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Il Comando generale dell’US Air Force affiderà ad Alenia North America, società controllata da Alenia Aeronautica (gruppo Finmeccanica), la formazione dei piloti e del personale addetto alla manutenzione dei velivoli da trasporto tattico C-27/G.222 che gli Stati Uniti stanno consegnando all’aeronautica militare afgana. Il contratto del valore di oltre 4 milioni di dollari prevede un anno di lezioni teoriche in aula, la formazione pratica e l’addestramento in volo dei piloti afgani e degli advisor statunitensi che saranno poi inviati a Kabul per operare con il personale dell’Afganistan National Army Air Corps (ANAAC). I corsi si terranno presso lo stabilimento Alenia di Capodichino (Napoli).

Nell’ottobre 2009, l’aeronautica militare USA aveva sottoscritto con Alenia North America un contratto similare ma più cospicuo (7 milioni di dollari) per il training degli equipaggi C-27/G.222 a Capodichino e l’abilitazione al volo di una cinquantina di piloti afgani nella base aerea di San Antonio (Texas). Gli “allievi” parteciparono pure a corsi base per la manutenzione dei velivoli e la gestione delle operazioni passeggeri e di carico e scarico. Quella dell’azienda controllata dal gruppo Finmeccanica, è una scelta quasi obbligata per il Pentagono. Alenia North America, infatti, è stata protagonista nell’ottobre 2008 di una ambigua triangolazione militare Italia - Stati Uniti - Afghanistan. Glissando i controlli e le autorizzazioni previste dalla legge n. 185 del 1990, che disciplina il commercio delle armi italiane, vietando le esportazioni a paesi belligeranti o i cui governi sono responsabili di “accertate gravi violazioni delle convenzioni sui diritti umani”, la società aveva venduto ad US Air Force 18 aerei da trasporto G.222 (già in uso all’aeronautica militare italiana), da riammodernare nello stabilimento Alenia di Capodichino e successivamente consegnare prima al Combined Security Transition Command alleato per le operazioni in Afghanistan e, dopo, alla ricostituita ANAAC.

L’ammontare del contratto, comprensivo della fornitura dei velivoli, delle parti di ricambio e del supporto logistico in Italia e in Afghanistan, fu di 287 milioni di dollari. La commessa fu entusiasticamente salutata dagli amministratori generali di Alenia North America che si dissero “fieri” del crescente ruolo dell’azienda “a sostegno dello sviluppo di una robusta capacità del trasporto aereo in Afghanistan che consenta di condurre missioni umanitarie e di assistenza alla sicurezza del popolo afgano”. Due anni dopo l’US Air Force ha chiesto all’azienda di portare a 20 unità il numero dei G.222 da ammodernare e consegnare - via Washington - alle forze armate afgane. Con un’integrazione del contratto di 30 milioni di dollari, Alenia North America si è impegnata a modificare i due aerei addizionali in funzione “trasporto VIP”, dotandoli di un nuovo sistema autopilota e delle protezioni balistiche. Ad oggi sono stati completati 7 velivoli: 6 sono già operativi in Afghanistan, mentre il settimo è utilizzato a Capodichino per la formazione degli advisors di US Air Force. Le operazioni di supporto logistico dei velivoli nello scalo aereo di Kabul sono state affidate dalla Combined Air Power Transition Force (CAPTF) alla società “L-3 Vertex Aerospace” di Madison, Mississippi, uno dei maggiori contractor USA nel settore aerospaziale. La consegna dei restanti velivoli G.222 dovrebbe essere realizzata da Alenia entro il dicembre 2011.

Finmeccanica punterebbe però ad altri lucrosi affari nel teatro di guerra asiatico. Nell’ottobre 2009, in concomitanza della firma del primo contratto di formazione piloti, Alenia Aeronautica ha offerto ad US Air Force la “triangolazione” a favore afgano di una ventina di cacciabombardieri AMX in via di dismissione dall’Aeronautica militare italiana. “I velivoli, ottimali per gli attacchi contro obiettivi terrestri, potrebbero essere migliorati nella versione ATOL, acronimo che sta per potenziamento delle capacità operative e logistiche”, hanno spiegato i manager Alenia. Il Dipartimento della difesa dovrebbe pronunciarsi sull’offerta nei prossimi mesi.

1.Massimo_Polledri

L’On. Massimo Polledri, deputato della Lega Nord, è alla sua terza esperienza parlamentare. Prima di dedicarsi professionalmente alla politica ha esercitato la sua attività di neuropsichiatra infantile.  Si definisce piacentino d.o.c., e si sente! Non solo dal suo accento, ma anche dal fatto che non disdegna di usare il suo dialetto, quando riconosce che alcune massime in vernacolo esprimono o descrivono più sinteticamente e meglio i concetti che vuole illustrare.

Dai suoi modi, appare chiaramente che è una persona che conosce gli uomini, con i suoi pregi ed i suoi difetti e con i loro caratteri particolari. Di questo, però, non ne fa un’arma, ma accoglie tutti con gentilezza e disponibilità, convinto che questo sia il modo migliore per trattare ogni uomo, al di là delle sue peculiarità e necessità. Infatti, ha un modo di fare molto alla mano, frutto di una sensibilità umana vigile e marcata, forse perfezionata grazie ai suoi studi, ma certamente già presente nel suo carattere. Sa dosare bene la praticità e la riflessione, difatti ascolta e fa. Ha un’intelligenza raffinata e altrettanta dimestichezza al telefono per ordinare, chiedere e dare consiglio. Sa scherzare su se stesso e quando Bossi lo chiama “il medico dei matti” lui conferma, dicendo, però, di trovarsi nel posto giusto! Ha l’umiltà di domandare quando non sa e la coscienza di non poter fare tutto da solo, anche per questo ha grande attenzione verso i suoi collaboratori. E’ circondato da molti giovani e la sua sede, proprio per la presenza di diversi ragazzi, sembra più la stanza di un oratorio che un ufficio di partito. Pure questo è segno dell’atmosfera che desidera costruirsi e della convinzione che ai giovani vada dedicata attenzione, vada lasciato un patrimonio, il più possibile ricco e prezioso.

L’On. Polledri è un profondo conoscitore dell’ambiente sanitario, oltre che per la sua professione, anche per la carica istituzionale di Vice presidente della Commissione d’inchiesta sugli errori in campo sanitario e sulle cause dei disavanzi sanitari regionali ed è per questo che a lui chiediamo un’opinione sul corretto rapporto tra le sempre maggiori possibilità della tecnica medica ed il rispetto per la dignità dell’uomo, del malato, del sofferente, del più debole. Con il suo contributo cercheremo di individuare i punti saldi con i quali gestire, a livello morale e politico legislativo, queste nuove possibilità tecnologiche.

La prima riflessione che chiedo all’On. Polledri è di carattere generale e concerne l’ambito culturale. Mi appresto a questa richiesta permettendomi di assumere io suoi panni da scienziato della psiche e gli chiedo di darmi la sua interpretazione di due situazioni che gli propongo, sintetizzate in due immagini. Si tratta di una brutta copia del test di Rorscharch e le icone che propongo alla sua immaginazione e sulle quali desidero che si esprima, sono quelle di una foto aerea del campo di sterminio di Auschwitz e quella di un piccolo dettaglio dello stesso campo, un bunker dove è detenuto, in attesa della morte, un prigioniero che si è offerto di morire al posto di un altro recluso:

«Queste due immagini descrivono bene non solo la realtà culturale degli anni ’40, ma anche quella che viviamo ai nostri giorni, sebbene siano diverse le forme in cui si concretizza. Oggi è predominante e fondamentale l’aspetto culturale,  e queste scene evocate mostrano la presenza di due culture: quella della morte e quella della vita. Quest’ultima non ha paura, sa affrontare la realtà a viso aperto conscia di aver sempre qualcosa da dare, di essere creativa, travolgente e ricca di speranza. Al contrario la cultura della morte, dietro un’apparente ordine, dietro la sua falsa logicità e equivoca scientificità, non dà frutto e non sa alleviare il pianto. Per me solo la cultura della vita – per la quale ogni uomo merita il massimo sostegno e la massima considerazione, cioè tutto l’impegno umano e scientifico di cui sono capace – è degna della grandezza dell’uomo, perché nella libertà, quella vera, che tutti ricerchiamo, c’è sempre spazio per il servizio e la solidarietà. La morte è e rimane un fatto e mai può essere un desiderio all’altezza dell’uomo».

Come nel caso del periodo nazista, ma fu così anche in quello sovietico e oggi la situazione non è diversa in molti stati, ci sono persone non protette dalla legge, mi riferisco a tutte quelle persone non ritenute ancora uomini o alle quali non viene data la possibilità di essere generati e accolti secondo quanto la loro dignità richiede. Oggi le nuove possibilità in campo medico possono accrescere questa mancanza di protezione?

«Certo, oggi con le nuove tecnologie biomediche possiamo intervenire sui meccanismi che generano la vita, creare possibilità di trasmissioni della vita diverse da quelle naturali, possiamo scegliere quale vita umana deve nascere ed escludere quella che non desideriamo. Le nuove tecnologie nel campo genetico possono aumentare il rischio che tutti gli esseri umani non abbiano gli stessi diritti di nascere o di essere generati secondo quanto richiede la loro dignità, quando non sono usate per riconoscere e diffondere il valore della vita. La tecnica è uno strumento e non un fine. La tecnica deve servire all’uomo per valorizzare la sua vita e la sua dignità. Oggi, soprattutto dagli ambienti radicali, assistiamo al tentativo di focalizzare il dibattito su aspetti secondari, come quelli biologici, al solo fine di trovare delle scusanti per poter far tutto».

E, invece, quale soggetto proteggerebbe la L. 194/78?

«E’ una legge fallimentare e che ha fallito, perché non ha protetto nè la madre, nè i nascituri. Non è questione di quanto sia stata disapplicata, anche se è certamente vero soprattutto per quanto riguarda “il contributo a far superare le cause che potrebbero indurre la donna all’interruzione della gravidanza”. E’ una legge che permette di essere usata, in molti casi, al suo fine e cioè solo per gestire la convenienza o meno di una nascita».

Nel periodo nazista l’idolatria del sangue, della razza e della patria, oggi quella dell’individualismo e della libertà senza limiti, vorrebbero trasformare alcuni crimini in atti legittimi. Qual è il correttivo che propone?

«Quello di sostenere la cultura della vita, che poi a ben vedere non è altro che difendere quello che ci detta la coscienza e porre un limite, necessario, giusto e corretto, al nostro opportunismo, perché tutti gli esseri umani solo uguali in dignità e in questo campo fare differenze equivale a escludere degli individui, delle persone. Questo compito di sostenere la vita è affidato a tutti, perché il vivere l’autentica umanità è un diritto e un dovere generale. La politica certamente non può essere neutra su questi temi, ma è necessario che tutti si riapproprino di ciò che appartiene all’essere umano per la sua natura e dignità».

L'on.le Massimo Polledri

Come lei fa capire, la società non può stare assieme solo grazie all’interesse personale, alla forza del potere, per vivere ha bisogno di relazioni, di accoglienza, di servizio, di amicizia e di solidarietà. Quanto è importante lavorare sulla famiglia, sostenerla e difenderla da ciò che non è famiglia?

«Cos’è la famiglia ed il suo sostegno sono sanciti dalla nostra costituzione all’art. 29. Anche qui è necessario riconoscerne, con onestà, il suo valore e quindi quanto siano differenti altri tipi di unioni, nelle quali gli interessi delle parti sono garantiti dal diritto privato. Ciò che ci chiede l’art. 29 è di sostenere un uomo ed una donna che decidono di dare vita ad una piccola società, che quindi sono aperti alla vita e ad impegnarsi perché questa società renda i suoi frutti, cioè dia figli ben educati per contribuire al bene delle comunità locali e nazionali».

In un’intervista televisiva, riguardante le tematiche del fine vita, lei aveva affermato che la vita dell’essere umano “non è a disposizione dei giudici”:

«Certo. Provi a pensare a tutti coloro che soffrono di disturbi depressivi e che come conseguenza hanno una visione di sé e del mondo distorta e non di rado non trovano motivazioni per continuare a vivere. A tutte le richieste di morte che ci arrivano da queste persone dovremmo dare corso? O invece dovremmo cercare le migliori terapie per permettergli una vita normale? Da essere umano la risposta mi sembra ovvia. Anche quando non si può più curare, di fronte ad un altro essere umano, si ha il dovere di assisterlo e l’utilizzo delle cure palliative, che abbiamo garantito con una legge ad hoc, va proprio in questa direzione. Guardi, la nostra cultura europea è cominciata quando nei conventi è stato dato ordine di accogliere vedove, pellegrini ed infermi, quando cioè è nato il binomio ricovero-accoglienza, quando il malato, invece di essere lasciato solo, si sentiva accolto e oggi dobbiamo riappropriarci di questa grande ricchezza umana».

Da questa breve intervista con l’On. Polledri emerge un dato chiaro ed è quello della presenza di un grave rischio nell’uso delle biotecnologia: la tecnica può diventare lo strumento con il quale uno stato, culturalmente totalitario, decide quali siano le vita degne di essere vissute. A questo rischio si fa fronte ascoltando, incentivando e dando risposte alla grande sete di senso e di verità che è presente in ogni uomo, così da risvegliare le grandi potenzialità dell’umano.

Natale 2010: davvero fruttuoso per l'islam. In Iran, Irak, Siria, Libano, Africa del Nord, Filippine, Indonesia, Pakistan ed Egitto, i seguaci di Maometto hanno mandato al Padreterno centinaia di "cani infedeli". Poco importa che tra gli apostati figurassero donne e bambini, l'importante era dimostrare la superiorità del Corano rispetto alle inattendibilità dei Vangeli. Riferendosi alla strage di Alessandria, il Santo Padre ha osservato che: «davanti a questa strategia di violenze che ha di mira i cristiani, e ha conseguenze su tutta la popolazione, prego per le vittime e i familiari, e incoraggio le comunità ecclesiali a perseverare nella fede e nella testimonianza di non violenza che ci viene dal Vangelo. Penso anche ai numerosi operatori pastorali uccisi nel 2010». L'imam di Al Azhar, sceicco Ahmed El Tyeb, ha risposto definendo le dichiarazioni di Benedetto XVI un «intervento inaccettabile negli affari dell'Egitto». Dettaglio che la dice lunga sul concetto di rispetto umano professato dall'islam. Una volta per tutte la Chiesa Cattolica dovrebbe dichiarare pubblicamente ai fedeli ciò in realtà pensa privatamente, vale a dire che il Corano non è stato dettato a Maometto dall'Arcangelo Gabriele (in questo caso il libro sarebbe sacro, veritiero e portatore di pace), bensì da qualche entità maligna che si è palesata sotto le mentite spoglie di un angelo di luce. Basti chiedere a qualsivoglia esorcista o sacerdote serio per averne conferma. Se non ci si ficca in testa questa banale verità, si continuerà a spiegare la brama di sangue insita nel dna dell'islam, con una serie di inconcludenti analisi sociologiche che lasceranno il tempo che trovano. Si continuerà a dire che gli integralisti e i kamikaze usano la religione per fini altri, che i veri islamici predicano la pace e la tolleranza e che le cause del terrorismo sono imputabili alla povertà. Baggianate!!! La radice dell'odio va unicamente ricercata nel Corano. La soluzione? Elementare: evangelizzare e convertire chi non ha avuto la fortuna di conosce Cristo, la Via, la Verità, la Vita. Tutto il resto, a partire dal cosiddetto dialogo interreligioso, per passare dalle marcette della pace e per finire con lo spirito di Assisi, è improduttiva perdita di tempo e di vite.

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