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Mercoledì, 20 Marzo 2019

Lampedusa

 

Chiedero' agli Stati membri di mostrare solidarieta", ha detto il presidente della Commissione Europea, José Manuel Barroso, sottolineando che si deve 'rispondere al problema in modo europeo'. La richiesta del ministro degli interni condivisa da Francia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta che la porteranno domani a Bruxelles. Dall'inizio della crisi, arrivati in 6.300.

''Chiedero' agli Stati membri di mostrare solidarieta'''. Lo ha dichiarato il presidente della Commissione Europea, Jose' Manuel Barroso, dopo un incontro con l'alto commissario Onu per i diritti umani, affrontando il tema della possibili migrazioni dal Nord Africa. ''Dobbiamo rispondere al problema in modo europeo'', ha detto Barroso. Che ha precisato che la Commissione non intende modificare la legislazione europea attuale ma attivare "un'azione della Commissione con la cooperazione dei governo". "Possiamo mobilitare - ha aggiunto il capo dell'esecutivo europeo - risorse d'urgenza. Ne ho parlato con il presidente della Repubblica e con il presidente del Consiglio italiani e ne sono stati grati. Possiamo usare gli strumenti attuali per avere, se necessario, una risposta più forte da parte della Ue". La questione della migrazione illegale - ha poi osservato Barroso - a volte viene usata in maniera contraria a quello che dovrebbe essere. Ci sono leader che dicono che se non li supportiamo ci mandano migliaia di migranti. Non possiamo accettare questa minaccia".

Un fondo speciale di solidarietà da destinare ai Paesi che sopportano i maggiori flussi migratori per la crisi nel Nord Africa. Questa la richiesta che i ministri dell'Interno di Italia, Francia, Spagna, Grecia, Cipro e Malta porteranno domani a Bruxelles nella riunione del Consiglio dei ministri dell'Interno dei 27. Lo ha riferito il ministro dell'Interno italiano, Roberto Maroni, al termine del vertice tenuto insieme ai colleghi dei Paesi europei del sud dell'Europa. I sei Paesi chiederanno inoltre la creazione di un sistema europeo di asilo comune entro la fine del 2012, con programmi specifici "come la condivisione degli oneri derivanti dall'accoglienza che noi come Paesi di confine sopportiamo".

Sono 6.300 i migranti arrivati in Italia dall'inizio della crisi in Nord Africa. Lo ha detto il ministro dell'Interno, Roberto Maroni, al termine della riunione con i colleghi di Francia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro. Di questi, ha aggiunto, "6.200 sono tunisini: in pochi hanno presentato domande di asilo; quelli che non lo hanno fatto saranno ospitati nei Cie fino a quando non arriverà il nullaosta per il rimpatrio e poi verranno rimpatriati".

- Approdato il motopesca mazarese Chiaraluna nel porto di Lampedusa, approfittando di un leggero miglioramento delle condizioni meteo. A bordo del peschereccio si trovavano 38 migranti, tutti maschi, rimasti per due giorni in balia del mare. Anche loro stanno per essere trasferiti nel Centro di prima accoglienza. La 'carretta' con gli extracomunitari, che da due giorni risultavano dispersi dopo avere avvertito telefonicamente alcuni parenti che si trovavano nel centro di accoglienza al momento della partenza dal porto tunisino di Sfax, è stata soccorsa dal motopesca a 60 miglia da Lampedusa, in acque di competenza maltese. Aveva il motore in avaria ed era in balia delle condizioni del mare, forza 4-5. Ieri sera erano approdati a Lampedusa altri 197 tunisini, tra cui tre donne e alcuni minori, soccorsi a poche miglia dalla costa da due motovedette della Guardia Costiera. Dopo gli ultimi arrivi, nel Centro di prima accoglienza dell'isola si trovano in questo momento oltre 900 migranti.

Le norme europee non prevedono un "meccanismo di redistribuzione" tra gli Stati membri dei migranti che chiedono asilo: "la solidarietà tra gli Stati membri, come noto, è solo su base volontaria". Lo ha precisato Michele Cercone, il portavoce di Cecilia Malmstrom, Commissaria europea per gli affari interni, dopo che ieri fonti diplomatiche europee avevano escluso che l'Ue potesse farsi carico di uno 'smistamento' dei migranti dal Nord Africa che avrebbero raggiunto le coste italiane

Da poche settimane, la Camera dei Rappresentanti, uno dei rami del Parlamento degli Stati Uniti, ha un nuovo Speaker: al posto della molto liberal Nancy Pelosi c’è ora John Boehner.  Se la sua carica è omologa a quella del nostro Presidente della Camera, la stessa cosa non si può dire dei rispettivi temperamenti e delle visioni del mondo.

Tanto per dare un’idea, ecco che cosa ha fatto Boehner il giorno in cui è stato eletto a tale incarico e ha prestato giuramento: è andato a Messa – una Messa cattolica, si intende – poi a pranzo con la moglie, le figlie e dieci dei suoi undici fratelli (ma nessun cognato). Boehner non è ateo, né futurista, né vagheggia una destra «europea» (cioè una destra non «di destra»), piuttosto è  dichiaratamente pro life e non rifiuta l’etichetta di hard-core conservative che gli hanno affibbiato.

L’inizio di questa nuova «legislatura» statunitense rimanda ad un evento recente di assoluta rilevanza che, però, – un po’ per la spaventosa accelerazione del tempo in cui viviamo, un po’ per il dominio mediatico dell’inutile e dell’idiota, un po’ per malizia ideologica – è stato, di fatto, ignorato.

Mi riferisco alle elezioni di mid-term dello scorso 2 novembre negli USA che hanno riguardato il rinnovo dell’intera Camera, di poco più di un terzo del Senato, di più di due terzi dei governatori, i congressi di molti Stati, altre cariche elettive periferiche, e che, infine, hanno chiamato il popolo a esprimersi su varie questioni con la modalità del referendum.

La straordinaria importanza di tali consultazioni può essere riassunta in tre punti.

1. La destra «di destra» ha probabilmente registrato la più grande vittoria elettorale della storia. A vincere, anzi a trionfare, non è stata, infatti, una destra spuria, una destra «a destra» di qualcuno – socialdemocratica, democristiana, liberaldemocratica o fascista che sia –, ma una destra  che si avvicina molto a ciò che dovrebbe essere per definizione:  alternativa alla sinistra e, perciò, religiosa, patriottica e tradizionale, che difende la persona, la famiglia, la proprietà e l’ordine.

Di questa destra in America, quello che più colpisce è la sua capacità di saldare le tesi contro il big government, la spesa pubblica e la correlativa persecuzione fiscale, con la difesa del diritto alla vita, della famiglia come società naturale basata sul matrimonio tra un maschio e una femmina e quindi la naturalità della filiazione, e la sicurezza dei cittadini. Il trait d’union tra queste posizioni è costituito appunto dalla centralità e dalla libertà vera della persona umana, intesa come irripetibile creatura di Dio.

Una straordinaria polemista statunitense ha scritto che la differenza tra conservatori e progressisti, quindi tra destra e sinistra, è che i primi credono in Dio, i secondi invece credono di essere dio. Se Dio c’è, lo Stato non può tutto: non può ridefinire il matrimonio e la famiglia; non può autorizzare l’aborto, il suicidio e neppure l’eutanasia; deve adeguare la sua dimensione e le sue spese al livello di legittimità della pretesa fiscale che non può superare un certo (minimo) limite, non solo per ovvie ragioni di sviluppo economico, ma anche per il rispetto della libertà individuale e dei corpi sociali.

1.Il_Camidoglio_a_Washington

Il Campidoglio a Washington

In altri termini, come la persona e la sua famiglia, e non lo Stato, sono i legittimi titolari dei proventi del proprio lavoro, del proprio ingegno e della propria fortuna, allo stesso modo la vita e il matrimonio sono sottratti ai poteri costitutivi del legislatore, che può solo riconoscere i relativi diritti naturali e proteggerli.

La destra ha trionfato negli States proprio per aver assunto queste posizioni anti-relativiste insieme a un atteggiamento di fermezza contro i nemici degli USA e dell’Occidente: proprio il contrario di un certo irenismo ottimista e dimissionario che  sembra caratterizzare la politica del presidente Barack Hussein Obama.

2. Che si sia trattato di un trionfo lo dicono i numeri.

Alla Camera i repubblicani sostenuti dal popolo di destra hanno sottratto 65 seggi su 256 (uno su quattro) ai democratici, e a reggere tra costoro sono stati soprattutto i candidati meno sbilanciati a sinistra.

Al Senato erano in palio 19 seggi democratici: i candidati repubblicani ne hanno conquistati 6 (uno su tre!), confermando i propri. Delle venti cariche di governatore detenute dai democratici, sei sono state portate a casa dai repubblicani, anche in questo caso quasi una su tre.

Considerato il fatto che non tutti i candidati democratici erano progressisti, che non tutti i candidati repubblicani erano indovinati e soprattutto che i senatori eletti – come i deputati, del resto – hanno un fortissimo legame con i loro elettori, sicché spesso durano in carica per decenni, i repubblicani sapevano bene di non poter sperare in una vittoria ancora più ampia. Ecco perché chi ha provato a ridimensionare il successo elettorale, sottolineando il fatto che i democratici hanno conservato la maggioranza al Senato ha sostenuto una tesi totalmente priva di pregio: per valutare l’effettiva portata del risultato, si provi a pensare in Italia a una forza politica che in un’elezione confermasse i propri e sottraesse all’avversario un senatore su tre!

Non voglio dare i numeri, e quindi tralascio per ora i risultati nei singoli Stati. Dico solo che anch’essi hanno clamorosamente rovesciato i rapporti di forza, o li hanno consolidati a favore dei repubblicani sostenuti dalla destra diffusa.

3. Le elezioni americane del 2010 dimostrano, infine, come un certo radicalismo sui principi non negoziabili e sulla questione della libertà dall’invadenza statale e dalla pressione fiscale non solo non tolgano voti, ma mobilitino militanti ed elettori. E a chi ritiene superate se non dannose le categorie di destra e sinistra – e le loro integrazioni, centrodestra e centrosinistra – non solo la storia sta dando una severa lezione, ma soprattutto va replicato che i significanti hanno fundamentum in re e non sono meramente convenzionali. Essi corrispondono cioè all’intima natura della realtà umana e della sua libertà, tendente a scelte alternative, drammatiche, ad autentici bivi esistenziali e sociali, tra la mano destra e quella sinistra, che trova riflessi nel lessico («destro», «dritta», «diritto», «right», «recht», «addestrato» etc., e per converso «maldestro», «sinistro», etc.) e persino nelle Sacre Scritture, cui inevitabilmente non possono non corrispondere precisi significati.

Di quanto sintetizzato, naturalmente, non tutto è esportabile, ma nessuno può negare il ruolo di avanguardia degli Stati Uniti almeno da un secolo a questa parte, anche nel male (dal dirigismo socialdemocratico rooseveltiano alla rivoluzione culturale all’insegna di sex, drugs and rock ‘n roll). E più che dai partiti classici , la spinta viene dalle fondazioni culturali e dai movimenti civici e culturali diffusi. Esemplari da questo punto di vista, e stavolta a mio avviso in positivo, tra gli altri sono il movimento pro-life e i recentissimi Tea Party.

Anche qui, non deve mancare il discernimento, perché non tutto è oro quel che riluce, ma è innegabile che il partito repubblicano – cui il PDL tende sempre più a somigliare, oltre le stesse intenzioni, per la forza delle cose – se n’è giovato tanto quanto ha saputo assecondare questa destra «di destra» diffusa, che è stata importantissimo, se non principale, fattore dei suoi successi elettorali.

Chi di noi non ricorda, con quanta enfasi le nostre maestre elementari ci hanno raccontato la storia dell'Unità d'Italia attraverso le gesta di Garibaldi, Mazzini, Cavour.

Quanta “passione”, quanto amore per la “libertà” da parte di questi patrioti che, nella vulgata comune, hanno liberato gli italiani dallo straniero invasore, dai Papi e dai tiranni.

Ma negli ultimi anni questa retorica pian pian si è sgretolata!

Gli italiani, documento dopo documento, mezze verità dopo mezze verità, sono venuti a sapere che noi eravamo italiani molto prima del 1861 e che Dante, San Francesco, Manzoni (tanto per fare qualche esempio) si sentivano italiani perchè si riconoscevano nell'eredità filosofica ellenica e nel diritto romanistico, entrambi amalgamati nel cristianesimo.

Per secoli, i popoli che abitavano la penisola avevano la consapevolezza di appartenere a una stessa “comunità di destino”, viva e diffusa forse più di quanto non lo sia stata dopo il 1861. Prova ne sia,  la risposta comune che nei secoli è stata data alle varie aggressioni esterne (prima saracene e poi ottomana); senza contare i numerosi elementi unificanti quali: la lingua, la letteratura, le arti figurative, l'esperienza politica, i forti legami tra le università, nonché i rapporti fra le varie Corti che si scambiavano cultura e artisti, gli stessi che hanno fatto grande la Penisola con le loro opere.

Il mito del Risorgimento sembrava logorato, ma l'occasione del 150° è servito a qualcuno per rispolverarlo.

Proprio nei giorni scorsi ci ha pensato, davanti a 18 milioni di telespettatori, il menestrello Benigni. Ma al di là del modo in cui è stato presentato dobbiamo riflettere perchè il Risorgimento non è entrato a far parte della memoria collettiva degli italiani. Se da un lato l'Unità d'Italia era un evento necessario, viste le difficoltà di sopravvivenza dei piccoli stati, dall'altro il Risorgimento invece è stato un processo culturale teso a separare l'Italia dal suo ethos tradizionale cattolico, volto a “rifare gli italiani” secondo un progetto d'ingegneria sociale, caratterizzato dal relativismo delle idee e dalla negazione del patrimonio storico della nazione.

Sostenere questo non vuol dire avere “nostalgie” del passato, né attentare all'unità nazionale: il rispetto e la lealtà per la nazione (per i suoi simboli, per i doveri ai quali ci richiama) non si discutono. Tutti dobbiamo andare fieri per esempio dei nostri soldati che, in missione di pace nei paesi in guerra, mostrano di essere la parte migliore del nostro Paese, esportando i nostri Valori pur nel rispetto delle tradizioni dei paesi che li ospitano. E non a caso ogni volta che arrivano notizie tristi sulla morte dei nostri ragazzi, che siano di Enna o di Pordenone, tutti ci sentiamo uniti alle loro famiglie.

Semmai tradiremmo la Nazione rifiutando di conoscere la Verità e su come si è formato lo Stato Italiano, e quali sono state le conseguenze. Così come sorge necessario operare una riconciliazione nazionale fra quanti furono oggetto di persecuzione e massacri, rispetto a chi, tali eccidi li fece con sistematicità e metodo.

Siamo a febbraio, abbiamo dieci mesi per parlarne sul serio...

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