
Con gli attuali, imprevedibili stravolgimenti della scena politica nazionale ricordare il costo umano del comunismo sembra agli occhi dei più, ogni giorno che passa, un'operazione senza senso. Dalla caduta del Muro (1989) a oggi sembra in effetti passato un secolo, tali e tanti sono gli avvenimenti successi nel frattempo. La Guerra Fredda (1945-1989) è finita da un ventennio, l'Unione Sovietica non c'è più e le minacce più pericolose per la libertà dell'Europa sembrano essersi spostate dall'Est europeo all'Est mediorientale, dove l'Islam ultrafondamentalista è in vertiginosa ascesa. Tuttavia il tempo che, come recita l'adagio popolare, è sempre galantuomo, ritornando ciclicamente sulle date della storia, non cessa di invitare tutti gli uomini di buona volontà a ricordare ciò che fu, affinchè non si ripeta. Il prossimo 19 gennaio ricorreranno i 43 anni dalla scomparsa di Jan Palach (1948-1969): il coraggioso studente ceco che, per protestare contro l'invasione sovietica della sua patria (iniziata mesi prima con l'ingresso manu militari dei carri armati, nell'agosto 1968), si diede fuoco, a Praga, in piazza san Venceslao.

La collina delle croci in Lituania
Dopo tre lunghi giorni di agonia, Palach si spense tra lo sgomento, la rabbia e il dolore di tutto il mondo libero. Ai suoi funerali, sfidando il regime, parteciparono non meno di 600.000 persone e per lunghi giorni la sua salma fu esposta nei locali dell'università praghese dove studiava, visitata notte e giorno da folle provenienti da tutto il Paese. In pochissimo tempo, la sua figura divenne così l'emblema universale della lotta contro l'oppressione comunista. Dopo il crollo della dittatura e gli eventi del 1989, Palach è stato finalmente riabilitato anche in patria e chi va oggi nell'ex Cecoslovacchia (divisa in due Paesi) trova strade, piazze ma anche statue, lapidi e musei che ne perpetuano meritoriamente il ricordo. Non ha invece avuto la stessa 'fortuna', neanche post mortem, un altro ragazzo che in giovanissima età si offrì vittima per la nobile causa della libertà: il cattolico lituano Romas Kalanta (22 febbraio 1953-15 maggio 1972) che si diede fuoco a 19 anni, a Kaunas, per protestare contro la dittatura sovietica che impediva la libertà religiosa in quel Paese dalle antiche, quanto tuttora sconosciute ai più, radici cristiane. Se si eccettua un vecchio saggio del 'sovietologo' gesuita, per lungo tempo membro del collegio degli scrittori della “Civiltà Cattolica”, padre Alessio Ulisse Floridi (1920-1986), Mosca e il Vaticano. I dissidenti sovietici di fronte al “dialogo” (La casa di Matriona, Milano 1976), peraltro ormai pressochè introvabile, non si può infatti che restare sorpresi dall'oblìo che in tempi relativamente brevi ha colpito la sua figura.

Il motivo, oltre alla scarsa attenzione solitamente riservata dai nostri mezzi d'informazione alla piccola e lontana Lituania è forse da ricercarsi anche nel fatto che Kalanta, ragazzo dalla profonda fede, più volte pubblicamente manifestata, voleva diventare sacerdote e lo aveva scritto anche ai suoi insegnanti, che pretendevano di insegnare l'irreligione a scuola. Anche e soprattutto per questo, fino ad oggi, non è stato ben visto: parlare di lui e del suo sacrificio avrebbe significato confrontarsi finalmente con una realtà oggettiva, quella del martirio di tanti cristiani contemporanei, uccisi in odium fidei non in terre asiatiche o africane ma in quell'Europa che superficialmente ha sempre fatto vanto di essere la patria della libertà e dei diritti, umani e civili. Eppure, la Lituania non è solo la terra di Kalanta ma è anche la patria della cosiddetta “collina delle croci” (Kryžių Kalnas), presso Siauliai, la piccola altura, oggi luogo di pellegrinaggio, dove i cattolici lituani durante il comunismo piantavano, di notte, quelle croci che il regime toglieva di giorno. E' andata così per anni e poi per decenni, finché il luogo è diventato quel monte delle croci che oggi tutti conoscono (o dovrebbero conoscere), con oltre 56.000 croci. Un'impressionante testimonianza di fedeltà a Cristo. Non a caso, all'indomani della caduta del comunismo, il beato Papa Giovanni Paolo II (1978-2005) ritenne necessario venire pellegrino proprio a Siauliai (era il 7 settembre 1993), per spiegare che l'Europa si era salvata grazie anche al sacrificio personale di quanti avevano rischiato la loro vita per testimoniare pubblicamente la propria fede, soprattutto oltrecortina, accellerando la caduta del materialismo storico e la liberazione dall'ateismo di Stato, diffuso in quegli anni senza soluzione di continuità da Mosca a Berlino Est. Una riflessione quanto mai attuale, da non dimenticare, che insegna come la professione della fede non sia mai gratuita, né scontata, ma vada riconquistata ogni volta, soprattutto in tempi (come quelli attuali) caratterizzati dal secolarismo strisciante e dal relativismo etico.

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