
Una delle pagine più famose del Vangelo è quella dedicata alle Beatitudini. Molti scrittori antichi l’hanno commentata e, fra questi, un vescovo e teologo d’eccezione come Gregorio di Nissa (335-395), venerato come santo sia nella Chiesa cattolica sia nella Comunione Anglicana. Il padre cappadoce pronunziò un intero ciclo di Omelie su queste parole di Gesù, testo recentemente ritradotto a cura di una giovane ricercatrice dell'Università Cattolica di Milano, Chiara Somenzi (cfr. GREGORIO DI NISSA, Omelie sulle Beatitudini, con testo greco a fronte, Paoline, Milano 2011), che le ha studiate a fondo anche per un articolo pubblicato sull’ultimo fascicolo della rivista, ben nota agli “addetti ai lavori”, Adamantius (cfr. Le Beatitudini come itinerario di preparazione al battesimo: lo sfondo esegetico-liturgico delle Omelie sulle Beatitudini di Gregorio di Nissa, n. 17 del 2011). Per saperne di più ne parliamo con don Roberto Spataro, professore di Letteratura cristiana antica greca all’Università Pontificia Salesiana.
Professor Spataro, anzitutto chi era Gregorio di Nissa?
Era un vescovo, vissuto nel IV secolo, in una regione allora profondamente cristiana, oggi, purtroppo, quasi del tutto islamizzata, la Cappadocia, nel territorio dell’attuale Turchia. Era un uomo molto dotto e dotato di una vita spirituale intensissima al punto da essere stato definito “il più mistico dei Padri della Chiesa”.
“Padri della Chiesa”, che cosa si intende con questa espressione?
Ci si riferisce a coloro che, proprio come padri, hanno contribuito a generare la fede della chiesa nei primi secoli, dopo la predicazione e la testimonianza degli Apostoli. Le grandi verità della nostra fede, come l’unità e Trinità di Dio, o il Mistero dell’Incarnazione, sono state formulate dai Padri della Chiesa che, scrutando la Sacra Scrittura con amore e dedizione, hanno messo a servizio della riflessione cristiana le loro eccellenti doti di cultura. Inoltre, spesso erano dei santi che con l’esempio della loro vita hanno autenticato il loro insegnamento, come ad esempio il noto Agostino d’Ippona.
Sono esistite anche “Madri della Chiesa”?
Certamente! Anche se il loro ruolo è stato più discreto, quasi silenzioso, dietro le quinte, perché hanno lasciato pochi scritti. Una di queste figure femminili eccezionali nella storia della Chiesa antica, cui spetta proprio il titolo di “Madre della Chiesa” è proprio la sorella di Gregorio di Nissa. Si chiamava Macrina. Dagli scritti del fratello Gregorio e dell’altro fratello maggiore, che fu Basilio vescovo di Cesarea [detto anche Basilio Magno, "il Grande" (329-379)], apprendiamo che tutti furono spiritualmente educati dalla sorella, una donna che aveva creato un’istituzione monastica ove si pregava e si studiava anche Platone, un centro di cultura e di spiritualità che ebbe un notevole influsso in quella regione.
Basilio era fratello di Gregorio di Nissa. C’è un rapporto con i monaci e i monasteri basiliani che esistono nella nostra regione?
Indubbiamente! Basilio è stato un po’ il san Benedetto dell’Oriente, ha fondato dei monasteri e ha assegnati ai monaci una regola da seguire. Questi monaci, chiamati perciò basiliani, sono venuti anche in Calabria perché un tempo questa bella regione del Sud dell’Italia era parte dell’Impero bizantino, la patria civile di Basilio. Venendo hanno portato con sé la regola del loro fondatore, Basilio, detto il Grande perché fu un uomo straordinario. Persino l’Imperatore lo temeva. Inoltre, è stato un “santo sociale”. Ai suoi tempi, c’era una crisi economica spaventosa, ben peggiore della nostra e non c’era il Welfare State. Basilio si è dato da fare e ha fondato ospedali per i malati e mense per i poveri.
Gregorio di Nissa aveva il suo stesso temperamento?
No, Gregorio di Nissa non era un uomo di azione. Era più uno studioso ed un uomo di preghiera. Ha scritto molti libri, composto tante epistole.
Dunque, tra queste opere, c’era anche un ciclo di Omelie sulle Beatitudini.
Sì, come tutti i Padri della Chiesa, Gregorio era anzitutto un commentatore della Bibbia. Ha scritto per esempio delle pagine stupende per spiegare le pagine della Creazione e ha messo così in risalto la dignità dell’uomo, l’unica creatura plasmata da Dio a sua immagine e somiglianza. Vale ancora la pena leggere il suo Commento al Padre Nostro. Il suo Commento al Cantico dei Cantici, attraverso diverse mediazioni, ha ispirato i grandi mistici della tradizione occidentale, come San Giovanni della Croce.
Perché ha dedicato un intero ciclo di Omelie proprio alle otto Beatitudini del Vangelo?
Sta qui, credo, la novità dello studio di Chiara Somenzi. Attraverso una serie di confronti tra alcuni passi di queste Omelie del Nisseno e passi di altri antichi scrittori cristiani, ha dimostrato in modo convincente che Gregorio, in quanto Vescovo, era responsabile della preparazione al battesimo dei candidati adulti, numerosissimi al suo tempo. Per spiegare loro in che cosa consistesse la vita morale di un cristiano ha commentato le Beatitudini che sono un po’ la magna carta di Gesù, il suo discorso programmatico.
Come mai si registra questo interesse degli studiosi per Gregorio di Nissa?
In generale, occorre dire che in Italia e all’estero sono sempre più numerose le istituzioni accademiche e gli studiosi che si occupano del Cristianesimo antico. Credo che sia un segnale positivo che mostra come tra ragione e fede, proprio come ripete il Santo Padre, c’è amicizia e sintonia. Gli antichi autori cristiani sono testimoni di questa amicizia tra ragione e fede. Sono stati grandi teologi, ma anche eccellenti filosofi. Gregorio di Nissa, per esempio, era imbevuto del pensiero di Plotino e gode oggi di un rinnovato interesse perché è stato un discepolo, in senso ideale, di Origene, un altro grandissimo teologo, vissuto prima di lui. Origene è stato riscoperto a partire da circa 60 anni da teologi del calibro di de Lubac, Daniélou, von Balthasar, tutta gente che ha preparato il Concilio Vaticano II.
Il recente saggio di Somenzi apporta altre novità alla conoscenza che già si aveva delle Omelie sulle Beatitudini di Gregorio di Nissa?
Un’altra significativa osservazione è che, pur trattandosi di otto omelie separate, sono legate da un filo conduttore, o meglio da un’immagine unificante: la scala. Le beatitudini sono presentate, in altre parole, come i gradini di una scala che conduce dalla terra al Cielo. Chi vive secondo questo stile, si avvicina sempre più a Dio. Del resto il tema dell’ascensione mistica è molto caro a tutti i neoplatonici e Gregorio di Nissa che è un neoplatonico cristiano sviluppa questo tema anche in altre opere, come la Vita di Mosé.
Otto omelie per otto beatitudini. Qual è quella più bella?
Domanda difficile! Personalmente, trovo la sesta omelia molto suggestiva. Gregorio di Nissa commenta le parole di Gesù “Beati i puri di cuore perché vedranno Dio” e spiega che potranno vedere Dio, come in uno specchio, coloro che purificano la loro anima dai peccati. In fondo, non è proprio così? Quando avviciniamo una persona buona, bella dentro, sentiamo che è vicina a Dio, che lo conosce e lo “vede” proprio grazie alla sua bontà. Un’anima virtuosa accoglie la presenza di Dio in sé. Gesù stesso lo ha promesso, dicendo “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui”. Questa omelia ci suggerisce di compiere un viaggio interiore, nella nostra anima: se purificata dai peccati, se infiammata di amore per Dio, allora troverà Dio in se stessa. In questo senso, Gregorio spiega la beatitudine “beati i puri di cuore perché vedranno Dio”.
Tra pochi giorni i cristiani di tutto il mondo riempiranno le Chiese per celebrare il Natale. Quale beatitudine si addice a questa grande festa?
Direi: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Il Figlio di Dio in persona è venuto nella storia degli uomini, per portare pace tra Cielo e terra. Coloro che lo seguono, come quei catecumeni che ascoltavano le spiegazioni del loro vescovo Gregorio di Nissa, diventano anch’essi operatori di pace nei loro ambienti di vita. Ed il mondo, le famiglie, le comunità civili, i popoli hanno sempre e tanto bisogno non della “pace” in astratto, ma di persone che si sacrifichino per costruire la pace, in mezzo ai contrasti e ai conflitti.

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