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Card. József Mindszenty (1892–1975)

«Ieri sera, quando seppi della sentenza, ebbi un sentimento di superbia di cui ho chiesto perdono a Dio. Mi sentii cioè vicino ai sacerdoti e ai laici che al di là della cortina di ferro vengono quotidianamente trascinati a pene orribili. Non sono degno però di baciare le catene del cardinale Mindszenty ed altri, ma sento, che, sia pure in piccolissima misura, Gesù mi ha associato a queste sante creature… Se qualcuno pensasse che il vostro vescovo si metterà a tacere, costui fortemente s’illude».

Sono le parole di mons. Pietro Fiordelli (1916-2004), vescovo degno di nota del quale è appena uscita una interessante biografia a cura di Giuseppe Brienza, intitolata La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, pronunciate in una data destinata a rimanere nella storia, non solo di Prato, ma anche dell'Italia. Era il 1° marzo 1958 e il Vescovo di Prato era stato appena condannato, in primo grado, dal tribunale di Firenze per diffamazione nei confronti dei coniugi Bellandi. Era il famoso caso «dei pubblici concubini». Quel giorno la comunità ecclesiale di Prato si strinse attorno al suo pastore e alle 18, venne celebrata in duomo una messa, su richiesta dei sacerdoti della diocesi toscana e della locale Azione cattolica.

Nel suo discorso, mons. Fiordelli, si riferiva alla gloriosa vicenda del primate di Ungheria, il Servo di Dio József Mindszenty(1892-1975), arrestato prima nel 1944 dal governo filo-nazista del suo Paese con l’accusa di alto tradimento e, poi, nel 1948, da quello comunista a causa della sua Fede in Cristo e della sua ferma obbedienza al Santo Padre. Anche per questo, Papa Pio XII, nella lettera apostolica Dum maerenti animo, del 29 giugno 1956, rivolgendosi alla Chiesa perseguitata nell’Europa dell’Est, scrisse: «Ci rivolgiamo anzitutto a voi, diletti figli Nostri, cardinali di santa romana Chiesa, Giuseppe Mindszenty, Luigi Stepinac e Stefano Wyszynski, che noi stessi abbiamo rivestiti della dignità della romana porpora per gli insigni meriti da voi acquistati nel disimpegno dei doveri pastorali e nella difesa della libertà della Chiesa». «All’animo nostro addolorato – continuava l’ora Venerabile Pio XII – è sempre presente quanto voi, ingiustamente allontanati dalle vostre sedi e dal vostro sacro ministero, avete sofferto e continuate a soffrire con fortezza per Gesù Cristo».

Mons. Fiordelli, nella “cattolica Italia” (o, meglio, “democristiana Italia”) degli anni Cinquanta, come ricorda Brienza, era querelato e condannato in primo grado per aver denunciato dal pulpito come «pubblici peccatori e concubini»una coppia di coniugi della diocesi, Mauro Bellandi e Loriana Nunziati, perché sposati con il solo rito civile. I fatti risalgono al 1956 e causarono al giovane vescovo un processo per diffamazione intentato dalla coppia di cittadini pratesi (lui era un noto militante comunista)ed una condanna in primo grado al pagamento disanzione pecunaria. Dopo molteplici interrogatori e deposizioni, Fiordelli venne, a distanza di anni, assolto in appelloper l’«insindacabilità dell’atto» a lui imputato. Il fatto che, per così dire, accese la miccia fu la lettera da lui indirizzata ad un sacerdote della diocesi di Prato, don Danilo Aiazzi, responsabile della parrocchia alla quale appartenevano i sopra menzionati coniugi Bellandi, pubblicata il 12 agosto 1956 sul giornale parrocchiale. Intrisa di una fermezza alla quale alcuninon erano più abituati, dopo che fu resa nota fu intrapresa, da parte degli ambienti comunisti e laicisti, una campagna stampa internazionale per screditare, assieme al vescovo Fiordelli, quello stesso Papa che lo aveva nominato e lo appoggiava convintamente, cioè Pio XII. Persino la rivista americana Life contribuì, con grandi fotografie pubblicate della famiglia Bellandi al completo, comprese alcune della neo-mamma“scomunicata” con il proprio bebè in braccio, ad amplificare la vicenda.

Dopo discussioni sul diritto canonico e concordatario,i giudici condannarono il vescovo di Prato ad una ammenda di 40.000 lire, una condanna simbolica anche se moralmente grave, che suscitò le vivaci proteste della Santa Sede e del mondo cattolico internazionale. La segreteria di Stato vaticana denunciò la sentenza come un atto illegale della magistratura che avrebbe favorito in futuro ogni abuso laicista, e condannò la debolezza dimostrata nella vicenda dal Governo italiano.

Fra gli altri messaggi di solidarietà pervenuti a mons. Fiordelli e che sono stati riportati nel volume biografico appena pubblicato dalla casa editrice diretta da Mons. Antonio Livi (il quale ne firma anche una accurata Postfazione), sono di particolare interesse storico anche quelli inviati da personalità di notorietà internazionale, perseguitate dalle autorità comuniste al potere, come quello dello scrittore rumeno Vintilă Horia (1915-1992).

Mons. Pietro Fiordelli, per 37 anni vescovo di Prato (dal 1954 al 1991), è da considerarsi fra i più intrepidi difensori della vita e della famiglia in un’ Italia, come quella del post-Concilio e del Sessantotto, nella quale anche molti cattolici si sono adeguati al liberalismo ed al marxismo imperanti. Fra i suoi meriti vi sono quello di aver promosso, nei primi anni Settanta, l’organizzazione capillare di “Centri” e “Servizi di aiuto alla vita” che, ancora oggi, cercano di scongiurare l’aborto e, nel 1979, di essersi inventato quella “Giornata nazionale per la vita”, doverosamente celebrata ogni anno in tutte le parrocchie d’Italia, a partire dell’approvazione della legge che ha introdotto l’uccisione volontaria dei nascituri nel nostro Paese (la famigerata l. n. 194 del 1978).

Quella di mons. Pietro Fiordelli presentata in questo saggio biografico pubblicato nel decimo anniversario della sua morte (2004-2014), corrisponde esattamente alla visione di vescovo che, secondo Papa Francesco, la Chiesa “vuole avere” (Discorso alla Congregazione per i vescovi, 27 febbraio 2014). Determinato a compiere scelte libere da «[…] condizionamenti di scuderie, consorterie o egemonie», ed annoverabile fra quei pastori santi che, ha indicato l’attuale Pontefice, vivono come «[…] seminatori umili e fiduciosi della verità», questo vescovo si è adoperato in un’opera indefessa per la restaurazione della dignità del matrimonio e contro il comunismo. Noncurante delle calunnie e delle accuse mossegli da coloro che avversavano la sua concezione sociale cristiana, Fiordelli si è fatto senza compromessi araldo dei valori morali e familiari, coniando fra l’altro durante il Concilio Vaticano II una delle espressioni che è oggi comunemente utilizzata, cioè la famiglia “Chiesa domestica”, destinata ad edificare, in chiave civica, quella famiglia di famiglie sicuro ancoraggio di Tradizione e di futuro.

Foto di mons. Fiordelli grande

Mons. Fiordelli e gli operai

«Nella città che, al momento del suo insediamento, contavanei vari rami economici oltre 45.000 lavoratori occupati, ilvescovo Fiordelli impostò una capillare pastorale nelmondo degli operai e degli imprenditori. Promosse adesempio, fin dal 1957, la “Pasqua nelle fabbriche”, istituendocontestualmente in diocesi una delle più attive sezioniterritoriali di quell’Opera Nazionale di AssistenzaReligiosa e Morale degli Operai (onarmo), che era stata fondatanel 1926 in seno alla Sacra Congregazione Concistoriale,oggi Congregazione per i vescovi, proprio per cercare di ispirareil movimento operaio ai principi della dottrina sociale della Chiesa e, così, sottrarlo alle pericolose e fallaci “esche” delsocial-comunismo. Si trattava di un’opera che Mons. Fiordelli seguì sempre con grande attenzione, sull’esempio di quantopromosso e fatto personalmente nella sua diocesi a Genovadal card. Giuseppe Siri (1906-1989), un pastoreche emerge come uno dei maggiori protagonisti e teologidella Chiesa del XX secolo» (Giuseppe Brienza, La difesa sociale della famiglia. Diritto naturale e dottrina cristiana nella pastorale di Pietro Fiordelli, Vescovo di Prato, con Invito alla lettura di mons. Luigi Negri, Casa editrice Leonardo da Vinci, Roma 2014, pp. 21-22 - € 15, Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.-).

Fiordelli (copertina)

San Josemaría Escrivá de Balaguer

«Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro»,è il titolo del primoMessaggio per la Giornata Mondiale delle Comunicazioni Socialiche, il 4 marzo, Papa Francescoha pubblicato in occasione della XLVIIIedizione di questa iniziativa, istituitanel 1967 da Paolo VI per valorizzarel’impegno della Chiesa nei mass media. Fin dal 1964, fra gli altri, è stato il fondatore dell’Opus Deimons. Josemaría Escriváde Balaguer(1902-1975),a promuoveresempre maggiori attività in tale strategicocampo formando e sensibilizzando al proposito i membri dell’Opera e scegliendo quale intercessore per l’apostolato dell’opinione pubblica una santa della quale era molto devoto come Caterina da Siena (1347-1380).

In considerazione della pubblicazione sulla rivista ufficiale dell’Istituto Storico San Josemaría Escrivádi un saggio che ricostruisce le circostanze cheindussero il sacerdote spagnolo,canonizzato nel 2002da Giovanni Paolo II, a sceglierela figlia di Giacomo di Benincasa come modello e patrono dell’apostolato della comunicazione (cfr. Johannes Grohe, Santa Caterina da Siena,san Josemaría Escrivá e l’“apostolato dell’opinione pubblica”, in Studia et Documenta, n. 8-2014, pp. 126-145), sembra utile presentarne i principali passaggi, anche per rispondere all’invito di Papa Bergoglio che, nel citato Messaggio per le Comunicazioni Sociali, ha invitato gli operatori dei media «a farci sentire più prossimi gliuni agli altri; a farci percepire un rinnovato senso di unità della famiglia umana che spinge alla solidarietà e all’impegno serio per una vita più dignitosa» (Francesco, Comunicazione al servizio di un’autentica cultura dell’incontro, Città del Vaticano,24 gennaio 2014).

Santa Caterina, elevata all’onore degli altari daPio II nel1461e designata patrona d’Italia da Pio XII (è anche dottore della Chiesa e co-patrona d’Europa), rappresentò per san Josemaría un modello di apostolaanzitutto perché, con l’infaticabilededizione alla carità ed il suo carisma nella trasmissione della Fede, indussemoltissime persone, rappresentanti di tutti i ceti della società del tempo, a convertirsi nel più profondo dell’anima. E’ nota la sua consuetudine di scriverelettere –in effetti dettate -, dirette non solo a laici e religiosi delle terre a lei vicine ma anche a vescovi,abati, cardinali e papi dell’epoca il cui stile, annota il prof. Grohe, appare del tutto sorprendente perché,«pur esprimendosi congrande forza e tenacia, Caterina riesce nel contempo a condurre il destinatario dellalettera, usando parole dolci e convincenti, a ciò che ella − che “scrive nelsangue di Cristo” e termina molte delle sue lettere con l’esclamazione “Gesùdolce, Gesù amore” − ritiene essere la volontà del Signore» (art. cit., p. 127).

Don Johannes Grohe

In particolare dal suo carteggiocon i pontefici emerge come la santa riesca ad unire all’amore filiale ed obbediente per il successore di Pietro − è caratteristica la sua espressione «il dolce Cristo in terra» - l’affermazione ferma e decisa delle istanze che credenecessarie nella Chiesa dell’epoca, dall’esigenza di una vita personale esemplare da parte di tutto il clero, all’urgenza di una riforma dei costumi nella Curia, per finire con la ricerca di rapporti di pace ed armonia nel governo degli Stati Pontifici edi un comune sforzoper liberare i cristiani ed i Luoghi Santi.

Il capolavoro di Caterina è il Dialogo della divina Provvidenza, operadettata ai discepoli sulle visioni della santa negli ultimi anni della sua vita, che mons. Escrivàlesse e meditò più volte. Anche per questo san Josemaría usavachiamare Catalinas(Caterine) i suoi Appuntipersonali, nei quali metteva per iscritto delle considerazioni che meditava poi nell’orazione. In una lettera indirizzata ai membri dell’OpusDeidel 1932, egli così descriveva una regola fondamentale per santificare la comunicazione pubblica: «I santi sono sempre delle persone scomode, uomini o donne – la mia santa Caterina da Siena! −, perché con il loro esempio e laloro parola sono un continuo motivo di disagio per le coscienze che sonoimmerse nel peccato».

San Josemaría ammirava la franchezza con cui Caterina difendeva laverità, per sua indole e perché considerava questa sincerità una virtù fondamentale:«Sono sicuro − scriveva in un’altra lettera diretta nel 1957 ai suoi figli spirituali − che ci saranno alcuniche non mi perdoneranno facilmente il mio parlar chiaro, ma devo farloin coscienza e davanti a Dio, per amore verso la Chiesa, per lealtà verso la Chiesa Santa e per l’affetto che ho per voi. Nutro una particolare devozioneper Santa Caterina − quella ‘grande brontolona’! − che diceva grandi veritàper amore di Gesù Cristo, della Chiesa di Dio e del Romano Pontefice».

In uno scritto del 1964, il fondatore dell’Opus Dei torna a trattare il tema della verità che bisogna affermare senza timore, soprattutto quando c’è in ballo il retto discernimento della coscienza: «le controversie, gli errori, gli eccessi o gli atteggiamenti esaltati sono sempreesistiti in tutte le epoche: e la voce che ha superato queste barriere è semprestata la voce della verità unta dalla carità. La voce dei sapienti, la voce del Magistero; la voce, figli miei, dei santi, che hanno saputo parlare in tutti i modi per chiarire, per esortare, per richiamare ad un autentico rinnovamento».

L’invito di san Josemaría agli “apostoli dell’opinione pubblica”, quindi, è quello ad innamorarsi come lui della fortezza di Santa Caterina che, con i mezzi di comunicazione del tempo, ha sempre detto la verità anche allepiù alte personalità con ardente amore e chiarezza senza preoccuparsi delle ricadute temporali che potevano conseguirne per lei o la sua famiglia spirituale.

Nel corso di una conversazione familiare con alcuni membri dell’Opus Dei avvenuta nel 1964, nel giorno della ricorrenza liturgica di santa Caterina, mons. Escrivà appunto notava: «Desideroche si celebri la festa di questa santa nella vita spirituale di ciascuno di noi enella vita delle nostre case o centri. Ho sempre avuto una grande devozioneper santa Caterina: per il suo amore alla Chiesa e al papa e per il coraggiodimostrato nel parlare con chiarezza quando era necessario, mossa precisamenteda quello stesso amore […]. Prima era considerato eroico tacere, e così fecero i vostri fratelli. Ma adesso è eroico parlare, per evitare che sioffenda Dio Nostro Signore. Parlare, cercando di non ferire, con carità, maanche con chiarezza».

Il 13 maggio 1964 san Josemaría decise di mettere in pratica i concetti che, da ultimo, aveva espresso nel corso di quest’ultima tertuliae, senza troppe formalità, decretò che l’apostolato che i membri dell’Opus Dei svolgono in tutto il mondo al fine d’informare rettamente l’opinione pubblica, sia raccomandato alla speciale intercessione di questa santa, «considerando conquanta chiarezza di parola e con quanta rettitudine di cuore rivelò con coraggio e senza eccezione alcuna per nessuno le vie dellaverità agli uomini del suo tempo».

Particolare dell'Estasi_di_s._Caterina_da_Siena (1743), Pompeo Batoni, Museo Nazionale Lucca

 

L’Istituto Storico San Josemaría Escrivá

La vita di san JosemaríaEscrivà e lo sviluppo dell’Opus Dei, che è una prelatura personale, in pratica una “diocesi senza territorio” istituita per attuare peculiari opere pastorali della Chiesa, stanno suscitando, negli ultimi decenni, l’interesse di sempre più storici, sociologi, giuristi e persone comuni, affascinate dalla storia e dallo spirito dell’Opera.

L’Istituto San Josemaría Escrivá (ISJE), creato il 9 gennaio 2001 daMons. Javier Echevarría, Prelato dell’Opus Dei, ha come finalità la promozione degli studi storici sul santo spagnolo e l’Opera da lui fondata in Spagna il 2 ottobre 1928, nonché l’elaborazione di pubblicazioni scientifiche, di carattere teologico, canonistico e pedagogico, sugli aspetti concernenti lo spirito, gli insegnamenti e le attività di apostolato promosse da mons. Escrivà.L’ISJE cura la pubblicazione delle opere complete del fondatore dell’Opus Dei, offrendoa studentie ricercatori la più vasta informazione documentaria e bibliografica su san Josemaría, nonché sulle attività, passate e presenti, della Prelatura dell’Opera.

Per promuovere la ricerca su questi temi, l’Istituto ha avviato nel 2007 la pubblicazione di una rivista specializzata, Studia et Documenta che, con cadenza annuale, accoglie studi storici e di attualità sui principali aspetti ed eventi culturali e scientifici riguardanti san Josemaría o l’Opus Dei.

L’ISJE ha la sua sede a Roma, nell’edificio della biblioteca della Pontificia Università della Santa Croce (via dei Farnesi, 83), e si avvale della collaborazione del Centro di Documentazione e Studi Josemaría Escrivá (CEDEJ), sezione dell’Istituto presso l’Università di Navarra.Edita anche il sito www.isje.org/, costantemente aggiornato in lingua spagnola, portoghese ed italiana, che ne presenta le principali attività e pubblicazioni.

Omar Ebrahime

Per molti aspetti la riflessione ed il pensiero politico di Joseph de Maistre (1753-1821) su Stato e diritto più che al “reazionario” fanno pensare al recupero ed alla rielaborazione in chiave originale dei fondamenti della filosofia giuridica neoscolastica. Il conte savoiardo muove infatti da principi e da una concezionedella vita, della società e dell’uomo di cui siserve come capisaldi per formulare le critiche alla società illuminista del suo tempo che molti, dopo di lui, hanno ripreso. E', insomma, in nome di valori che de Maistre agisce, che scrive, che si impegna e ciò sarà ancorapiù chiaro quando si prenderà egli si prenderà la briga di proporre un piano sistematico per la ricostruzionedel “suo” mondo, cioè quell’ancien régime che, pure, necessitava di adeguamenti. L’Autore delle Serate di San Pietroburgo non crede, dunque, alleteorie e sta ai fatti e la sua è una semplicissima politica, èuna politica sperimentale, l’antidoto più efficace alle specioseideologie che con l’illuminismo si erano diffuse intutto il continente.

Ritornando al tema specifico del pensiero di de Maistre su Stato e diritto, va preliminarmente detto che, il conte savoiardo, come tutti i grandi pensatori della tradizione occidentale, sapeva perfettamente che, per la ricostruzione diun certo tipo di civiltà, di unordinamento politico ordinato in una certamaniera, occorre prendere in esame innanzitutto l’uomo, conoscerlo, studiarlo in tutta la sua realtà, con i suoi difettied i suoi pregi, con i suoi istintitendenti versoil basso ed i suoi slanci ideali; e poi dall'uomo passareagli aggregati sociali: la corporazione, la famiglia, la nazione con alvertice lo Stato che ordina tutte queste forze lequali, altrimenti, tenderebbero ad un moto centrifugo.

Era la lezione di Platone quella che egli aveva recepito,del Platone espressione dell'Ellade dorica e severa e ditutta l'antichità con i suoi insegnamenti perennemente validi. E' chiaro che per de Maistre sarebbe stato utopisticotendere ad uno Stato, tale quale l'aveva delineato il filosofo greco, così organizzato e così strutturato; ma ciò non toglieche i principi eterni, universali ed immutabili potevano dal conte essere utilizzati e messi in pratica anche nel “suo” mondo.

E la lezione di Platone per il Nostro fu questa: importanza preminente va data alla sfera dei valori spirituali,eroiciedideali; al di sotto, essendo di rango inferiore, vaposta la sfera di tutto ciò che sa di economia, di sociale,di materialistico. Proprio per questo de Maistre in quasi tutte le sue opere, tratta dell’uomo, della società, della nazionee dello Stato. Facendo ciò, e negando l'esistenza di uno stato di natura, egli giunge e ripete una affermazione paradossale, apparentementein contrasto con tutto il pensiero settecentesco: «Non esiste l'uomo nelmondo. Nel corso della mia vitaio ho conosciuto francesi, italiani, russi; grazie a Montesquieuso anche che si può essere persiani; ma in quanto all’uomo dichiaro di non averlo mai incontrato: se esiste, esiste senza che io lo sappia» Si rompe così quell'universalismo che aveva imperato durante l'Illuminismo. Non è possibile considerarealla stessa stregua tutti gli uomini e tutti i popoli perché le differenze esistono e pongono scottantiproblemi. De Maistre non rinnega gli uomini, ma l’uomo astratto ed irreale dell'Illuminismo. L'uomo isolato hauna esistenza inconcepibile anche da un punto di vistaesclusivamente teorico. L'uomo reale, viceversa, esiste nelgruppo e dunque nella storia; egli è inimmaginabileal di fuori della società essendo l'aristotelico animale sociale. Per cui l’uomo realizza se stesso, attua la sua libertà proprio vivendo nei corpi sociali che più gli sono naturali: la famiglia, la nazione e così via.

E' chiaroche per de Maistre sarebbe stato inaccettabileuna vita che si esaurisse sul piano sociale: infatti ciòvorrebbe significare fermarsi alla sfera naturalistica, umana, mentre l’uomo non può e non deveperdere di vista il suo legame con la Trascendenza, con Dio, perché, altrimenti «l’uomo in rapporto con i1 suo creatore è sublime, e la sua azione è creatrice: al contrario, dacché ci si separa da Dio e opera da sé solo non cessa di essere possente perché questo è un privilegio della sua natura; mala sua azione è negativa e non tende che a distruggere» (J. De Maistre, Sul principio generatore delle costituzioni, par. XLV).

La forza dell’uomo sta nel riconoscere la sua condizione, la necessità di qualcosa di superiore che deve essereinvocato, al momento del bisogno, con le preghiere e con l’assoluta sottomissione.

De Maistre capì che la crisi del suo tempo si ponevacome crisi dell'uomo, come conseguenza dello smarrimento di quella missione, che è simile nell'uomo aristocratico, conquistatore delle più alte responsabilità, e nell'uomo semplice che sa compiere il proprio dovere al posto assegnatogli dalla Provvidenza nella società. Inoltre, comprese cheerano due concezioni dell'uomo che, innanzitutto, si scontravanoe che il mondo cosiddetto moderno aveva ingaggiatola sua lotta contro l’uomo ormai abbandonato à sestesso, atomo in una massa di atomi, sciolto dai legami chelo tenevano avvinto ai naturali corpi sociali, solo senza nemmenoil conforto della preghierae di Dio; e, quindi, sapevache la rivoluzione e le sue idee non avrebbero avutoragione dell'uomo, come egli lo intendeva, nella misura incui l'uomo stesso avesse avuto ragione di sé e della suaparte tendente verso il basso, cioè nella misura in cuiavesse riacquistato la coscienza delle sue potenzialità maanche dei suoi limiti, congiuntamente alla consapevolezzadella necessità di ripristinare e ricostruire il legame con ilCreatore.

Ed è proprio per questo morivo che de Maistre tentavadi riancorare l'uomo a Dio,

 

Della società, della nazione

Il problema centrale dell'Illuminismo era stato quellodella ricerca dell'origine della società. Dopo la rivoluzionequesto è già un problema dimenticato per cui lo stesso deMaistre lo trascura non avendo per 1ui alcun interesse lediscussioni sull’origine contrattuale o meno della società.

La società è sempre esistita o se vi è stato un periodoorecedente,questononhaalcun interesseper noi.Soprattutto non è mai esistito uno stato di natura: «Non c'è mai stato per l'uomo un periodo precedente 1a società, perché prima della formazione delle società politiche l'uomonon è realmente uomo».

La vita dell'uomo in società è comportata dalla sua stessa natura e poiché questa, al pari di tutte le cose create, deriva da Dio, anche là società è il risultato della volontà divina. Infatti la legge divina è il vero principio generatore e rigeneratore delle società. Le istituzioni politiche e sociali saranno perfette e durevoli nella misura ín cui tenderanno al vero bene.

Ora i gruppi fondamentali per 1a storia sono le nazioni, chedeMaistre intende ancora come «il sovrano el’aristocrazia». Era troppo presto, senza dubbio, perché nell'acceso clima de1la rivoluzione un contro-rivoluzionario potesse intendere per nazione la totalità dei membri di essa sia pure con compiti diversi e diversi gradi di partecipazione.

Ogni nazione ha le sue caratteristiche che si esprimonoattraverso i “pregiudizi” nazionali. Perpregiudizi de Maistre intende quel complesso di idee che formano il patrimoniospirituale di un popolo e che non può essere tradito senza snaturare le istituzioni stesse, come invece intendevafare 1'Illuminismo.

L'Illuminismo volle sostituire la ragione individuale dipochi ideologhi al patrimonio dottrinario accumulato neisecoli, che solo può, oggi come allora, dare la forza di progredire.

Proprioin questo tenere nella giusta considerazione il patrimoniospirituale di un popolo, Benedetto Croce ha visto una affinità di impostazionitra de Maistre e Giambattista Vico. Infatti, parlando dellecorrenti culturali del tempo, il filosofo napoletano ha tenuto a dire, con un insegnamento da riconsiderare a mio avviso anche ai nostri tempi, che l’«affinità di concetti, se non di tendenzepolitiche, tra vichiani e storicisti da una parte, e reazionarie romantici dall'altra, rende naturale che essi sicercassero, si istruissero e si rafforzassero a vicenda».

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