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Giovedì, 04 Giugno 2020

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La formula del «politicamente corretto» oggi abusata e logorata, ha un forte bisogno di essere chiarita, soprattutto in questi tempi. «In ogni luogo del discorso pubblico i soggetti più disparati – politici, intellettuali, giornalisti, artisti – gareggiano nel dichiararsi politicamente scorretti, intendendo con ciò 'anticonformisti', ovvero estranei all'ortodossia ideologica, linguistica e culturale dominante, alla quale si riferiscono con atteggiamento sarcastico, sprezzante». Soltanto però che la dottrina ufficiale del politicamente corretto secondo il professore Eugenio Capozzi, è «viva e vegeta, ed ha una forza tale da esercitare una coercizione ferrea, imponendo terminologie, erogando censure e divieti».

Pertanto di fronte a questa forza, quelli che si considerano anticonformisti, facilmente si piegano, si inchinano e si auto correggono. E i pochi che hanno il coraggio (questi si che sono i veri anticonformisti) di continuare «a sostenere tesi non allineate vengono isolati, delegittimati e le loro opinioni bollate come offensive verso specifici gruppi di persone, a volte persino come hate speech, incitamento all'odio».

Il 4 aprile scorso Alleanza Cattolica, presso il Centro culturale “Rosetum” di Milano, ha presentato il libro di Capozzi, «Politicamente corretto. Storia di un'ideologia», edito da Marsilio Editori (2018). E' stata una serata di studio come ha precisato, Marco Invernizzi, responsabile nazionale dell'associazione. Una sorta di scuola popolare in atto per uomini e donne che intendono combattere la “buona battaglia” del nostro tempo.

Eugenio Capozzi, professore ordinario di Storia contemporanea presso la Facoltà di Lettere dell'Università degli Studi di Napoli “Suor Orsola Benincasa”, in questo libro ricostruisce le origini ed evidenzia le attuali contraddizioni della retorica del politicamente corretto collegandola ad una vera e propria ideologia, che affonda le radici nella crisi della civiltà europea di inizio Novecento. Una ideologia che cresce negli anni sessanta, al tempo dei cosiddetti baby boomers e soprattutto dopo la fine della guerra fredda, con la morte dei totalitarismi. Si sviluppa e si impone con la globalizzazione e diventa egemone soprattutto nell'Occidente relativista e scettico.

Il politicamente corretto è una visione del mondo che ha dato vita secondo Capozzi a dogmi e feticci, come il multiculturalismo, la rivoluzione sessuale, l'ambientalismo radicale, la concezione dell'identità come pura scelta soggettiva (il gender).

Il professore napoletano, in questo libro ben documentato, sono straordinariamente tante le citazioni a piè di pagina delle opere consultate, soprattutto di autori anglosassoni, presenta gli evidenti eccessi e gli aspetti grotteschi del politicamente corretto. Soprattutto per Capozzi, lo ha sottolineato più volte durante la serata di Milano, è necessario proporre la storia di questa ideologia anch'essa totalitaria come quelle del Novecento. Una storia che si può studiare, proprio ora che il fenomeno culturale e politico secondo il professore, appare avviato verso la sua parabola discendente.

Tuttavia, Capozzi vede un'aperta ribellione, una certa ostilità di intellettuali, veramente anticonformisti, ma anche di tante maggioranze silenziose, che non vengono presentate nel mondo dei social media, verso le classi dirigenti, e la loro retorica del politicamente corretto. Nello stesso tempo stanno nascendo nuove forze politiche, che «si distinguono per essere apertamente polemiche verso aspetti qualificanti dell'agenda progressista politicalcorrettista, e che in genere vengono bollate dai sostenitori di quest'ultima come fenomeni pericolosi e regressivi». Capozzi si riferisce a quelle forze politiche, chiamate «populiste», o «sovraniste», o «neo-nazionaliste», nate in Europa quanto nel continente americano, che hanno conseguito rilevanti successi elettorali, e che hanno conquistato il governo dei loro paesi.

Un altro aspetto importante che Capozzi ha sottolineato nella serata milanese, è quello che noi spesso pensiamo che l'ideologia politicalcorrettista, la sua egemonia, la sua centralità, sia un dato naturale e non invece un fatto storico, soggetto come tutti gli altri all'incessante dialettica del divenire, cioè destinata a finire.

Il professore insiste, «per comprendere il politicamente corretto è indispensabile studiarlo in chiave storica, inserirlo nel suo contesto, ricostruirne lo sviluppo dalle origini a oggi, evidenziare le forze che lo hanno favorito e quelle che lo hanno contrastato e lo contrastano tuttora». Pertanto per contrastarlo efficacemente, occorre risalire alle sue radici profonde della visione del mondo che l'ha generato. «Questo libro- scrive Capozzi -  intende dunque essere in primo luogo la ricostruzione di un fenomeno, una riflessione che tenta di individuare in esso 'ciò che è vivo e ciò che è morto', per usare una nota espressione di Benedetto Croce. A tale scopo è necessario innanzitutto classificarlo per ciò che è, definendone la natura».

Il «catechismo civile», del politicamente corretto che tende strutturalmente alla censura, non è una moda delle classi colte. Piuttosto, «rappresenta invece l'espressione di un'ideologia, impostasi nelle società occidentali nell'ultimo mezzo secolo, paradossalmente mentre il luogo comune dominante sosteneva la 'morte delle ideologie'».

Nei cinque capitoli del libro Capozzi definisce le forme e lo sviluppo dell'ideologia dalla quale derivano precetti del politicamente corretto, quel progressismo fondato sul relativismo etico radicale e sull'idea radicale dell'autodeterminazione del soggetto. E' una Weltanschauung secondo Capozzi che ha segnato un mutamento profondo delle società occidentali. A questa idea si è formato un blocco sociale e una classe dirigente, che hanno abbracciato il nascente progressismo come filosofia di vita e fondamento della convivenza civile.

Un blocco sociale di uomini e donne capace di indirizzare secondo i loro interessi, i loro desideri, i loro gusti, l'economia, la politica, la cultura, la ricerca scientifica, la comunicazione mediatica.

Nel I° capitolo viene subito delineata la nuova ideologia: il progressismo diversitario, che arriva, nelle università dei paesi anglosassoni, ad esplicitare addirittura una condanna retroattiva, una specie di censura applicata allo studio del passato. Capozzi riporta l'esempio di Ovidio, di Shakespeare e di Mark Twain; nelle opere di questi letterati secondo i politicalcorrettisti, si intravede discriminazione, violenza, addirittura stupri. Inoltre negli atenei vengono poste in discussione i concetti stessi di civiltà in riguardo all'Occidente.

La pressione sui professori e gli studenti è molto forte, i programmi si devono adeguare al politicamente corretto. Tutto viene controllato dalla letteratura all'intrattenimento di massa, viene censurato, edulcorato e riscritto nei contenuti. Questo perchè ci sono ondate di proteste suscitate da presunte offese. Il metodo è sempre lo stesso: «un soggetto (intellettuali, giornalisti, organizzazioni della società civile) punta il dito contro una frase, un termine, un comportamento percepito come discriminatorio, e immediatamente si scatena sui media tradizionali e sui social – traducendosi poi in manifestazioni fisiche – una campagna che costringe alla rettifica, alle scuse, alle dimissioni coloro che vengono additati come colpevoli diretti o indiretti». Ricordo il caso Barilla.

E' successo nel caso delle statue di nudi maschili e femminili nei Musei capitolini di Roma, che il governo italiano ha subito fatto coprire in occasione della visita ufficiale in Italia del presidente iraniano Hassan Rouhani. Una cosa simile è capitata anche nella metropolitana di Londra, la nudità di un'opera d'arte poteva essere considerata offensiva nei confronti dei molti abitanti  musulmani.

Insomma in ogni contesto culturale e sociale c'è una costante pressione nel ridefinire il linguaggio, «che si traduce nella rimozione di espressioni, definizioni, modi di dire, e nella corrispondente adozione di una serie innumerevole ed elaborata di eufemismi, neologismi, perifrasi, approvati volta a volta dalle élite culturali, politiche e mediatiche più influenti».

Capozzi a questo proposito fa degli esempi eclatanti, come quelli delle accuse pesanti per molestie sessuali, che hanno subito certi noti personaggi Sono espressioni politically correct e political correctiness che si sono diffusi a partire dal mondo anglosassone in senso negativo nei confronti dei comportamenti sociali delle classi colte. Formule molto simili al linguaggio usato dagli attivisti e dai documenti ufficiali comunisti dopo la rivoluzione bolscevica, e poi soprattutto negli anni trenta, «all'epoca della strategia staliniana dei fronti popolari, per descrivere i comportamenti giusti o sbagliati di militanti del partito comunista e di compagni 'di strada' (intellettuali fiancheggiatori) rispetto alla linea dettata dai vertici dell'organizzazione».

Tra l'altro, scrive Capozzi, si tratta della stessa terminologia usata da alcune frange della sinistra movimentista degli anni sessanta e settanta nel senso analogo di teorie e comportamenti conformi ai nuovi standard e slogan ideologici allora in voga. C'era qualcuno che aveva la pretesa del monopolio della verità, il partito totalitario, il movimento, lo Stato onnipotente.

Successivamente questi precetti si sono diffusi nelle società occidentali, a tal punto che si percepiscono come una severa morale sociale imposta dall'alto. Per Capozzi appare come una «morale pedante alla quale occorre rendere omaggio per non essere emarginati dal discorso pubblico, per rimanere nel consesso delle 'persone perbene' [...]».

A questo punto Capozzi si pone la domanda sul perchè il catechismo del politicamente corretto, i suoi codici di prescrizioni e divieti ha conquistato un'egemonia indiscussa? E qui Capozzi narra un po' la storia del Progressismo, dell'idea di progresso, comune a gran parte della cultura europea moderna. Si tratta di quel blocco dottrinario, di quell'ideologia, che vuole creare un mondo nuovo. Un'idea progressista ideologica che è apparsa e incarnata sotto diversi nomi: liberalismo, democrazia, nazionalismo, socialismo. «Tratto comune a tutte le forme di progressismo è l'obiettivo di estirpare dalle società disuguaglianze e ingiustizie ereditate dal passato per condurle verso un avvenire radioso, di volta in volta, attraverso l'ampliamento e l'estensione dei diritti civili (il liberalismo nella sua versione radicale), l'uguaglianza politica (la democrazia), l'uguaglianza sociale ed economica (socialismo, comunismo, anarchismo), la liberazione dei popoli dall'oppressione esterna (i nazionalismi)».

Addirittura per il nostro, persino le ideologie totalitarie o autoritarie del Novecento, come il nazismo e il fascismo, possono essere classificate per molti versi come espressioni di un progetto progressista, sebbene opposto alla vulgata liberale, democratica e socialista. Comunque sia tutte le forme di progressismo, tendenzialmente sono convinte che «attraverso la traduzione di una dottrina in azione politica, si possano colmare le lacune della natura umana».

Dunque il progressismo dottrinario diventa l'ideologia occidentale, che si base su una «vita priva dell'orizzonte della trascendenza, ma che della religione trascendente mantiene l'anelito alla redenzione e alla salvezza, e l'attesa della fine dei tempi».

Per questo motivo tutte le ideologie intese come sistemi di idee per il governo delle società, «possono essere considerate religioni politiche o religioni secolari, secondo la definizioni che ne hanno dato rispettivamente Eric Voegelin e Augusto del Noce».

In particolare scrive Capozzi, «tutte le ideologie sono eredi di quella che sempre Voegelin considera la tendenza 'gnostica' della cultura europea moderna[...]».

Naturalmente la versione più assoluta e seducente del progressismo è stato incarnata nel Novecento, «dal comunismo che a partire dalla rivoluzione bolscevica in Russia, ha dominato incontrastato l'immaginario politico occidentale e di conseguenza il dibattito ideologico».

L'Unione Sovietica appariva come il modello della società egualitaria, il “paradiso in terra”. Intanto si comincia ad abbattere non solo il capitalismo, ma anche la civiltà occidentale, come modello di vita, la sua cultura, le sue tradizioni. Adesso “l'uomo bianco”, diventa il nemico, il conquistatore schiavista, devoto al sacrificio e alla produzione, repressore di ogni slancio creativo, era il nemico della liberazione umana, il freno al vero progresso verso un mondo più giusto e felice.

Praticamente l'Occidente arriva a odiare se stesso. Il progressismo cerca di de-occidentalizzare il mondo e di fare un'opera di “trasvalutazione di tutti i valori” come l'aveva elaborata un secolo prima Friedrich Nietzsche. L'ideologia del politicamente corretto, potrebbe essere definita come l'«autofobia» occidentale, il grande conservatore Roger Scruton, prendendo in prestito dal vocabolario psichiatrico, l'avversione alla propria casa, alla propria patria, l'ha chiamata, «oicofobia», che corrisponde in simmetria l'«allofilia», quel valutare pregiudizialmente positiva qualsiasi aspetto- culturale, sociale, politico, persino estetico – delle civiltà non europee e non occidentali.

In questo modo l'ideologia del progressismo secondo il sociologo canadese Mathieu Bock-Cotè si propone come un'«utopia doversitaria», dove il protagonista, l'eroe della lotta per il nuovo paradiso in terra diventava l'Altro, 'il diverso', in tutte le sue possibili eccezioni». Il nuovo progressismo diversitario, non abbraccia più l'ingegneria sociale, ma una infinità di «soggetti diversi, liberati da ogni vincolo, che esprimono se stessi convivendo armoniosamente senza alcuna gerarchia». Arriviamo così a quell'ideale dove i protagonisti sono quei giovani degli anni sessanta che si ribellano, siamo alla controcultura del sessantotto europeo. Non più il mito del comunismo sovietico ma il parricidio dell'Occidente cattivo, imperialista, colonialista, repressivo, discriminatorio. In pratica si tratta di un «primo mondo» che dovrebbe abbandonare le proprie caratteristiche culturali, per cominciare un nuovo ciclo. La forza trainante di questo nuovo percorso saranno tutti gli esclusi, gli emarginati a qualsiasi titolo dal sistema di dominio, le minoranze più varie che unite formeranno una nuova classe che interpreterà il senso della storia. Questi soggetti, che saranno minoranze etniche, culturali, religiose, sessuali (comprese le donne) sostituiranno il proletariato operaio eletto a suo tempo dal marxismo.

In questo quadro di minoranze escluse, vanno aggiunte  l'ambiente e gli animali. Creando così le basi del filone del neo-progressismo ecologista.

La retorica e la propaganda riveste una importanza fondamentale per tutte le ideologie. Così «ogni religione secolare non soltanto ha i suoi testi sacri, i suoi santi, i suoi martiri, i suoi riti, le sue liturgie, i suoi simboli sacri, ma anche il suo catechismo». Soltanto che nell'ideologia del progressismo diversitario, il nemico, non è più come al tempo del marxismo, ma il nemico, si trova nelle nostre menti. Occorre vincere la resistenza oscurantista che c'è in noi. E quindi si arriva ben presto a delegittimare i nuovi avversari politici che saranno quelli che l'ideologia ha costruito come categorie spregiative per indicare le opinioni dei dissidenti.

Questi a sua volta sono relegati «in uno spazio di esclusione totale da qualsiasi possibilità di discussione civile, in quanto portatori di odio e discriminazione; l'avversario è 'razzista', 'intollerante', 'sessista', e poi 'omofobo', 'islamofobo', e via di questo passo». Praticamente secondo Capozzi questo nuovo tipo di ideologia è ancora più intollerante rispetto a quella comunista, che bene o male ti faceva dibattere, qui sei escluso e basta.

Il nuovo catechismo ideologico diversitario nato all'interno di una società dei mass media, «sfrutta ogni occasione offerta dalla comunicazione, dall'industria culturale e dalla cultura pop per comunicare i propri messaggi, rendendoli comprensibili, accattivanti, persuasivi per il maggior numero possibile di persone».

Se nel passato, per le ideologie classiche, la funzione divulgativa, avveniva attraverso il partito, i manuali di propaganda, dai libretti rossi, dai manifesti murali, dai volantini, «per il progressismo diversitario viene esercitata dai film, dal teatro, dalle canzoni, da trasmissioni di informazione/intrattenimento televisivo, e infine dai contenuti veicolati attraverso il web e i social network».

Il nuovo catechismo ha conquistato la nuova borghesia senza radici, che si è manifestata a partire dal boom economico del secondo dopoguerra, sono i giovani baby boomers ribelli degli anni sessanta che intraprendono professioni liberali, entrano nel sistema dei grandi media, dell'editoria, dell'accademia, dell'intrattenimento di massa e vanno a costruire l'economia  in via di essere globalizzata.

Insomma per Capozzi, l'ideologia diversitaria ha conquistato l'egemonia culturale nei paesi liberaldemocratici. Gli ex ribelli del sessantotto diventano borghesia, fino ad arrivare al vitalismo libertario dell'industria hi-tech di Silicon Walley, con i suoi leader riconosciuti, come Bill Gates o Steve Jobs. Paradossalmente l'ideologia di queste èlite, diventa dottrina ufficiale di certa sinistra occidentale, nonostante negli anni novanta, si imponevano i movimenti della contestazione No global.

Le classi dirigenti riescono a rovesciare quella diffusa contestazione, presentando la globalizzazione a favore dei nuovi diritti e delle opportunità individuali.

Come è stato scoperto il politicamente corretto? Per il professore si comincia con il 1994, un caso letterario clamoroso, un libro satirico di un umorista americano rivisita le più note fiabe europee secondo i canoni linguistici e morali delle retorica correttista. Si comincia con Cappuccetto Rosso, che si trasforma in una arringa a favore dell'emancipazione femminile e in una ferma condanna del cacciatore come simbolo del potere maschilista. Si prosegue con i Tre porcellini, i Sette nani di Biancaneve e così via. E' un documento prezioso questo libro, perchè già allora, si mettono insieme in un unico bersaglio satirico femminismo, multiculturalismo e abientalismo/animalismo, considerandoli elementi di un unico sistema di pensiero.

In questo periodo in cui si profilava la nuova ideologia sono stati pubblicati dei libri che denunciavano l'avanzare di un conformismo politico-culturale, i suoi luoghi comuni, la crescente limitazione della libertà di pensiero e di espressione. Sono comunque delle voci minoritarie. Capozzi, cita, «Singhiozzo dell'uomo bianco» (1983) e «La tirannia della penitenza» di Pascal Bruckner, dove viene descritta la progressiva trasformazione del terzomondismo in un'ortodossia dogmatica, la civiltà europea è colpevole di tutti i mali sofferti dai popoli ex colonizzati. Ma il più potente atto di accusa nei confronti della nuova ideologia del politicamente corretto compare nel 1987, «La chiusura della mente americana» del filosofo Allan Bloom. L'autore denuncia entrando nei particolari, la riscrittura della storia del sistema formativo scolastico e universitario americano che demolisce dalle fondamenta la cultura occidentale. Successivamente ci pensa un altro volume, «La cultura del piagnisteo. La saga del politicamente corretto», di Robert Hughes, a criticare la sinistra americana per l'attenzione ossessiva ai diritti civili e al multiculturalismo, l'ipocrisia moralista, la fissazione per le 'vittime dell'Occidente'.

Tuttavia ritornando all'ideologia diversitaria, Capozzi nel libro ne descrive tutti gli aspetti. Guardando i principali temi del dibattito, Capozzi ritiene che i dogmi del neo-progressismo si possono raggruppare in quattro blocchi principali: 1)l'equivalenza tra le culture e le civiltà (il multiculturalismo); 2) l'equivalenza tra desideri e diritti (la rivoluzione sessuale, antropologica, biopolitica); 3) la messa ai margini della civiltà umana rispetto alla salvaguardia dell'ambiente (ecologismo ideologizzato e antiumanesimo ambientalista); 4) la concezione dell'identità non come eredità naturale e storica, ma come scelta soggettiva, espressione dell'autodeterminazione individuale e collettiva.

Sono le quattro verità, articoli di fede, dell'ideologia correttista che si innesta facilmente nel nostro mondo occidentale relativista che peraltro sta morendo. Sono i quattro argomenti che Capozzi sviluppa nei capitoli successivi del libro.

L'Occidente è sempre colpevole. Oggi è diventato impossibile fare un discorso di appartenenza senza essere tacciato di etnocentrismo, di imperialismo culturale, se non di razzismo. Praticamente «tra gli intellettuali, politici, classi dirigenti si è imposto un relativismo culturale che condanna a priori qualsiasi gerarchia di organizzazione sociale, di costume, di valore». Ricordo sempre tanti anni fa quando una collega mi riprendeva a scuola perchè io sostenevo che gli Atzechi con i sacrifici umani non potessero essere considerati popoli civili. Siamo all'affermazione del multiculturalismo, dove le culture devono convivere, mescolarsi e integrarsi, senza che nessuna cultura prevalga. Anzi per la verità sottolinea Capozzi sono le altre culture a prevalere. Infatti in America viene messa in discussione la Dichiarazione dei Diritti dell'uomo del 1948, perchè espressione di una cultura occidentale e quindi secondo l'antropologo culturale statunitense Melville J. Herskovits, «non avrebbe dovuto applicarsi astrattamente all'intero genere umano, ma tenere conto delle diverse culture e rispettarne le differenze». Infatti l'ideologia correttista si rifà a questo antropologo che aveva criticato la dichiarazione.

Comunque sia secondo Capozzi la conversione della sinistra dal marxismo classico al terzomondismo e alla contestazione dei modelli occidentali era stata preparata da molto tempo; nel secondo dopoguerra veniva fatta propria dai vari fronti di liberazione di molti paesi. L'anticolonialismo era sempre presente nelle forze politiche della sinistra. Alla base di quell'idea c'era che le «culture dei popoli extraeuropei assoggettati erano depositari di un'«innocenza» originaria macchiata dai dominatori».

Capozzi descrive bene quegli anni della guerra in Vietnam, dei movimenti di protesta, delle rivolte pacifiste dei giovani americani ed europei. La protesta contro la guerra in Vietnam, offre al relativismo un ambiente ideale in cui svilupparsi. In quegli anni assume una importanza incisiva il brano musicale di John Lennon, Imagine, del 1971. Un brano semplice che esprime «in una forma universalmente comprensibile l'utopia di un mondo dal quale sarebbero state estirpate tutte le cause della violenza». Un brano che si è trasformato nell'inno ufficiale del pacifismo, e in uno dei monumenti del catechismo politicamente corretto, ancora oggi un valido collante emotivo propagandistico. Non sto qui a riferire i contenuti della canzone, mi limito solo a scrivere quali sono i mali che intende rimuovere: la religione, le nazioni, la proprietà. In pratica i fondamenti della modernità euro-occidentale.

L'ultimo stadio del multiculturalismo è un mondo di migranti. Secondo la vulgata multiculturalista, le politiche dei governi occidentali non avrebbero dovuto pretendere che i nuovi arrivati si omologassero al contesto politico e giuridico, l'obiettivo è quello di fare società globali aperte, fluide, fondate sulle contaminazioni.

Il 3° capitolo riguarda la rivoluzione sessuale in atto nelle nostre società. “Ogni desiderio è un diritto”.

Capozzi affronta i temi connessi alla libertà sessuale in tutte le sue forme. Negazione di ogni repressione o differimento della soddisfazione dei desideri. Chiunque in Occidente «riproponga la validità di una morale imperniata su autodisciplina e continenza viene messo in ridicolo, oltre che accusato di essere reazionario, nostalgico di un passato oscuro». Oppure come è capitato ai partecipanti al Congresso delle Famiglie di Verona viene classificato come medievale.

Nel capitolo Capozzi risponde alla domanda sul perché i temi legati alla sessualità sono diventati uno tra i pilastri del nuovo progressismo nel secondo Novecento.

Il testo fa una splendida sintesi degli avvenimenti che caratterizzarono il sessantotto. Soprattutto della controcultura di quei movimenti, dei gruppi, degli hippie e poi dei festival che hanno segnato la storia della musica pop: Monterrey, Woodstock. Ma fa anche i nomi dei gruppi musicali. In questo ambiente si prospettava una liberazione dai vincoli e un risveglio delle energie interiori, ritrovarsi insieme uniti non per norme etiche universali, tradizioni, leggi o istituzioni, ma da istinti, emozioni, desideri comuni. Vivere alla giornata. Il nuovo metro di giudizio del progresso sarà il piacere soggettivo. Si arriva alla rivoluzione sessuale attraverso “la politica del piacere”.

Naturalmente Capozzi fa i nomi dei vari filosofi, studiosi che hanno teorizzato questa emancipazione dell'uomo e della donna. La scuola di Francoforte con Eric Fromm, ma soprattutto con l'austriaco Wilhelm Reich, con la sua celebra opera, “La rivoluzione sessuale”. E poi Herbert Marcuse, che ha dato alla sessualità un sostegno filosofico criticando sistematicamente l'organizzazione sociale occidentale.

A poco a poco si pone l'attenzione sui gruppi più discriminati: le donne e i gay, i cultural studies influenzano il movimento femminista e quello dei diritti degli omosessuali. «contribuendo a diffondere l'identificazione di pratiche non legate alla stabilità familiare e riproduttiva con una sorta di proletariato della vita emotiva, istintuale, etica».

Con la seconda ondata del femminismo, la donna ha pieni poteri sulla vita. Le donne sono liberate dall'essere mogli e madri. Riconquistano la sovranità sul proprio corpo, demolendo le prigioni in cui erano relegate.

Nel 4° capitolo Capozzi affronta il tema dell'utopia dell'antiumanesimo ambientalista. Secondo i politicalcorrettisti, l'uomo non è necessario. Perchè l'uomo inquina, costruisce, distrugge. A poco a poco negli anni, la sensibilità ecologica viene trasformata in rivendicazione etico-politica e l'ambientalismo entra a pieno titolo tra i temi della sinistra. Pertanto per la“salvezza del pianeta”, si arriva a prescrivere una serie di precetti che investono non soltanto i comportamenti delle classi politiche ma anche quelli dei privati cittadini.

Le forme dell'ecologismo radicale concordano sul fatto che l'unico modo per garantire la salvaguardia dell'ambiente, è quello di ritornare per certi versi allo stadio precedente alla civilizzazione e allora contro l'imperialismo del genere umano, si propone veganesimo e antispecismo.

Infine il 5° e ultimo capitolo si occupa dell'autodeterminazione dell'essere umano. “Puoi essere quello che vuoi”. Per cambiare sesso basta una semplice attestazione di “sentirsi” maschio o femmina. Pertanto si possono avere diverse identità. L'uomo viene spogliato della sua essenza, viene ridotto a semplice hub di percezioni, emozioni, desideri. Il percorso giunge a un'umanità neutra, quella del Gender: essere quello che si vuole.

Alla luce del drastico peggioramento delle condizioni di sicurezza nella capitale libica Tripoli, l’UNHCR, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i Rifugiati, venerdì scorso ha chiesto con urgenza il rilascio immediato di rifugiati e migranti dai luoghi di detenzione. Molti di questi Centri si trovano in aree teatro di scontri continui.

In seguito all’inasprirsi del conflitto in Libia all’inizio di aprile, oltre 9.500 persone sono state costrette alla fuga. Tuttavia, si stima che siano oltre 1.500 i rifugiati e i migranti bloccati in Centri di detenzione che si trovano in aree interessate dalle ostilità.

“Queste persone sono in una situazione di grande vulnerabilità e pericolo. Sono fuggite da conflitti o persecuzioni nei propri Paesi solo per ritrovarsi intrappolate in nuovi scontri”, ha dichiarato Filippo Grandi, Alto Commissario delle Nazioni Unite per i Rifugiati.

“I rischi per le loro vite crescono ora dopo ora. È necessario metterli in salvo con urgenza. Per intenderci, è una questione di vita o di morte”.

Fra i Centri di detenzione che si trovano in prossimità degli scontri vi sono quelli di Ain Zara, Qasr Bin Ghasheer e Abu Sleim, tutti a sud di Tripoli.

La settimana scorsa, l’UNHCR ha cercato di assicurare il trasferimento di rifugiati detenuti vulnerabili da tali Centri a luoghi più sicuri, fra i quali il Centro di raccolta e partenza (Gathering and Departure Facility/GDF) gestito dall’UNHCR, nel centro di Tripoli.

Alla data di venerdì 12 aprile, l’UNHCR aveva potuto effettuare il trasferimento di soli 150 rifugiati vulnerabili dal Centro di detenzione di Ain Zara al GDF.

Gli sforzi profusi dall’UNHCR per assicurare ulteriori trasferimenti di rifugiati vulnerabili da altri Centri di detenzione sono stati ostacolati dall’impossibilità di accedervi e da problemi di sicurezza.

Gli scontri stanno ostacolando gli spostamenti mentre l’instabilità delle condizioni di sicurezza comporta sia la difficoltà di accedere alle strutture interessate dal conflitto per mettere in salvo i rifugiati, sia quella di organizzarne il trasferimento in aree più sicure.

Quale ultima misura salva-vita, non avendo ottenuto il rilascio dei detenuti, l’UNHCR, insieme ai propri partner, giovedì scorso ha tentato di ricollocare tutti i 728 rifugiati e migranti detenuti nella struttura di Qasr Bin Ghasheer al Centro di detenzione di Zintan, lontano dal conflitto.

Nonostante il Centro di Zintan non sia assolutamente adeguato, si trova in un’area più sicura ed è accessibile da Qasr Bin Ghasheer. International Medical Corps (IMC), partner medico dell’UNHCR, gestisce inoltre una clinica sul posto che permette di assistere in tempi rapidi rifugiati e migranti.

Tuttavia, rifugiati e migranti hanno rifiutato di essere trasferiti chiedendo invece di essere evacuati al di fuori della Libia. Attualmente, le possibilità di evacuazione dalla Libia sono estremamente ridotte.

L’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati rivolge un appello alla comunità internazionale affinché solleciti tutte le parti coinvolte nel conflitto a conformarsi agli obblighi di diritto internazionale e sostenga le misure necessarie a porre fine alla detenzione, promuovendo, allo stesso tempo, soluzioni per la popolazione vittima del conflitto in Libia, fra le quali corridoi umanitari per evacuare i più vulnerabili fuori dal Paese.

Le condizioni attuali in Libia continuano a evidenziare che il Paese rappresenta un luogo pericoloso per rifugiati e migranti e che quanti fra essi sono soccorsi e intercettati in mare non devono esservi ricondotti. L’UNHCR ha chiesto ripetutamente che si metta fine alla detenzione di rifugiati e migranti.

Dopo mesi di silenzio torna alla ribalta il caos libico. Non sono servite le conferenze internazionali, le risoluzioni delle Nazioni Unite, le tribù che si fronteggiano pensano solamente alla conquista del potere che al momento sembra un ballottaggio tra le truppe di Khalifa Haftar, a capo del governo della Cirenaica, che stanno marciando verso Tripoli e quelle del primo ministro Fayez al Serraj a capo del governo libico con sede a Tripoli e riconosciuto dalla comunità internazionale. Ne parliamo con Alexandre Del Valle, politologo e giornalista francese di origini italiane autore di numerosi saggi tra i quali Comprendere il caos siriano (D’Ettoris editori, 2017) e il recentissimo Il complesso occidentale. Piccolo trattato di de-colpevolizzazione (Paesi edizioni, 2019) e che sarà in Italia per un giro di conferenze (Roma e Milano).

Il mondo occidentale sembra stare a guardare questa guerra combattuta alle sue porte, è proprio vero?

L’Italia sta col governo dell’ovest, di Tripoli con rapporti pragmaticamente abbastanza buoni per bloccare i flussi migratori dei clandestini; mentre la Francia, in funzione anti italiana, sta col generale Haftar nell’est e lo sta armando. Il generale Haftar, nazionalista, è aiutato dagli Emirati, dall’Egitto e anche dalla Russia. L’Onu appoggia il governo di Serraj di Tripoli e l’Italia mantiene buoni rapporti per bloccare i flussi migratori. C’è una grande rivalità internazionale fra questi attori e una rivalità tra islamisti dell’ovest e anti islamisti, nazionalisti all’est. Invece della rivalità sciiti sunniti che manca in questo teatro, c’è una rivalità tra nazionalisti appoggiati dai Russi e armati dagli Emirati e dall’Egitto e, dall’altro lato, l’Onu che assieme alla Turchia appoggiano Tripoli. Quello che sappiamo è che il generale Haftar controlla i principali pozzi di petrolio che ha conquistato in questo ultimo anno e ha bisogno di controllare anche la capitale per commercializzare il petrolio dei pozzi. Chi  non controlla la capitale riconosciuta internazionalmente non può commercializzare facilmente petrolio e gas.

Gli Stati Uniti come si pongono in questa vicenda politico-militare?

Gli americani hanno preoccupazioni diverse e delegano alla Francia, all’Inghilterra e all’Italia il controllo di queste zone. Sono gli attori regionali come gli Emirati, vicini all’America e alla Francia, che hanno una grande forza militare anche superiore a quella Saudita e del Qatar, assieme all’ Egitto si sono impegnati contro i Fratelli musulmani e il loro scopo è quello di bloccare le forze pro Fratelli musulmani che si sono schierate a fianco del governo di Tripoli e delle milizie di Misurata.

La situazione libica appare piuttosto complessa simile a quella siriana ma con parti apparentemente invertite con il nostro paese dalla parte degli islamisti……

Il governo italiano è pragmatico, sta con chi controlla i flussi migratori o lo aiuta a farlo, la Francia è molto vicina agli Emirati Arabi. Mentre François Hollande era l’uomo dei sauditi, Sarkozy era l’uomo del Qatar, il presidente francese attuale è piuttosto l’uomo degli emirati. Adesso attorno a Tripoli e alle milizie di Misurata ci sono forze radicali, anche del Daesh e di Al-Qaeda che stanno aumentando e sono rinforzate dai jiadisti che fuggono dalla Siria e dall’Iraq. La Libia sta recuperando i flussi dei jiadisti dal vicino oriente e questo è un problema.

C’è in tutto questo un collegamento col nostro passato coloniale, una paura di essere accusati di neo-colonialismo?

Questo è un argomento importante perché molti intellettuali africani si appoggiano a questi sensi di colpa dell’Occidente. Ma questo adesso non vale più, la decolonizzazione è stata fatta e alcuni paesi non sono stati né colonizzati né colonizzatori ma si comportano allo stesso modo. Ad esempio gli Emirati non hanno mai colonizzato l’Africa e viceversa, Yemen e Marocco sono paesi che non hanno la stessa storia della Libia o l’Algeria. Gli Stati Uniti erano una colonia. La Turchia non è stata colonizzata dall’Europa, anzi è stata la Turchia a colonizzare l’Europa per secoli e si comporta in modo imperialista nell’Africa del nord e nel vicino oriente bombardando i Curdi, volendo annettersi un pezzo di Siria e di Iraq, sostenendo i Fratelli musulmani in Libia. L’argomento della colonizzazione non vale più e sono nozioni sorpassate, la realtà attuale è diversa. Dobbiamo toglierci di dosso il senso di colpa che ci impedisce di avere un’analisi geopolitica. Altro aspetto: i leader africani da molti anni sono indipendenti, possono fare ciò che vogliono, sono corrotti, hanno affamato i loro popoli e questo non per colpa nostra. Non è colpa nostra se questi dittatori hanno sfruttato le risorse senza condividerle facendo arricchire solamente le proprie famiglie. L’Europa ha volte fa degli errori, ma, ad esempio, la Francia era contraria all’intervento in Iraq nel 2003, ma se un europeo o un americano fa un errore geopolitico questo non è riferibile a tutti gli uomini bianchi o a tutti gli europei. La grande assurdità dell’analisi geopolitica fondata sul senso di colpa post-coloniale è di mettere tutti i paesi europei sullo stesso livello come se ci fosse un’omogeneità totale. I francesi hanno fatto la colonizzazione, la tratta degli schiavi con i neri nei Caraibi, però, nello stesso momento altri bianchi, europei e cristiani, è quello che spiego nel mio ultimo libro, erano vittime della schiavitù. Ad esempio gli slavi. La parola slavo viene da schiavo. I balcani, i russi, gli ucraini erano riserve di schiavi per l’impero tartaro e per i turchi. Tutti siamo stati lo schiavo o il sottomesso di qualcun altro, è stupidissimo accusare tutti gli europei di ciò che fanno alcuni e inoltre accusare i discendenti delle colpe dei predecessori. È totalmente contrario ai diritti dell’uomo e anche al diritto e alla giurisprudenza delle democrazie. Quello che definisce la democrazia moderna è proprio la responsabilità individuale e non si deve pagare per il passato o per gli antenati, altrimenti si torna alla morale di tribù.

Il suo ultimo lavoro Il complesso occidentale è un testo teso alla de-colpevolizzazione dell’occidente?

Certo è proprio il sottotitolo: piccolo trattato di de colpevolizzazione che rende bene la mia idea che nessuna politica si può fare col senso di colpa e il nostro peggior nemico non è il terrorismo islamico o la concorrenza industriale cinese, ma l’odio di sé stesso, dell’uomo bianco europeo che si odia come per espiare i peccati passati. Si sente talmente colpevole e pensa di doversi far perdonare il passato scomparendo, rinunciando ad una politica identitaria. Accettando tutte le imposizioni e soprattutto l’immigrazione. Se l’uomo bianco non fosse suicida farebbe venire immigrati dall’Europa dell’est, i figli di europei dall’America latina, molti italiani che vorrebbero tornare ma non possono. Privilegiare gli africani cristiani e non i musulmani, magari gli indiani induisti che fuori dal proprio paese non provano a far convertire nessuno. Il solo fatto che si privilegi un’immigrazione maggioritariamente islamica è quasi la prova che ci odiamo e vogliamo sparire. Il peggior nemico dell’Europa è il suo senso di colpa che per farsi perdonare la colonizzazione passata accetta di essere colonizzato oggi addirittura organizzando la propria auto colonizzazione. Per uno psichiatra sarebbe affascinante da studiare, siamo nella malattia collettiva, il senso di colpa collettivo è una patologia sociale che ritiene che l’unico modo peri espiare i propri peccati imperdonabili sarebbe suicidarsi. Ne parlo alla fine del mio libro: è come l’uomo depresso che quando sembra che stia meglio è il momento precedente al suicidio. Quando decide di uccidersi ritrova una certa coerenza. L’uomo bianco sta attraversando una fase di suicidio paragonabile a quella del depresso grave.

Vediamo un barlume di speranza?

Un messaggio di speranza c’è, ma al 50%. Da quando c’è Trump in America o Salvini in Italia o altri come Kurz in Austria, sembra che il politicamente corretto cominci a declinare, la parola comincia a liberarsi, alcune cose si possono dire. La sinistra non domina più al 90%, magari solo al 60. Dall’altra parte il fatto che solamente persone molto controverse, a volte volgari, di basso rilievo intellettuale, considerati come provocatori, il fatto che siano gli unici che osano sfidare il politicamente corretto sminuisce la loro opera. Anche le persone più tranquille dovrebbero farlo. In passato anche i più moderati non erano politicamente corretti, un secolo fa nessuno lo era, tutti erano patrioti, anche le persone più bilanciate. Quindi siamo solo ad un piccolo inizio però non dobbiamo lasciare solamente ai populisti più radicali il monopolio del politicamente scorretto, dovrebbe anche svilupparsi una filosofia politicamente scorretta, una geopolitica politicamente scorretta, ragionevole, ma decolpevolizzata.

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