
Un'immagine del film
Sette anni fa, Clint Eastwood aveva interpretato e diretto Million Dollar Baby, un film militante, checché se ne dica, a favore del suicidio assistito e dell’eutanasia. Con J. Edgar, uscito agli inizi di gennaio in Italia, Eastwood, pur lontano mille miglia dalla partigianeria di un Oliver Stone e dalla faziosità di un Michael Moore, sembra aver messo nuovamente il proprio talento registico al servizio dell’ideologia in cui lui stesso dice di riconoscersi: il «socialismo libertarian», in base al quale l’uomo dovrebbe essere totalmente libero di organizzare la propria vita secondo i propri desideri senza essere sottoposto a vincoli morali, religiosi o sociali.
Per raccontare la storia di John Edgar Hoover (1895-1972), battagliero presidente del FBI dal 1924 fino all’anno della sua morte, Eastwood ha scelto una sceneggiatura di Dustin Lance Black, scrittore e attivista gay, già vincitore nel 2009 di un premio Oscar per lo script del film sull’omosessuale militante di San Francisco Harvey Milk (1930-1978).
Naturalmente l’Hoover che ne esce fuori è una sorta di psicopatico megalomane, ossessionato dai comunisti e «rovinato» da una madre autoritaria e religiosa all’eccesso (l’inglese Judy Dench) che, nel nostro immaginario cinematografico, si sovrappone alla madre di Anthony Perkins in Psycho quasi istintivamente.
Intendiamoci, Leonardo di Caprio, nei panni di Hoover, regala una performance che lo pone in pole position per l’Oscar; tuttavia, il film si rivela un po’ disonesto per la leggerezza con cui sposa la tesi di un Hoover omosessuale represso e incline al travestitismo. Tesi, questa, confutata da vari biografi e storici quali Stanley Cobden, Athan Theoharis – che, pure, per i metodi investigativi di Hoover non nutre alcuna simpatia – e Claire Bond Potter, che ha studiato la fabbricazione del gossip da parte di chi intendeva, all’epoca, indebolire l’autorevolezza del funzionario conservatore.
Vista la slealtà con cui si è deciso di descrivere gli aspetti intimi della personalità di Hoover, c’è quasi da essere contenti che il film non sia un capolavoro e che negli Stati Uniti gli incassi siano stati inferiori alle aspettative: non pare sia degno di un prodotto hollywoodiano, ad esempio, il make-up usato per invecchiare lui e Armie Ammer, l’attore che interpreta Clyde Tolson (1900-1975), nella realtà Associate Director del FBI e braccio destro di Hoover e nel film, inoltre, suo amante quantomeno platonico (in quella che vorrebbe essere una scena madre, si assiste nel film a un risibile bacio insanguinato e a una successiva soffocata confessione d’affetto).
Il vero punto debole del film, tuttavia, è proprio la sceneggiatura: volendo costringere quasi cinquant’anni di vita pubblica in 137 minuti, vola troppo veloce – per di più procedendo su diversi piani temporali – su eventi che allo spettatore non americano dicono (forse colpevolmente) ben poco: il film si apre con l’attentato compiuto nel giugno del 1919 dagli anarchici ai danni del procuratore generale Mitchell Palmer (chi?) che avrebbe acceso la fiamma dell’anticomunismo nel cuore di un giovanissimo Hoover; continua con l’arresto e l’espulsione dell’anarchica Emma Goldman; si sofferma più a lungo, invece, sul rapimento del figlio dell’aviatore Charles Lindbergh, per le cui indagini risultò decisiva la piega scientifica da Hoover incoraggiata fortemente e sconosciuta, fino allora, agli agenti del Bureau.
Fatto stato del successo d’immagine dovuto all’arresto di famosi gangster negli anni Trenta, la sceneggiatura fa un salto di trent’anni, accennando alle attività per «incastrare» il radicale Martin Luther King e ai rapporti non semplici con i fratelli Kennedy e con il presidente Nixon.
A sorpresa, ne esce illeso Joe McCarthy, promotore di quelle indagini senatoriali che portarono agli inizi degli anni Cinquanta all’individuazione di spie comuniste operanti in Dipartimenti di Stato, talvolta ai più alti livelli e, per questo, bestia nera del radicalismo-chic di mezzo mondo: in un momento del film in cui lo spettatore non è ormai per nulla propenso a sposarne i punti di vista, di Caprio-Hoover dà di McCarthy un giudizio sbrigativo e sprezzante.
J. Edgar, in definitiva, è un film recitato molto bene, ma alquanto pretenzioso.
Non è stata la prima volta che il cinema si è occupato di J. Edgar Hoover e, visto il ruolo chiave giocato sul piano della sicurezza interna degli Stati Uniti nel corso di otto presidenze, c’è da scommettere che non sarà l’ultima. Chissà quando i tempi saranno di nuovo maturi perché si descriva con maggiore benevolenza un uomo certamente spigoloso e determinato – talora estremo – con una visione «d’altri tempi» sul modo di combattere la criminalità e la corruzione: era convinto che l’America sarebbe uscita vittoriosa nella lotta contro i suoi nemici interni ed esterni solo rafforzando i valori della religione, della famiglia e il senso del dovere civico.

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