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Il Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano ha dedicato il suo discorso di fine  anno 2010, al malessere dei giovani. Egli così si è espresso:” Ci attendono prove molto impegnative. Occorre uno scatto, una mobilitazione. Bisogna, soprattutto, tenere aperte le linee di comunicazione con le generazioni più giovani, i cui problemi sono quelli del futuro dell’ Italia”.  E qui noi ci chiediamo: che cosa fanno gli oltre due milioni di giovani italiani che, secondo l’Istat  hanno compiuto l’iter scolastico con diploma o laurea e non lavorano, non studiano, non fanno apprendistato? Aspettano che il diritto al lavoro si concretizzi,  forse per magia? Certo, i tempi sono duri. Il mercato del lavoro è un palude. Allora, se vogliamo cambiare le cose, se vogliano distillare il meglio delle  moltissime risorse umane di questo Paese dobbiamo puntare sull’importanza essenziale del principio dei doveri dei giovani   e non solo sull’enfatizzazione dei loro diritti.  Pertanto, la preparazione, anche alla vita e al lavoro dei giovani non si improvvisa. In primis, diciamo che bisogna valorizzare le scuole professionali, delle quali abbiamo immenso bisogno; questo per dare un futuro di qualità a ragazzi e ragazze che hanno talenti e abilità manuali. Meglio fare il meccanico, perché si ha la passione e il gusto di sentire il “canto” del motore, e crescere fino a gestirsi un’officina, che fare il laureato disoccupato. Ancora, meglio fare il cuoco, professione oggi in crescita verticale. Ma c’è di più. Autoriparatori, panificatori, addetti al settore caseario, sarti, le chiamano “professioni povere”, ovvero quelle che nessun giovane ha  più voglia di fare. Eppure, solo in provincia di Bari, sono centinaia  le aziende che sarebbero pronte ad assumere queste figure professionali, anche, immediatamente. Secondo la Cna, la Confederazione delle piccole imprese sono almeno 400 i posti di lavoro pronti per essere offerti a giovani adeguatamente formati, nell’arco di appena due anni. Il progetto della Cna punta a chiedere alla Regione Puglia e alla Provincia di Bari di coinvolgere direttamente le associazioni imprenditoriali nella selezione e nello svolgimento dei corsi professionali. Sono stati già contattati gli istituti tecnici della provincia e  il Provveditorato  affinché, già nei percorsi di alternanza scuola-lavoro si passi dalle attuali tre settimane di stage aziendale a periodi più lunghi, magari portando i ragazzi a lavorare fra giugno e settembre. Inoltre, alcune scuole hanno ipotizzato la realizzazione di corsi di formazione per i neodiplomati, da svolgere direttamente in azienda. Un modo, insomma, per far incontrare, concretamente, domanda e offerta di lavoro. C’è da augurarsi che questa iniziativa della Cna di Bari possa avere un’ampia espansione in tutto il territorio italiano.   E dulcis in fundo, rivolgiamo un nostro caloroso appello ai giovani, visti come “diamanti”: accanto al vostro sacrosanto diritto di brillare, c’è il dovere personale di  raffinarsi e coltivarsi, togliendo con impegno, tutte le scorie dello spontaneismo, dell’improvvisazione, dell’irresponsabilità, del vandalismo, rivolgendosi agli altri, sempre con  garbo e gentilezza(qualità essenziali in ogni rapporto con il prossimo).

In vista della ricorrenza 150° anniversario dell’Unità d’Italia, si susseguono saggi e scritti con una carica polemica, altrettanto pregiudiziale, quanto rancorosa, che processano il Risorgimento, in quanto sarebbe stato orchestrato dalla Massoneria contro la Chiesa (con l’appoggio dell’Inghilterra protestante) e si sarebbe concluso con un riprovevole atto di banditismo contro il Regno delle due Sicilie e a danno della popolazione del Sud. Di conseguenza, il Governatore della Sicilia, Raffaele Lombardo ha fatto balenare la minaccia di una separazione dell’isola dal resto del Paese, proclamando che l’isola possiede abbastanza petrolio per potersi arrangiare da sola. A sua volta, Gianfranco Miccichè sottosegretario di Stato alla presidenza del consiglio, ha creato un nuovo partito, Forza Sud  che dovrebbe far valere a Roma,  gli interessi del Mezzogiorno, in quanto altrimenti, continuerebbero ad essere sacrificati a tutto vantaggio del Nord. Così, pure, a nostro avviso, la contrazione della spesa  pubblica ed i meccanismi di responsabilizzazione che con grande probabilità scaturiranno dalla piena applicazione del Federalismo fiscale,  minacciano, oggi, fortemente un pezzo del ceto politico ed economico che in questi ultimi decenni ha costruito fortune politiche ed economiche su una capillare redistribuzione e gestione assistenziale e clientelare di risorse pubbliche e prerogative amministrative. Pertanto, va detto senza mezzi termini, che i rigurgiti neo-borbonici rappresentano una variante della vecchia ideologia sicilianista che è sempre risultata funzionale alle esigenze d’identità e di potere dei ceti parassitari che hanno, nel tempo, ostacolato il processo di modernizzazione della Sicilia e di gran parte del Mezzogiorno. Insomma, nel Sud sembra che ci sia una sorta di “blocco sociale” composto da classi dirigenti che, spesso hanno, assai, male amministrato e di classi colte che tengono loro sostegno, mal consigliando e mal giustificando. Peraltro, l’esasperazione della frattura Nord/Sud che sperimentiamo da un ventennio ha la sua causa nella fine della Dc e del sistema di scambi mutuamente soddisfacenti che la Dc garantiva fra i diversi territori. Quel sistema aveva assicurato per molti anni una certa tranquillità di superficie, ma nella pancia del Paese, anche, allora, si celavano umori cattivi. Per onestà intellettuale, dobbiamo dire, pure, che nel Sud. ci sono, anche, segnali che vanno in una diversa direzione. C’è il fatto che il Meridione(come il Nord) non è un blocco territoriale omogeneo: esiste anche un Sud produttivo e ben governato. Si tratterà di vedere se le resistenze di quella consistente parte del Sud che rende difficile il Federalismo in cantiere, potranno essere superate, evitando, così, il Sud contro il Nord!

L’America sta per incappare in una colossale disfatta in Afghanistan. Salvo un drastico mutamento di politica e di leadership, gli Stati Uniti patiranno il più catastrofico insuccesso militare della loro storia, che segnerà la fine dell’era americana e la perdita del loro status di superpotenza agli occhi del mondo.
Il presidente Obama ha correttamente esonerato il generale Stanley A. McChrystal dal comando in capo in Afghanistan. Nessun ufficiale, per quanto capace o alto in grado, deve permettersi di mancare pubblicamente di rispetto al suo capo civile, specialmente se si tratta del comandante in capo e del vice-presidente. Si tratta di un comportamento che demoralizza le truppe sul campo e veicola confusione fra il settore civile e quello militare dello Stato.
Il generale McChrystal ha dimostrato ben poco giudizio nel permettere a un reporter della rivista Rolling Stone di ottenere un accesso pressoché illimitato al la sua cerchia di collaboratori più interna. Ha permesso ai suoi aiutanti di spalancare la bocca davanti a un cronista anti-militarista di una rivista che fa parte della controcultura pacifista. Avrebbe dovuto sapere che così preparava un fiasco in ambito di pubbliche relazioni e uno scontro con la squadra incaricata della sicurezza nazionale di Obama.
Il vice-presidente Joseph R. Biden Jr. è stato schernito e l’ambasciatore americano in Afghanistan Karl W. Eikenberry deriso come un opportunista pronto ad accoltellarti alla schiena, mentre l’inviato speciale Usa nella zona, Richard Holbrooke, è stato definito un incompetente e il consigliere per la Sicurezza Nazionale James L. Jones chiamato "pagliaccio". Gli aiutanti di campo più vicini al generale McChrystal hanno rivelato altresì la delusione patita dal generale dopo i suoi primi incontri con Obama. Il primo della serie è stato solo l’occasione — dieci minuti in tutto — per prendere fotografie; si dice poi che il generale abbia esternato che il presidente, in un altro meeting di fronte agli alte sfere militari, era apparso "disimpegnato", nonché "imbarazzato e intimidito".
Questo può essere ben vero: ma aver detto tutto ciò in pubblico ha messo il generale McChrystal in una posizione insostenibile ma inevitabile: le norme dell’etica militare impongono infatti che nessuno possa apertamente criticare i propri superiori, anche se questi si rendono ridicoli.
Ma le dimissioni forzate del generale McChrystal rivelano il fallimento radicale della leadership bellica di Obama. Il generale McChrystal aveva votato per lui: era il successore designato dal presidente per guidare la campagna militare in Afghanistan; insieme a Obama il generale McChrystal aveva formulato e sottoscritto la strategia di controguerriglia che è ora in atto e aveva concordato sulle severe regole d’ingaggio, che impediscono ai nostri soldati di combattere efficacemente contro i talebani per paura di colpire i civili.
In breve il generale McChrystal era l’uomo del presidente: il guerriero liberal desideroso di attuare il processo di nation building e di conquistare i cuori e le menti della popolazione afghana. Egli aveva il compito di tradurre in pratica il modo di far la guerra postmoderno di Obama, cioè di trasformare le truppe americane in un corpo armato di pace: i soldati statunitensi non hanno cioè il compito di uccidere i terroristi e di bombardare i loro “santuari”, ma, invece, d'impegnarsi a costruire strade, canali e impianti idrici, dando una mano con progetti di sviluppo economico e fraternizzando con i locali. Uno stile che si potrebbe chiamare "guerra attraverso i lavori socialmente utili".
Nel frattempo, la battaglia-chiave per la conquista di Marjah rimane aperta e la maggior offensiva della guerra, quella finalizzata alla presa della roccaforte talebana di Kandahar, è stata (di nuovo) posposta. Le perdite degli Stati Uniti e della Nato sono in forte crescita. Il presidente afghano Hamid Karzai non crede più che le forze statunitensi abbiano la volontà e la potenza sufficienti per vedere la fine della guerra: Karzai ha perso fiducia nell’America. Sta cercando di interrompere le trattative per la condivisione del potere con le fazioni talebane. Il potere e il prestigio degli Stati Uniti sono in declino non solo in Afghanistan, ma in tutta la regione. La frustrazione del generale McChrystal è un sintomo di grossolana incompetenza: la sua, ma, cosa ancor più importante, anche quella del presidente Obama e del suo team, i quali sono incapaci di vincere la guerra.
La nomina del generale David H. Petraeus al posto del precedente delegato al comando supremo in Afghanistan è un atto disperato. È l’ultima spiaggia di Obama, una scommessa disperata per salvare lo sforzo bellico cambiando l’uomo che ha invertito l’onda di sconfitta in Iraq. Ma è un tentativo destinato all’insuccesso. Obama sta cambiando le poltrone di coperta sul Titanic: ma, fregandosene di quello che fa il capitano, gli iceberg jihadisti stanno per affondare la nave da battaglia americana.
L’Afghanistan non è l’Iraq: è il "cimitero degl’imperi", una nazione dall’aspro terreno e pieno di svariati signori della guerra e di tribù, ideale per la guerra di guerriglia. La famosa Armata Rossa sovietica vi è stata schiacciata negli anni 1980. L'Inghilterra imperiale vi fu sconfitta, non una sola volta ma due, durante il XIX secolo. E la ragione è che entrambe furono attirate in una lunga guerra di logoramento: alla fine, le montagne selvagge e primitive, le caverne e i combattenti afghani sono riusciti a fiaccare forze di molto superiori, dissanguandole lentamente fino a ucciderle.
L’America sta ripetendo gli errori del passato. Il problema in Afghanistan non è di personale, ma di strategia. È irrilevante che sia il generale McChrystal o il generale Petraeus a condurre la guerra: si tratta di una strategia profondamente viziata in radice, che non dipendende da chi ne è responsabile.
La decisione di Obama di annunciare l’inizio del ritiro delle truppe per il luglio del 2011 è il sigillo che la guerra non può essere vinta. I talebani stanno solo aspettando che l’America sia fuori dal territorio afghano; le loro forze militari stanno aumentando la portata degli attacchi, perché sanno che uccidendo un numero sempre più alto di soldati americani accelereranno il ritiro. Inoltre, il popolo afghano non ha incentivi a cooperare con le forze americane e della Nato perché sa che, una volta che l’occidente se ne sarà andato, saranno lasciati nelle peste. I talebani e al Qaeda non se ne andranno, ma gli Yankee sì: e la ricompensa islamista per la collaborazione con gl’infedeli sarà rapida, brutale e senza misericordia.
Ancora, la decisione di non dispiegare massicciamente forze aeree e truppe di terra americane nel vicino Pakistan, specialmente nelle aree dove la frontiera è porosa, cioè nelle province lungo il confine nord-occidentale, ha garantito ai talebani un rifugio sicuro dal quale lanciare una prolungata campagna di guerriglia contro gli occidentali. Finché gl’insorti islamisti nonsaranno scacciati dal Pakistan, il conflitto in Afghanistan si protrarrà insensibilmente, senza scopo, tragicamente.
Il vicepresidente Biden ha annunciato che "molte truppe" "lasceranno" l’Afghanistan nell’estate del 2011. L’Amministration ha già, in sostanza, sventolato la bandiera bianca della resa. Gli Stati Uniti lasceranno l’Afghanistan da sconfitti, umiliati sulla scena mondiale come una "tigre di carta", come nazione incapace e che si autocommisera, non in grado di portare il peso della leadership globale. La sconfitta americana in Afghanistan rappresenterà una vittoria storica delle forze del fascismo islamico, perché l’islam radicale avrà messo in ginocchio il gigante americano proprio nel luogo, l’Afghanistan, dove gli attentati dell’11 settembre 2001 sono stati prefigurati e pianificati, e questo equivarrà alla morte del predominio americano.

[L'articolo è stato pubblicato su The Washington Times del 24-6-2010]

Jeff T. Kuhner

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