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Martedì, 14 Luglio 2020

A nostro modesto avviso, alla storica e perseverante "Questione meridionale" si è aggiunta la "Questione europea". In primis, diciamo che sulla dinamica interna del nostro Paese, influisce, ancora, pesantemente l'interruzione della crescita per l'occupazione e la persistente debolezza dell'intervento finanziario pubblico, al Sud. D'altra parte, sono solo gli investimenti  privati e pubblici che crescono al Nord; mentre le disparità sociali si divaricano tra Nord e Sud del Paese; nel Sud, nelle famiglie cresce un allargamento della povertà, come esplicitato dall'Ocse. Ancora, l'indebolimento dei consumi determina il rallentamento dell'economia meridionale. A questo punto, ci spostiamo in ambito europeo, per accendere un faro, sulla "Questione europea". Ebbene, la crescita tendenziale del reddito pro-capite nell'Europa del Nord, è con un tasso 1,5, compresa la Germania, se ci troviamo in Europa centrale, si assesta sul tasso 1; dal 1995 ad, oggi, la divergenza nel Paesi dell'Europa del Sud, è con un tasso di caduta dell'1,20. In conclusione, diciamo che, questo ultimo quadro, dovrebbe quanto prima chiudere il divario tra l'Italia  ed il resto d'Europa, per un futuro prossimo, economicamente più accettabile, dal nostro Paese.

A nostro modesto avviso, formazione e lavoro sono le nuove sfide per lo sviluppo del Mezzogiorno. Vediamo cosa bisogna fare. In primis, Scuola e Università meridionali, devono essere più moderne, ovvero, più aperte ai processi innovativi, in atto, ma, anche, più, orientate verso le nuove frontiere lavorative(nel mondo  globalizzato e digitale tutti dovranno sapere interagire con le "macchine", facendo così aumentare la richiesta di professionisti, con formazione ad hoc). Ricordiamo, poi, alle istituzioni, come il contrasto alla disoccupazione e all'inattività dei giovani meridionali, si combattono con la formazione e con una superiore qualificazione professionale da parte dei lavoratori( e non, soltanto, con i pur necessari e indispensabili investimenti economici). Pertanto, secondo una nostra opinione, verso tutto ciò, devono essere programmate e destinate le risorse economiche disponibili, ovvero, investimenti in ricerca e sviluppo, in un ammodernamento  dei programmi scolastici (e universitari) e con una maggiore attenzione alle imprese meridionali, le uniche a creare nuova occupazione, in particolare, ai giovani del Sud. E dulcis in fundo, diciamo che, in tal senso, lo Stato deve fare la sua parte sul versante delle nuove frontiere dell'innovazione, della dotazione infrastrutturale, logistica e degli investimenti produttivi al Mezzogiorno, ovvero, ad un cantiere aperto per lo sviluppo dell'intero Paese.

    

 

In primis, diciamo che il Mezzogiorno è alle prese con una fuga dei giovani che lasciano un Sud, che concede loro ben poche opportunità, in particolare,  nel mondo del lavoro. E' il Censis ad illustrare un quadro tutt'altro che incoraggiante per il Meridione: le emigrazioni incidono sulla diminuzione giovanile: in 10 anni, via 138mila under 18. Ancora, l'Istat ha affermato che è soprattutto il Sud ad essere depauperato di risorse umane preziose, anche, a vantaggio delle Regioni del Centro-Nord: solo l'anno scorso ha perso oltre, 16mila giovani laureati, più della metà provengono da Sicilia e Campania. A questo punto, vediamo cosa è bene che faccia la politica nazionale: fermare la fuga dei cervelli e l'impoverimento demografico del Mezzogiorno, risolvendo il sotto finanziamento del sistema universitario; creare un incontro produttivo tra il sistema universitario e il mondo del lavoro. In tal senso, diciamo che qualcosa si sta muovendo. Il neo ministro dell'Università e della Ricerca, Gaetano Manfredi ha affermato:"Compito del Ministero è potenziare gli atenei del Sud e trattenere i cervelli in  Italia"(Cfr."Il messaggero" del 29 dicembre 2019). In conclusione, ci auguriamo che fermare la fuga dei giovani cervelli del Mezzogiorno, abbia una attuazione, immediata e costante, da parte della Politica nazionale.

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