista a Libero - è nel contratto e non torno indietro neppure se me lo chiede Padre Pio". Molto dipenderà, però, dal voto del 26 maggio. "Si vota per cambiare le regole che hanno mandato in crisi l'Europa - continua - se, come spero e penso, cambieranno gli equilibri, avremo i margini per allentare lo strangolamento fiscale che soffoca l'economia italiana".

Secondo i quotidiano il Giornale anche il mondo delle imprese e delle industrie non è tenero nei suoi confronto. Al Workshop Ambrosetti otto imprenditori su dieci hanno bocciato il governo Conte in economia. A loro, però, Salvini ricorda quando promuovevano presidenti del Consiglio come Mario Monti o Matteo Renzi. "Li ascolto, come ascolto tutti e com'è giusto che sia, però sono molti di più quelli che, da Nord a Sud, mi ringraziano", continua il leader leghista dicendo di essere soddisfatto di quanto fatto in dieci mesi di governo. Tuttavia, a chi gli chiede dove sono venuti meno, non si fa problemi a rispondere: cantieri e infrastrutture. E dalle colonne di Libero lancia l'ultimatum agli alleati: "Adesso si fa a modo mio".

Poco gli importa se i Cinque Stelle lo attaccano di continuo. "Io bado al sodo...", dice. "Rientra tutto nella logica della campagna elettorale - spiega - chi è indietro attacca per recuperare voti". In questo i grillini gli ricordano il Pd di Renzi nella campagna elettorale persa dello scorso anno. "Continuavano a darmi del fascista perché non avevano risposte concrete da fornire agli elettori e pertanto avevano lanciato l'allarme uomo nero, puntando sulla criminalizzazione dell'avversario anzichè sulle loro forze. Com'è finita, si sa". Insomma, il governo è destinato a durare nonostante la componente di sinistra del Movimento 5 Stelle che non condivide molte battaglie della Lega e che, per esempio, vorrebbe rivedere la legittima difesa o insiste perché Salvini cambi linea politica sull'immigrazione. "Il problema non è mio, perché non intendo dare retta a queste persone - conclude il leader del Carroccio - il problema non esiste, perché andremo avanti anche se qualcuno si fa venire il mal di pancia".

 

 

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